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Una Chiesa
"Casa della santità"
Una delle linee
portanti del pontificato di Giovanni Paolo II à stata, sin dall'inizio,
la valorizzazione della santità, che costituisce una delle note
costitutive della Chiesa di Cristo. La ricca fioritura di beatificazioni e di
canonizzazioni cui abbiamo assistito negli ultimi due decenni, va vista proprio
in questo stupendo contesto ecclesiale.
Sulla scia del
pensiero del Santo Padre, sono stati molti i Padri sinodali che si sono
occupati del tema della santità nella Chiesa. In numerosi interventi,
è stata ribadita l'assoluta necessità che la santità sia
posta al centro di tutta la molteplice attività dei Pastori. La loro
azione pastorale non sarebbe, infatti, efficace se non fosse accompagnata dalla
loro santità. É questa che renderà feconda quella. La
santità è il linguaggio proprio della Chiesa, a cui non potrà
mai rinunciare, senza essere infedele a Colui che è la santità
del Padre incarnata, fattasi tempo e storia; senza lasciare di essere, in
contraddizione con se stessa, la "sposa senza macchia e senza rughe"
del suo Signore; senza lasciare di essere, tra gli uomini, il riflesso, la
trasparenza di quella "luce delle genti" che è Cristo (cf LG,
1); senza correre il rischio che la sua dottrina religiosa e morale sia confusa
con una ideologia puramente umana.
La Chiesa, come
Comunità di fede, di speranza e di amore, è chiamata ad essere la
"Chiesa del grembiule", dell'azione, del servizio all'uomo, ma
è chiamata altresì, ad essere, nel contempo, la Chiesa della
preghiera, del silenzio, della contemplazione del volto di Cristo, prima di
annunciarlo.
E in una Chiesa
chiamata per vocazione alla santità, il primo compito dei Pastori non
può non essere quello di additare la santità ai fedeli che sono
stati loro affidati e di impostare su di essa tutta la propria attività
pastorale. Lo aveva detto il Papa: "non esito a dire che la prospettiva in
cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della
santità" (NMI, 30). Lo hanno ripetuto in molti modi i Padri
sinodali.
Ma l'appello
più credibile, e, quindi, più convincente, che un Pastore
può rivolgere ai suoi fedeli, è, senza dubbio, quello di una
autentica testimonianza personale di santità. Santità che egli
è chiamato ad acquisire, non accanto, ma attraverso il suo
ministero pastorale. Questo, infatti, non è, per lui, un ostacolo alla
propria santificazione, ma, al contrario, la sua via specifica per raggiungerla.
È quanto il Santo Padre ha messo in luce con particolare vigore
ricevendo i Vescovi nominati nell'anno in corso: "Il successo del nostro
ministero pastorale non può essere misurato in termini di organizzazione
burocratica o di dati statistici: la santità ha altri criteri di misura.
(...) La santità personale è la condizione per la
fruttuosità del nostro ministero come Vescovi della Chiesa"
(Udienza ai Vescovi 5.07.2001).
Nella carità
pastorale egli troverà il punto unificante tra la sua vita interiore
e di preghiera e le crescenti esigenze della nuova evangelizzazione nel
complesso contesto socio-culturale dell'odierna società.
In particolare,
il Vescovo è l'icona di Cristo Buon Pastore, che riassume in sé la
verità, l'amore ed il totale dono di sé per il suo gregge. Il suo
è, insomma, come quello di Cristo, un amoris officium, per usare
l'espressione del vescovo di Ippona (Tract. 123 in Ioan.: PL,
35, 1967), e, quindi, anche un sanctitatis officium. L'amore a Cristo e
ai fratelli è, infatti, l'altro nome della santità.
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