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vv.
238-417
Così di Pindo voi,
musiche rane,
lasciate il proprio per l’appellativo,
e per voler gracchiar perdete il pane.
Chè in vece d’un
mestier fertile, e vivo,
dietro alla morta e steril Poesia
imparate a cantar sempre il passivo.
E tal possesso ha
in voi quest’eresia,
che per un po’ d’applauso ebri correte
a discoprir la vostra frenesia.
Balordi senza
senno che voi siete!
Mentre andate morendo dalla fame,
d’immortalarvi vi persuadete.
E siete così
grossi di legname,
che non udite ognun muoversi a riso
in sentirvi lodar le vostre dame.
Stelle gli occhi,
arco il ciglio, e cielo il viso,
tuoni, e fulmini i detti, e lampi i guardi,
bocca mista d’Inferno e Paradiso.
Dir, che i
sospiri son bombe e petardi,
pioggia d’oro i capei, fucina il petto,
ove il magnano amor
tempera i dardi;
ed ho visto, e
sentito in un sonetto
dir d’una donna, cui puzzava il fiato,
arca d’arabi odor, muschio e zibetto.
Le metafore il
sole han consumato,
e convertito in baccalà Nettuno
fu nomato da un certo il Dio salato.
Fin la Croce di
Dio fu da taluno
chiamata Legno Santo: e pur costoro
sfidan l’Autor dell’Itaco Nessuno.
E dell’amata sua,
con qual decoro,
i pidocchi colui cantando disse
sembran fere d’argento in campo d’oro.
E chi vuol creder
ch’un ingegno uscisse,
dai gangheri sì fuora, e bagattelle
tanto arroganti di stampare ardisse?
Le nostre alme
trattar bestie da selle:
mentre lor serba il Ciel da’ corpi sgombre
biada d’eternità, stalla di stelle.
E in pensarlo il
pensier vien che s’adombre,
fare il sol divenir boia che tagli
colla scure de’ raggi il collo all’ombre.
Ma chi di tante
bestie da sonagli
legger può le pazzie, se i lor libracci
delle risa d’ognun sono i bersagli?
Che da certi
eruditi animalacci
giornalmente alle tenebre si danno
mille strambotti, e mille scartafacci:
e tale stima di
sè stessi fanno,
e di tanta albagia vanno imbevuti,
ch’è molto men della vergogna il danno.
Che per parer
filosofi e saputi,
se ne van per le strade unti e bisunti
stracciati, sciatti, succidi, e barbuti:
con chiome
rabbuffate, ed occhi smunti,
con scarpe tacconate, e collar storto,
ricamati di zaccare e trapunti.
Cada il giorno
all’Occaso e sorga all’Orto,
sempre cogitabondi, e sempre astratti
hanno un color d’itterico, e di morto.
Discorron tra se
stessi come matti,
facendo con la faccia, e con le mani
mille smorfie ridicole, e mille atti.
Per certi luoghi
inusitati, e strani
si mordon l’ugne, e col grattarsi il capo
pensano ai Mammalucchi, e agl’Indiani,
e incerti di
formar scanno o Priapo
con la rozza materia, che hanno in testa,
di pensiero in pensier si fan da capo;
con la mente
impregnata, ed indigesta
senza aver fine alcuno, e senza scopo,
van borbottando in quella parte, e in questa.
Han di fantasmi
un embrione e dopo
d’aver pensato, e ripensato un pezzo,
partoriscono i monti, e nasce un topo.
Che quando credi
udir cose di prezzo,
e stai con una grande aspettazione,
gli senti dare in frascherie da sezzo.
La fava
con le mele, e col melone,
la ricotta coi ghiozzi, e colla zucca,
l’anguilla col savore, e col cardone.
Bovo d’Antona,
Drusiana, e Ciucca
son le materie, onde l’altrui palpebre
ogni Scrittore infastidisce, e stucca;
anzi dal mal
francese, e dalla febre,
e dall’istessa peste insin procacciano
ai nomi, all’opre lor vita celebre.
Questi son quei
che a dissetar si cacciano
le labbra in mezzo al Caballin Condotto,
quasti i poeti son, che se l’allacciano.
Oh Febo, oh Febo,
e dove sei condotto?
Questi gli studii son d’un gran cervello?
