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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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595. Er confessore

 

«Padre...». «Dite il confiteor». «L’ho ddetto».
«L’atto di contrizione?» «Ggià l’ho ffatto».
«Avanti dunque». «Ho ddetto cazzo-matto
a mmimarito, e jj’ho arzato1 un grossetto».2

 

«Poi?» «Pe una pila che mme róppe3 er gatto
je disse for de : “Ssimmaledetto”;
e è ccratura de Ddio!». «C’è altro?» «Tratto
un giuvenotto e cce ita a lletto.

 

«E llí ccosa è ssucesso?» «Un po’ de tutto.
«Cioè? Sempre, m’immagino, pel dritto».
«Puro a rriverzo...». «Oh che peccato brutto!

 

Dunque, in causa di questo giovanotto,
tornate, figlia, cor cuore trafitto,
domani, a casa mia, verso le otto».

 

Roma, 17 dicembre 1832 - Der medemo

 




1 Alzare, per «rubare».

2 Mezzo paolo d’argento.

3 Ruppe.

 

 






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