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Vincenzo Paglia
Vescovo di Terni-Narni-Amelia
Il vescovo e la vita consacrata

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  • Per una nuova universalità
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Per una nuova universalità

 

E’ persino ovvio affermare che tutto ciò è stato, ed è, un bene per la Chiesa intera, come pure per le Chiese locali e per la stessa vita religiosa. Ma c’è a mio avviso un passo ulteriore da compiere. E lo avvio ponendo qualche interrogativo. Tenuta ben salda la dottrina sulla Chiesa locale, conquista preziosa del Vaticano II, non è necessario, oggi, superare il rischio di irrigidimenti localistici? Insomma la “località”, non ha rischiato di trasformarsi in “localismo”? In un mondo globalizzato, divenuto un “villaggio globale”, non si deve ripensare anche il senso della “località” e, comunque, riaccentuare la dimensione della universalità? Se questo è vero, come credo, si evita l’equivoco, spesso presente, di identificare la “ecclesialità della vita consacrata” con la “diocesanità”. Non mi fermo, a denunciare la tentazione di scambiare la programmazione pastorale con un generale livellamento all'interno del piano dell’organizzazione. Molti, troppi operatori pastorali sacrificano sull’altare della organizzazione la libertà evangelica, rischiando di trasformare diocesi e parrocchie in grandi o piccole aziende, le quali tutte debbono essere monolitiche e compatte. Il cardinale Ratzinger, ben più autorevole del sottoscritto, pronunciò queste parole in un convegno sui movimenti: “Occorre che si dica chiaramente anche alle chiese locali, anche ai vescovi, che non è loro consentito indulgere ad alcuna pretesa d’uniformità assoluta nelle organizzazioni e programmazioni pastorali. Non possono far assurgere i loro progetti pastorali a pietra di paragone di quel che allo Spirito Santo è consentito operare: di fronte a mere progettazioni umane può accadere che le chiese si rendano impenetrabili allo Spirito di Dio, alla forza di cui esse vivono. Non è lecito pretendere che tutto debba inserirsi in una determinata organizzazione dell’unità; meglio meno organizzazione e più Spirito Santo! Soprattutto non si può sostenere un concetto di comunione in cui il valore pastorale supremo consista nell’evitare conflitti. La fede è sempre anche spada e può esigere proprio il conflitto per amore di verità e di carità (cfr. Mt 10, 34). Un progetto di unità ecclesiale in cui i conflitti fossero liquidati a priori come polarizzazione e la pace interna  fosse ottenuta a prezzo della rinuncia alla totalità della testimonianza, ben presto si rivelerebbe illusorio”. Sono parole forti che ci portano a considerare con serietà il rischio di prendere in ostaggio il Vangelo con le catene della cosiddetta programmazione pastorale. Quanto tempo si perde  per parlare, in commissioni, in incontri, in dibattiti, molti dei quali si fermano ai problemi organizzativi interni della Chiesa. Bene ha fatto il card. Ratzinger nel suo intervento al Sinodo dei Vescovi, a ricordare che è necessario parlare più di Dio e meno dei problemi della Chiesa.

L’orizzonte della globalizzazione suggerisce un colore nuovo al rapporto tra vescovi e vita religiosa. Non sono cambiati i punti di riferimento teorici. Tuttavia mi pare emerga chiara la necessità di una accentuazione della dimensione della universalità nella vita della Chiesa, anche dentro le Chiese locali. Del resto, potrei aggiungere, anche i vescovi forse debbono anch’essi riscoprire maggiormente la responsabilità universale che viene loro dal  sacramento dell’Ordine e dall’inserimento nel collegio episcopale. Insomma, se in passato era necessario attrarre i religiosi verso la Chiesa locale, è giunto ora il momento che i religiosi ritrovino più robustamente la loro forza carismatica che li proietta oltre i confinilocali”. Direi, anzi, che diviene compito degli stessi vescovi chiedere ai religiosi di essere più religiosi, di dare cioè più spazio al loro carisma, di mostrare con maggiore evidenza la bellezza della vita fraterna, di manifestare ben più chiaramente la profezia della povertà, la libertà dell’obbedienza, lo scandalo della verginità, la passione per la comunicazione del Vangelo. In una parola, i vescovi debbono esortare i religiosi ad un chiaroduc in altum!”, a “prendere il largo”, ossia a superare confini e chiusure, paure e rassegnazioni, pigrizie e protagonismi.