Sono questi i pensier d’un capo dotto?
Lodar le mosche,
i grilli, e il ravanello,
ed altre scioccherie, ch’hanno composto
il Berni, il Mauro, il Lasca, ed il Burchiello.
Per sublimi
materie hanno disposto,
dietro a Bion, Pittagora, ed Antemio
lodar le rape, le cipolle, e il mosto.
In ogni
frontispizio, ogni proemio
più di Clitorio han lodi le
cantine;
che a un poeta è peccato esser abstemio:
e le penne più
illustri, e pellegrine
van lodando i caratteri golosi,
con Eufrone il tinello
e le cucine.
Quindi è, che i
nomi lor sono gli Ozïosi
gli Addormentati, i Rozzi, e gli Umoristi,
gl’Insensati, i Fantastici, e gli Ombrosi.
Quindi è, che
dove appena eran già visti
nelle Accademie i lauri, e ne’ licei,
gli osti oggidì ne son provisti.
Ite a dolervi
poi, moderni Orfei,
che per i vostri affanni è già finita,
la razza degli Augusti, e de’ Pompei.
È che dalle
Reggie era sbandita
la mendica virtù; ma i vostri modi,
hanno già la Poesia guasta, e avvilita.
E le vostre
invenzioni, e gli episodi
son degne di taverne e lupanari:
e voi ne prenderete e premii e lodi?
Altro ci vuol per
farsi illustri e chiari,
che straccar tutto il dì Bembi, e Boccacci,
e Fabbriche del Mondo, e
Dizionarj.
De’ vostri studj
i gloriosi impacci.
L’occupazion de’ vostri ingegni aguzzi
fecondi han solo da schiccherar versacci.
Stirar con le
tenaglie i concettuzzi,
attacconar le rime con la cera,
ad ogni accento far gli equivocuzzi:
aver dei grilli
in capo una miniera,
far contrapposti ad ogni paroluccia,
e scrivere e stampar ogni chimera.
Dentro ai vostri
versi oltre la buccia
legge giammai, più d’un la trova tale,
bisognosa d’impiastro, e della gruccia.
E creder di
lasciar nome immortale,
con portar frasche in Pindo, e unitamente
fare il somaro, il mulo, e il vetturale?
Chi cerca di
piacer solo al presente,
non creda mai d’aver a far soggiorno
in mano ai dotti, e alla futura gente.
Anzi avrà culla,
e tomba in un sol giorno:
chi stampa avverta, che all’oblio non sono
né barche, né cavalli da ritorno.
Componimento c’è
che al primo suono
letto da chi lo fece, fa schiamazzo;
che sotto gli occhi poi non è più buono.
Eppur il mondo è
sì balordo e pazzo,
e fatto gli occhi tanto ignorantoni,
chi non scerne dal rosso il paonazzo.
Applaude ai Bavj,
ai Mevj arciasinoni,
che non avendo letto altro che Dante,
voglion far sopra i Tassi i Salomoni.
E con censura
sciocca, ed arrogante
al poema immortal del gran Torquato
di contrapporre ardiscono il Morgante.
Oh troppo ardito
stuol, mal consigliato!
che un ottuso cervel voglia trafiggere
chi men degli altri in poetare ha errato!
Non t’incruscar
tant’oltre, o non t’affliggere
de’ carmi altrui, che il tuo latrar non muove:
se Infarinato sei vatti a
far friggere.
Son degli
scarafaggi usate prove
d’aquila i parti ad invidiar rivolti,
il portar gli escrementi in grembo a Giove.
Anco alla prisca
età furono molti,
che posposer l’Eneide ai versi d’Ennio:
secolo non fu mai privo di stolti.
Torno, o poeti, a
voi: dentro un biennio,
benché avvezzo con Verre, i furti
vostri
non conterebbe il Correttor d’Erennio.
Oh vergogna, oh
rossor de’ tempi nostri!
I sughi espressi dall’altrui fatiche
servono oggi di balsami, e d’inchiostri.
Credonsi di celar
queste formiche,
ch’han per Febo, e per Clio, seggio, e caverna
il gran rubato alle caverne antiche:
e senza adoperar
staccio, o lanterna
si distingue con breve osservazione,
la farina ch’è vecchia e la moderna.
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