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vv.
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Raro è quel libro,
che non sia un centone
di cose a questo e quel tolte e rapite
sotto il pretesto dell’imitazione.
Aristofano,
Orazio, ove siete ite
anime grandi? Ah per pietate, un poco
fuor de’ sepolcri in questa luce uscite.
Oh con quanta
ragion vi chiamo, e invoco
che se oggi i furti recitar volessi,
Aristofano mio, verresti roco.
Orazio, e tu se
questi Autor leggessi,
oh come grideresti: Or sì che ai panni
gli stracci illustri son cuciti spessi.
Che non badando
al variar degli anni,
colla porpora Greca, e la Latina,
fanno vestiti da secondi Zanni
gl’Imitatori
in quest’età meschina,
che battezzasti già Pecore serve,
chiameresti uccellacci di rapina.
Delle cose già
dette ognun si serve;
non già per imitarle, ma di peso
le trascrivon per sue, penne proterve.
E questa gente a
travestirsi ha preso,
perché ne’ propri cenci ella s’avvede,
che in Pindo le saria l’andar conteso.
Per vivere
immortal dansi alle prede,
senza pena temer gl’ingegni accorti;
che per vivere il furto si concede.
Né senza questo
ancora han tutti i torti:
né s’apprezzano i vivi, e non si citano,
e passan solo le autorità dei morti.
E se citati son,
gli scherni irritano,
né s’han per penne degne, e teste gravi
quei, che su i Testi vecchi non s’aitano.
Povero Mondo mio,
sono tuoi bravi
chi svaligia il compagno, e chi produce
le sentenze furate ai padri, agli avi:
e nelle stampe
sol vive, e riluce
chi senza discrezion truffa, e rubacchia,
e chi le carte altrui spoglia, e traduce.
Quindi taluno
insuperbisce, e gracchia,
che, s’avesse a depor le penne altrui,
resterebbe d’Esopo la cornacchia.
Stampansi i
versi, e non si sa da cui;
e sebbene alla moda ogn’un li guarda,
si rinfaccian tra lor: Tu fosti: Io fui.
Per i moderni la
fama è infingarda,
per gli antichi non ha stanchezza alcuna;
ogni accento, ogni peto è una bombarda.
La Fama è in
somma un colpo di fortuna:
Burchiello, e Jacopone hanno il commento,
cotanto il mondo è regolato a luna:
e sono ognor
cento bestiacce, e cento,
che sol ne’ libri altrui dall’anticaglia
del saper, del valor fanno argomento.
Ama questa
vanissima canaglia
i rancidumi; e in Pindo mai non beve,
se di vieto non sa l’onda castaglia.
Nessuno stile è
ponderoso e greve,
se tarlate e stantie non ha le forme,
e gli dan vita momentanea e leve.
Non biasmo già,
che per esempi, e norme
prendi il Lazio, e la Grecia; anch’io divoto
le lor memorie adoro, e bacio l’orme.
Dico di quei, che
sol di fango e loto,
usan certi modacci alla dantesca,
e speran di fuggir la man di Cloto.
Di barbarie
servile e pedantesca
la di lor Poesia cotanto è carca,
ch’è assai più dolce una canzon tedesca.
Ma qui il mio
ciglio molto più s’inarca:
non è con loro alcuna voce etrusca,
se non è nel Boccaccio, o nel Petrarca;
e mentre vanno di
parlare in busca,
i toscani mugnai legislatori,
gli trattano da porci con la Crusca.
Usan cotanti
scrupoli, e rigori
sopra una voce, e poi non si vergognano
di mille sciocchi e madornali errori.
Sotto le stampe
va ciò che si sognano,
senza che si riveda, e che si emendi,
perché solo a far grosso il libro agognano.
E se un’opera
loro in man tu prendi,
mentre il jam satis ritrovar
vorresti,
vedi per tutto il Quidlibet audendi.
Sotto nomi
speciosi, e manti onesti,
per occultar le presunzion ventose,
porta in fronte ogni libro i suoi protesti.
Chi dice, che
scorrette, e licenziose
andavan le sue figlie, e perciò vuole
maritarle co’ torchi, e farle spose.
Un altro poscia
si lamenta, e duole,
che un amico gli tolse la scrittura,
e l’ha contro sua voglia esposta al sole.
Quell’empiamente
si dichiara, e giura,
che visti i parti suoi stroppiati, e offesi,
per paterna pietà ne tolse cura.
Questi, che per
diletto i versi ha presi
per sottrarsi dal sonno i giorni estivi,
e ch’ha fatto quel libro in quattro mesi.
Oh che scuse
affettate! oh che motivi!
Son figlie d’ambizion queste modestie;
perché ti stimi assai, così tu scrivi.
Ma peggio v’è:
con danni, e con molestie
s’ascoltan negli studi, e ne’ collegi
legger al mondo umanità le bestie.
Stolidezza de’
principi, e de’ regi,
che senza distinzion mandano al pari
cogl’ingegni plebei gl’ingegni egregi.
Qual maraviglia è
poi, che non s’impari?
Se i maestri son bufali ignoranti,
che possono insegnare agli scolari?
E son forzati i
miseri studianti
di Quintiliano in cambio, e di Gorgìa
sentir ragghiare in cattedra i pedanti.
Da questo avvien,
ch’Euterpe, e che Talìa
sono state stroppiate: ognun presume
in Pindo andar senza saper la via:
che delle scorte
loro al cieco lume
mentre van dietro, d’Aganippe in vece
son condotti di Lete in riva al fiume.
