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Vincenzo Paglia
Vescovo di Terni-Narni-Amelia
Il vescovo e la vita consacrata

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  • Riscoperta della chiesa locale
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Riscoperta della chiesa locale

C’è da considerare anzitutto la valorizzazione data alla Chiesa locale dal Vaticano II. All’interno della ecclesiologia di comunione, la Chiesa locale acquisisce una singolare rilevanza che prima non aveva. Lo stesso vescovo, irrobustito con la dottrina circa la sacramentalità dell’episcopato, assume una centralità nuova sia nella Chiesa universale che nella Diocesi. Le conseguenze pastorali sono evidenti: il vescovo diviene anche il centro della organizzazione della pastorale della Chiesa locale. Ebbene, mentre cresceva, anche nella coscienza dei presuli, questa centralità della Chiesa locale, nel versante della vita religiosa, assieme a prospettive di rinnovamento, si manifestavano situazioni gravi di crisi, le quali non di rado si ripercuotevano all’interno della vita delle diocesi. Non era difficile che il vescovo, rivendicando la centralità della Diocesi nella organizzazione della pastorale, entrasse in rotta di collisione con religiosi e religiose che sottolineavano o rivendicavano l’autonomia del loro carisma.

Gli anni del dopo-Concilio, assieme ad esaltanti innovazioni, videro anche il moltiplicarsi di queste tensioni. L’occasione del decimo anniversario della promulgazione dei Decreti Christus Dominus e Perfectae caritatis, spinse la Congregazione per i Vescovi e quella per i Religiosi a indire un’assemblea congiunta per riflettere, appunto, sul rapporto tra vescovi e religiosi. Fu redatto il noto documentoMutuae Relationes” (1978),  un testo che di fatto rappresenta la sintesi più completa attorno al nostro tema. In effetti, le tesi qui sostenute sono passate quasi integralmente nel nuovo codice di Diritto Canonico. C’è stato poi il Sinodo straordinario dei Vescovi del 1994, con il documentoEsortazione Apostolica post-sinodale circa la vita religiosa e la sua missione nella Chiesa e nel mondo”, ma, di fatto, non aggiunse novità particolari. Anche il Sinodo attuale sui vescovi ha registrato alcuni interventi su questo tema senza tuttavia andare oltre quanto è stato già detto.

Non mi addentro nell’esame teologico-giuridico di questi documenti, per coglierne unicamente il principio generale che è, in sintesi, è il seguente: resta saldo il valore di segno della vita religiosa per la Chiesa universale, ma lo si realizza di fatto nella Chiesa locale, poiché è in essa che si raccoglie concretamente il popolo di Dio. Riporto alcune parole di Giovanni Paolo II rivolte ai Superiori generali che chiariscono bene questo principio: “Ovunque vi troviate, nel mondo, voi siete con la vostra vocazione per la Chiesa universale attraverso la vostra missione in una Chiesa locale. Quindi la vostra vocazione per la Chiesa universale si realizza entro le strutture della Chiesa locale. Bisogna fare di tutto affinché la vita consacrata si sviluppi nelle singole Chiese locali, affinché contribuisca all’edificazione spirituale di esse, affinché costituisca la loro particolare forma. L’unità della Chiesa universale attraverso la Chiesa locale: ecco la vostra via” (24 nov. 1978). Questo porta a dire che i religiosi-religiose non potrebbero esprimere il loro valore di segno del Regno se non fossero presenti in una Chiesa locale, ossia in un contesto storico preciso. Ed in effetti, la Chiesa si realizza in un determinato contesto sociale, con una sua storia e una sua cultura. Ed è in quella terra che bisogna comunicare il Vangelo e testimoniare l’amore del Signore. Don Angelo Viganò, commentando il principio sopraesposto, diceva: “La Chiesa particolare diventa l’amore di Dio “qui” e “ora” per questa gente. Se questa è la funzione della Chiesa particolare, è certo che i religiosi devono conoscere meglio la sua realtà per essere costruttori attivi dell’unità e non isole di privilegio. Per la maggior parte dei religiosi la Chiesa particolare è l’orizzonte abituale del loro lavoro, il gruppo umano in cui diventare segno di felicità del seguire Cristo, il luogo in cui vivere tutta la vita, lo spazio storico in cui realizzare la missione” (nota a p 46 L’apostolato dei religiosi).

C’è una profonda verità nel principio del radicamento nella “località”. E’ la via per evitare il rischio di essere una “isola di privilegio”. In tal senso, il passaggio conciliare è stato decisivo per richiamare tutti, vescovi sacerdoti religiosi religiose e laici, alla importanza della “località”, ossia all’annuncio del  Vangelo in una terra precisa inserendosi altresì nella comunità ecclesiale che vive. Faccio un piccolo esempio. Negli anni ’70, durante il Convegno della Diocesi di Roma, promosso dal Card. Vicario, Ugo Poletti, sui “Mali di Roma”, molti pretendevano che i religiosi vendessero e abbandonassero le loro case perché creavano scandalo rispetto alla povertà di tanti. Così dicevano e scrivevano. Non c’è dubbio che qualcosa bisognasse modificare rispetto alla precedente situazione. La Comunità di Sant’Egidio intraprese un’altra strada. Preparò una lettera che fece vedere a molti religiosi di Roma con la quale non si chiedeva ai religiosi di vendere bensì di aprire le loro case alla gente. Molti religiosi la firmarono, e fu portata al convegno. Qual era l’intento? I religiosi e le religiose presenti a Roma, anche nelle case generalizie, dovevano legarsi di più alla vita della città nella quale vivevano, dovevano avere rapporti più evidenti e più forti con la Chiesa della città. Questa lettera ebbe un notevole impatto sulla diocesi, e sugli stessi religiosi, mostrando la necessità di un rapporto più stretto dei religiosi-religiose con il luogo ove vivono.

E’ un esempio piccolo, ma significativo su come fosse necessario instaurare un rapporto più diretto tra il mondo dei religiosi e le realtà locali nelle quali essi vivevano. Non mi dilungo a sottolineare gli altri motivi che rendono ragione di tale inserimento. Penso alla stessa riforma liturgica che esorta ad unirsi tutti alle celebrazioni diocesane presiedute dal vescovo centro della Chiesa locale. Ed anche la riorganizzazione della pastorale era un motivo per spingere i religiosi ad inserirsi nel cosiddetto programma pastorale. Del resto era opinione comune, soprattutto dei pastoralisti, che senza una seria, organica e meticolosa programmazione fosse impossibile comunicare il Vangelo. Le conseguenze le conoscete tutti. Molti religiosi e molte religiose si sono impegnati nella vita delle diocesi portando una arricchimento considerevole alla pastorale. Direi, anzi, che senza tale apporto la gran parte delle diocesi del mondo cadrebbe in una crisi organizzativa gravissima. E non parlo, poi, della ricchezza che la vita consacrata apporta alla Chiesa locale con il suo carisma proprio, anche quando non è inserito nelle strutture della pastorale ordinaria. Ma queste considerazioni voi tutti le conoscete molto meglio di me. E sapete anche che i religiosi e le religiose sono spessissimo a tal punto presi dalla vita diocesana da spingere alcuni a guardare con diffidenza un impegno che va a scapito del proprio carisma. Non parlo poi dell’istituto giuridico della “esenzionecanonica, divenuta sempre più una astrazione teorica. In sintesi, si può affermare che dal Concilio in avanti i religiosi e le religiose si sono sempre più legati alla vita delle singole diocesi.

 




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