La Chiesa di oggi ha bisogno di religiosi che mostrino la radicalità del Vangelo. Tutte le chiese locali hanno bisogno di sentirsi dire con maggiore chiarezza che l’orizzonte è il mondo, e non semplicemente i confini della propria diocesi, tanto meno quelli della propria parrocchia o del proprio gruppo. E i religiosi debbono vivere questo carisma di universalità anche all’interno delle Chiese locali. L’area assegnata ai religiosi è il mondo, senza delimitazioni locali. E’ necessario che la vita consacrata se ne riappropri. Dico appositamente riappropriarsene. Non è scontato che avvenga in modo spontaneo e naturale, che sarebbe anche auspicabile. Gli stessi Vescovi, ad esempio, durante il Sinodo sulla vita religiosa, nei loro interventi, quasi mai hanno parlato esplicitamente della “sopradiocesanità”, ossia della universalità della vita consacrata e del legame dei religiosi con il Papa. I religiosi e le religiose, come pure i movimenti, hanno un rapporto con l’apostolicità della Chiesa proprio nella dimensione della universalità. Gli apostoli, all’inizio, non erano legati ad una diocesi, erano appuntoapostoli”, ossia inviati a tutto il mondo. E Paolo non è mai stato vescovo di una determinata località, né mai ha voluto esserlo. Non ha voluto neppure legarsi alla celebrazione di sacramenti. L’unica spartizione che ha fatto la delinea in Galati 2, 9: “Noi – Barnaba ed io – per i pagani; essi – Pietro, Giacomo e Giovanni – per gli ebrei”. Potremmo anche dire che non ha voluto la ricchezza di una Chiesa locale strutturata. Paolo ha organizzato Chiese locali, ma vi ha messo altri a reggerle. Per ha scelto, solamente la povertà della predicazione e la radicalità della testimonianza, rivendicando vigorosamente la sua apostolicità. Ha rinunciato anche a quel che era lecito, potremmo dire, pur di mostrare l’urgenza della comunicazione del Vangelo, come disse: “Guai a me se non evangelizzo”. Non voleva avere e dire null’altro che il Vangelo. E solo con il Vangelo voleva cambiare il mondo.

Mi chiedo quindi: non deve forse tornare più vigoroso in mezzo ai religiosi/e l’apostolo Paolo? Non dobbiamo rimettere alla sommità delle nostre preoccupazioni la comunicazione del Vangelo? Scusatemi: meno consigli pastorali e più testimonianza; meno piani pastorali e più vita apostolica! In questo tempo nuovo, la dimensionepetrina” della Chiesa, quella che emerge con molta chiarezza nell’attuale ministero episcopale, deve essere accompagnata più robustamente da quella “paolina”, ossia dalla tensione alla missione, dalla radicalità della fede, dalla creatività della testimonianza, dalla universalità dell’orizzonte. Non dobbiamo lasciare intristire il ministero della successione apostolica nel solo servizio alla località perdendo di vista l’universalità del mandato di Cristo. Cito ancora il cardinale Ratzinger: “Per dirla in termini drastici: nel concetto di successione apostolica è insito un qualcosa che trascende il ministero ecclesiastico puramente locale. La successione apostolica non può mai esaurirsi in questo. L’elemento universale, che va oltre i servizi da rendere alle chiese locali, resta una necessità imprescindibile”. Ed io aggiungo che resta particolarmente necessaria all’inizio di questo nuovo millennio. Il Documento della CEI per il prossimo decennio, opportunamente, sottolinea (n.43) l’urgenza di una “missione senza confini” che traversa la Chiesa sia “ad intra” che “ad extra”.

L’apostolo Paolo inquieta il perbenismo consumista che si è insinuato anche nella vita religiosa, inquieta un cristianesimo appesantito da strutture e organigrammi; inquieta la nostra sete di protagonismo; inquieta una discepolanza annacquata; inquieta il localismo; inquieta il ripiegamento su di sé. E a partire da ogni singola persona. E' certo questione anche degli istituti religiosi, ma c'è ancor prima una dimensione personale che è assolutamente imprescindibile. La comunicazione del Vangelo richiede una mediazione personale che non può essere saltata. In tal senso, la testimonianza di una vita che mostra la veridicità del Vangelo è decisiva. Sì, la testimonianza personale è decisiva e insostituibile. Non è necessario sapere tutto e fare tutto. E’, invece, indispensabile essere uomini e donne nuovi. L’infiacchimento della missione, anzi, lasciatemi pur dire, la paura della conquista delle persone a Gesù, nasce dall’avarizia e dalla poca generosità, dalla poca fede e dal poco amore per il Signore e per il mondo. Con tristezza si deve dire che la comunicazione del Vangelo traversa una stagione di stasi proprio mentre il mondo sta vivendo un momento difficilissimo e drammatico di transito. Non è solo una esercitazione retorica che, nella Redemptoris Missio, Giovanni Paolo II lamenti una tendenza negativa circa la missione.

 




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