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Scrittura e inerranza
Queste stesse cose gioverà applicarle anche
alle altre scienze affini, specialmente alla storia. E' da deplorarsi, infatti,
come vi siano molti che investigano e portano a conoscenza, anche con grandi
fatiche, monumenti dell'antichità, costumi e istituzioni di gente antica e
altre testimonianze del genere. ma il più delle volte con l'intento di scoprire
errori nel Libri sacri, per riuscire ad infirmarne e a scuoterne l'autorità. E
ciò taluni fanno con animo accanitamente ostile e con giudizio non abbastanza
equo, poiché, trattandosi di libri profani e di antichi monumenti, tale è la
fiducia che vi prestano, da escludersi persino ogni sospetto di errore. mentre
negano una almeno pari fiducia alle sacre Scritture, anche per una sola
parvenza di errore, neppure debitamente provata. E certamente possibile che
nella trascrizione dei codici qualcosa abbia potuto essere riportata meno
rettamente, il che è da giudicarsi con ponderatezza e non da ammettersi tanto
facilmente, se non in quei passi ove ciò sia
stato debitamente dimostrato. E' anche
possibile che rimanga ancora incerto il senso preciso di qualche passo, e per
delucidarlo saranno di grande aiuto le migliori regole dell'interpretazione. Ma
non è assolutamente permesso o restringere l'ispirazione soltanto ad alcune
parti della sacra Scrittura, o ammettere che lo stesso autore sacro abbia
errato. Infatti non è ammissibile il metodo di coloro che risolvono queste
difficoltà non esitando a concedere che l'ispirazione divina si estenda alle
cose riguardanti la fede e i costumi, e nulla più, stimando erratamente che,
trattandosi del vero senso dei passi scritturali, non tanto sia da ricercarsi
quali cose abbia detto Dio, quanto piuttosto il soppesare il motivo per cui le
abbia dette. Infatti tutti i libri e nella loro integrità, che la chiesa riceve
come sacri e canonici, con tutte le loro parti, furono scritti sotto
l'ispirazione dello Spirito Santo, ed è perciò tanto impossibile che la divina
ispirazione possa contenere alcun errore, che essa, per sua natura, non solo
esclude anche il minimo errore, ma lo esclude e rigetta così necessariamente,
come necessariamente Dio, somma verità, non può essere nel modo più assoluto
autore di alcun errore.
Tale è l'antica e costante fede della chiesa,
definita anche con solenne sentenza dai concili Fiorentino e Tridentino, e
confermata infine e dichiarata più espressamente nel concilio Vaticano che in
modo assoluto così decretò: "Bisogna ritenere come sacri e canonici i
libri interi dell'Antico e del Nuovo Testamento con tutte le loro parti, come
vengono recensiti dal decreto dello stesso concilio [Tridentino] e quali
si hanno nell'antica edizione volgata latina. E la chiesa li ritiene come sacri
e canonici, non per il motivo che, composti dal solo ingegno umano, siano poi
stati approvati dalla sua autorità, e neppure per il semplice fatto che
contengono la rivelazione senza errore, ma perché, essendo stati scritti sotto
l'ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore". Perciò non
ha qui valore il dire che lo Spirito Santo abbia preso degli uomini come
strumenti per scrivere, come se qualche errore sia potuto sfuggire non
certamente all'autore principale, ma agli scrittori ispirati. Infatti egli
stesso così li stimolò e li mosse a scrivere con la sua virtù soprannaturale,
così li assisté mentre scrivevano, di modo che tutte quelle cose e quelle sole
che egli voleva, le concepissero rettamente con la mente, e avessero la volontà
di scrivere fedelmente e le esprimessero in maniera atta con infallibile
verità: diversamente non sarebbe egli stesso l'autore di tutta la sacra
Scrittura. Questo sempre ritennero i santi padri: "Dunque - dice
sant'Agostino -, dal momento che essi scrissero ciò che egli mostrava e
diceva, in nessun modo può dirsi che non sia stato lui a scrivere, quando le
sue membra operano ciò che conobbero sotto la parola del capo". E san
Gregorio Magno dice: "E' davvero vano il voler cercare chi abbia
scritto tali cose, quando fedelmente si creda che autore del libro è lo Spirito
Santo. Scrisse dunque tali cose chi le dettò perché si scrivessero; scrisse
colui che anche nell'opera di quello, fu l'ispiratore". Ne viene di
conseguenza che coloro che ammettessero che nei luoghi autentici dei sacri
Libri possa trovarsi alcun errore, costoro certamente o pervertono la nozione
cattolica della divina ispirazione o fanno Dio stesso autore dell'errore. Tutti
i padri e dottori erano talmente persuasi che le divine Lettere, quali furono
composte dagli agiografi, sono assolutamente immuni da ogni errore, che non
pochi di quei passi che sembrano presentare qualcosa di contrario e di
dissimile (e cioè quasi i medesimi che ora vengono proposti come obiezioni
sotto il nome della nuova scienza) cercarono non meno sottilmente che
religiosamente di comporli e conciliarli tra loro, professando all'umanità che
quei libri, sia interi sia nelle loro singole parti, erano in pari grado
divinamente ispirati e che Dio stesso, che parlò per mezzo dei sacri autori,
non poté affatto ispirare alcunché di alieno dalla verità. Valga per tutti ciò
che lo stesso Agostino scriveva a Girolamo: "Io, infatti, confesso alla
tua benevolenza che soltanto al libri delle Scritture, che già vengono chiamati
canonici, ho imparato a prestare una tale venerazione e onore, da credere
fermissimamente che nessuno dei loro autori abbia commesso errore alcuno nello
scrivere. Qualora poi, mi imbattessi in essi in qualche cosa che sembrasse
contrario alla verità, non avrò il minimo dubbio che ciò dipenda o dal codice
difettoso, o dal traduttore che non ha interpretato rettamente ciò che fu
scritto, o che la mia mente non è arrivata a capire".
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