Di questi sì, che
veramente lece
affermar come io lessi in un capitolo
ch’han le lettre attaccate con la pece.
Io non voglio
svoltar tutto il gomitolo
di certi cervellacci pellegrini,
che studian solamente a far il titolo;
onde i lor libri
con quei nomi fini
a prima vista sembran titolati;
esaminati poi, son contadini.
Né potendo
aspettar d’esser lodati
dal giudizio comune, escono alteri
da Sonetti e Canzoni accompagnati:
e n’empion da sè
stessi i fogli interi
sotto nome d’Incognito, e d’Incerto,
e si dan de’ Virgilj e degli Omeri.
V’è poi talun,
ch’avendo l’occhio aperto,
rifiuta i primi parti co’ secondi,
e così da un error l’altro è scoperto.
Ma non so se più
matti, o se più tondi,
se sian nel fare i libri, o dedicarli,
se più di errori, o adulazion fecondi.
Di tempo, o di
destin più non si parli:
la colpa è lor, se non sapendo leggere,
servon per esca ai ragnateli, ai tarli.
Lor, non l’età,
bisogneria correggere:
che in vece di lodar i Tolomei
fanno i poemi a quei, che non san reggere.
E insino i
battilani, e i figulei
comprano da costor per quattro giuli
titol di Mecenati e, Semidei.
Un poeta non c’è
che non aduli:
e col Samosateno, e con il Ceo
si mettono a cantar gli asini, e i muli.
Con poche monete
un uom plebeo,
degno d’esser cantato in archiloici,
fa di sé rimbombar l’Ebro, e ’l Peneo.
Ch’è dei Cinici
ad onta, e degli Stoici,
senza temer le lingue de’ Satirici,
s’inalzano i Tiberj in versi eroici:
egualmente da tragici,
e da lirici
si fanno celebrare, e Claudio, e Vaccia,
e v’è chi per un pan fa penegirici,
a fabbricare
elogi ognun si sbraccia,
e infino gli scolar s’odon da Socrati
i Tiranni adulare a faccia a faccia.
In lodar la virtù
son tutti Arpocrati:
e di Busiri poi per
avarizia
i Policrati scrivono e gli Isocrati.
Termine mai non
ha questa malizia;
e dietro a Glauco, per empir la pancia,
tessono encomi insino all’ingiustizia.
Se vivesse colui,
che la bilancia
non ben certa d’Astrea ridusse uguale,
a quanti sgraffieria gli occhi, e la guancia?
Non vi stupite
più, se il gran morale
lusinghieri vi nomini e bugiardi;
e Teocrito, zucche senza sale.
Di Sparta già
quegli animi gagliardi
della città per pubblico partito
scacciarono i cuochi e voi per infingardi:
e ciò con gran
ragion fu stabilito,
perché se quegli incitano il palato,
attendon questi a lusingar l’udito.
L’istesso Omer
dall’attico senato,
de’ poeti il maestro, il padre, il Dio,
fu tenuto per pazzo e condannato.
Oh risorgesse
Atene al secol mio,
che seppe già con adequata pena
a i Demágori far pagare
il fio!
Loda i Tersiti
Favorino , e a pena
ai principi moderni un figlio nasce,
che in augurj i cantor stancan la vena.
Quando Cintia
falciata in ciel
rinasce
ha da servir per cuna; e col zodiaco
hanno insieme le zone a far le fasce.
Quanti dal
Messicano al Egiziaco
fiumi nobili son, quanti il Gangetico
lido ne spinge al mar, quanti il Siriaco;
tant’invitando va
l’umor Poetico.
a battezzar talun, che per politica
cresce, e vive ateista, e muore eretico.
E canta in vece
di adoprar la critica,
ch’ei porterà la trionfante croce
dalla terra giudea per la menfitica.
Che dalla Tule
alla Tirintia foce,
reciderà le redivive teste
dall’eresia crescente all’idra atroce.
Che tralasciata
la magion celeste
ricalcheran gli abbondanti calli,
con Astrea le virtù
profughe e meste.
Per innalzar a un
Re statue, e cavalli
hanno fatto insino un certo letterato
sudare i fuochi a liquefar metalli;
e un altro per
lodar certo soldato,
dopo aver detto - è un Ercole secondo, -
ed averlo ad un Marte assomigliato;
non parendogli
aver toccato il fondo
soggiunse, e pose un po’ di più sù la mira:
ai bronzi tuoi serve di palla il mondo.
Oh gran
bestialità! come delira
l’umana mente! né a guarirla basta
quant’elleboro nasce in Anticira.
Divina Verità,
quanto sei guasta,
da questi scioperati animi indegni,
che del falso, e del ver fanno una pasta.
Predican per
Atlanti, e per sostegni
della terra cadente uomini tali
che son rovine poi di stati, e regni,
se un principe
s’ammoglia, oh quanti oh quali
si lasciano veder subito in frotta
epitalamj e cantici nuziali!
Ogni Poema poi
mostra interrotta
di qualche grande la genealogia
dipinta in qualche scudo, o in qualche grotta.
E quel che fa
spiccar questa pazzia
è che la razza effigiata e scolta
dichiaran sempre i maghi in profezia.
Ma se in costoro
ogni virtute accolta
come dite, o Poeti; ond’è che ogn’uno
vi mira ignudi e lamentarvi ascolta?
Se senza aita
ogni scrittor digiuna
piange, questi non han virtute; ovvero
quel Letterato e querulo, o importuno.
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