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Riscoperta della chiesa locale
C’è da considerare anzitutto la
valorizzazione data alla Chiesa locale dal Vaticano II. All’interno della
ecclesiologia di comunione, la Chiesa locale acquisisce una singolare rilevanza
che prima non aveva. Lo stesso vescovo, irrobustito con la dottrina circa la
sacramentalità dell’episcopato, assume una centralità nuova sia nella Chiesa
universale che nella Diocesi. Le conseguenze pastorali sono evidenti: il
vescovo diviene anche il centro della organizzazione della pastorale della
Chiesa locale. Ebbene, mentre cresceva, anche nella coscienza dei presuli,
questa centralità della Chiesa locale, nel versante della vita religiosa,
assieme a prospettive di rinnovamento, si manifestavano situazioni gravi di
crisi, le quali non di rado si ripercuotevano all’interno della vita delle
diocesi. Non era difficile che il vescovo, rivendicando la centralità della
Diocesi nella organizzazione della pastorale, entrasse in rotta di collisione
con religiosi e religiose che sottolineavano o rivendicavano l’autonomia del loro
carisma.
Gli anni del dopo-Concilio, assieme ad
esaltanti innovazioni, videro anche il moltiplicarsi di queste tensioni.
L’occasione del decimo anniversario della promulgazione dei Decreti Christus
Dominus e Perfectae caritatis, spinse la Congregazione per i Vescovi
e quella per i Religiosi a indire un’assemblea congiunta per riflettere,
appunto, sul rapporto tra vescovi e religiosi. Fu redatto il noto documento
“Mutuae Relationes” (1978), un testo
che di fatto rappresenta la sintesi più completa attorno al nostro tema. In
effetti, le tesi qui sostenute sono passate quasi integralmente nel nuovo
codice di Diritto Canonico. C’è stato poi il Sinodo straordinario dei Vescovi
del 1994, con il documento “Esortazione Apostolica post-sinodale circa la vita
religiosa e la sua missione nella Chiesa e nel mondo”, ma, di fatto, non
aggiunse novità particolari. Anche il Sinodo attuale sui vescovi ha registrato
alcuni interventi su questo tema senza tuttavia andare oltre quanto è stato già
detto.
Non mi addentro nell’esame
teologico-giuridico di questi documenti, per coglierne unicamente il principio
generale che è, in sintesi, è il seguente: resta saldo il valore di segno della
vita religiosa per la Chiesa universale, ma lo si realizza di fatto nella
Chiesa locale, poiché è in essa che si raccoglie concretamente il popolo di
Dio. Riporto alcune parole di Giovanni Paolo II rivolte ai Superiori generali
che chiariscono bene questo principio: “Ovunque vi troviate, nel mondo, voi
siete con la vostra vocazione per la Chiesa universale attraverso la vostra
missione in una Chiesa locale. Quindi la vostra vocazione per la Chiesa
universale si realizza entro le strutture della Chiesa locale. Bisogna fare di
tutto affinché la vita consacrata si sviluppi nelle singole Chiese locali,
affinché contribuisca all’edificazione spirituale di esse, affinché costituisca
la loro particolare forma. L’unità della Chiesa universale attraverso la Chiesa
locale: ecco la vostra via” (24 nov. 1978). Questo porta a dire che i
religiosi-religiose non potrebbero esprimere il loro valore di segno del Regno
se non fossero presenti in una Chiesa locale, ossia in un contesto storico
preciso. Ed in effetti, la Chiesa si realizza in un determinato contesto
sociale, con una sua storia e una sua cultura. Ed è in quella terra che bisogna
comunicare il Vangelo e testimoniare l’amore del Signore. Don Angelo Viganò,
commentando il principio sopraesposto, diceva: “La Chiesa particolare diventa
l’amore di Dio “qui” e “ora” per questa gente. Se questa è la funzione della
Chiesa particolare, è certo che i religiosi devono conoscere meglio la sua
realtà per essere costruttori attivi dell’unità e non isole di privilegio. Per
la maggior parte dei religiosi la Chiesa particolare è l’orizzonte abituale del
loro lavoro, il gruppo umano in cui diventare segno di felicità del seguire
Cristo, il luogo in cui vivere tutta la vita, lo spazio storico in cui
realizzare la missione” (nota a p 46 L’apostolato dei religiosi).
C’è una profonda verità nel principio
del radicamento nella “località”. E’ la via per evitare il rischio di essere
una “isola di privilegio”. In tal senso, il passaggio conciliare è stato
decisivo per richiamare tutti, vescovi sacerdoti religiosi religiose e laici,
alla importanza della “località”, ossia all’annuncio del Vangelo in una terra precisa inserendosi
altresì nella comunità ecclesiale che lì vive. Faccio un piccolo esempio. Negli
anni ’70, durante il Convegno della Diocesi di Roma, promosso dal Card.
Vicario, Ugo Poletti, sui “Mali di Roma”, molti pretendevano che i religiosi
vendessero e abbandonassero le loro case perché creavano scandalo rispetto alla
povertà di tanti. Così dicevano e scrivevano. Non c’è dubbio che qualcosa
bisognasse modificare rispetto alla precedente situazione. La Comunità di Sant’Egidio
intraprese un’altra strada. Preparò una lettera che fece vedere a molti
religiosi di Roma con la quale non si chiedeva ai religiosi di vendere bensì di
aprire le loro case alla gente. Molti religiosi la firmarono, e fu portata al
convegno. Qual era l’intento? I religiosi e le religiose presenti a Roma, anche
nelle case generalizie, dovevano legarsi di più alla vita della città nella
quale vivevano, dovevano avere rapporti più evidenti e più forti con la Chiesa
della città. Questa lettera ebbe un notevole impatto sulla diocesi, e sugli
stessi religiosi, mostrando la necessità di un rapporto più stretto dei
religiosi-religiose con il luogo ove vivono.
E’ un esempio piccolo, ma
significativo su come fosse necessario instaurare un rapporto più diretto tra
il mondo dei religiosi e le realtà locali nelle quali essi vivevano. Non mi
dilungo a sottolineare gli altri motivi che rendono ragione di tale
inserimento. Penso alla stessa riforma liturgica che esorta ad unirsi tutti
alle celebrazioni diocesane presiedute dal vescovo centro della Chiesa locale.
Ed anche la riorganizzazione della pastorale era un motivo per spingere i
religiosi ad inserirsi nel cosiddetto programma pastorale. Del resto era
opinione comune, soprattutto dei pastoralisti, che senza una seria, organica e
meticolosa programmazione fosse impossibile comunicare il Vangelo. Le
conseguenze le conoscete tutti. Molti religiosi e molte religiose si sono
impegnati nella vita delle diocesi portando una arricchimento considerevole
alla pastorale. Direi, anzi, che senza tale apporto la gran parte delle diocesi
del mondo cadrebbe in una crisi organizzativa gravissima. E non parlo, poi,
della ricchezza che la vita consacrata apporta alla Chiesa locale con il suo
carisma proprio, anche quando non è inserito nelle strutture della pastorale
ordinaria. Ma queste considerazioni voi tutti le conoscete molto meglio di me.
E sapete anche che i religiosi e le religiose sono spessissimo a tal punto
presi dalla vita diocesana da spingere alcuni a guardare con diffidenza un
impegno che va a scapito del proprio carisma. Non parlo poi dell’istituto
giuridico della “esenzione” canonica, divenuta sempre più una astrazione
teorica. In sintesi, si può affermare che dal Concilio in avanti i religiosi e
le religiose si sono sempre più legati alla vita delle singole diocesi.
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