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Per
una nuova universalità
E’ persino ovvio affermare che tutto
ciò è stato, ed è, un bene per la Chiesa intera, come pure per le Chiese locali
e per la stessa vita religiosa. Ma c’è a mio avviso un passo ulteriore da
compiere. E lo avvio ponendo qualche interrogativo. Tenuta ben salda la
dottrina sulla Chiesa locale, conquista preziosa del Vaticano II, non è
necessario, oggi, superare il rischio di irrigidimenti localistici? Insomma la
“località”, non ha rischiato di trasformarsi in “localismo”? In un mondo
globalizzato, divenuto un “villaggio globale”, non si deve ripensare anche il
senso della “località” e, comunque, riaccentuare la dimensione della
universalità? Se questo è vero, come credo, si evita l’equivoco, spesso
presente, di identificare la “ecclesialità della vita consacrata” con la
“diocesanità”. Non mi fermo, a denunciare la tentazione di scambiare la
programmazione pastorale con un generale livellamento all'interno del piano
dell’organizzazione. Molti, troppi operatori pastorali sacrificano sull’altare
della organizzazione la libertà evangelica, rischiando di trasformare diocesi e
parrocchie in grandi o piccole aziende, le quali tutte debbono essere
monolitiche e compatte. Il cardinale Ratzinger, ben più autorevole del
sottoscritto, pronunciò queste parole in un convegno sui movimenti: “Occorre
che si dica chiaramente anche alle chiese locali, anche ai vescovi, che non è
loro consentito indulgere ad alcuna pretesa d’uniformità assoluta nelle
organizzazioni e programmazioni pastorali. Non possono far assurgere i loro
progetti pastorali a pietra di paragone di quel che allo Spirito Santo è
consentito operare: di fronte a mere progettazioni umane può accadere che le
chiese si rendano impenetrabili allo Spirito di Dio, alla forza di cui esse
vivono. Non è lecito pretendere che tutto debba inserirsi in una determinata
organizzazione dell’unità; meglio meno organizzazione e più Spirito Santo! Soprattutto
non si può sostenere un concetto di comunione in cui il valore pastorale
supremo consista nell’evitare conflitti. La fede è sempre anche spada e può
esigere proprio il conflitto per amore di verità e di carità (cfr. Mt 10, 34).
Un progetto di unità ecclesiale in cui i conflitti fossero liquidati a priori
come polarizzazione e la pace interna
fosse ottenuta a prezzo della rinuncia alla totalità della
testimonianza, ben presto si rivelerebbe illusorio”. Sono parole forti che ci
portano a considerare con serietà il rischio di prendere in ostaggio il Vangelo
con le catene della cosiddetta programmazione pastorale. Quanto tempo si
perde per parlare, in commissioni, in
incontri, in dibattiti, molti dei quali si fermano ai problemi organizzativi
interni della Chiesa. Bene ha fatto il card. Ratzinger nel suo intervento al
Sinodo dei Vescovi, a ricordare che è necessario parlare più di Dio e meno dei
problemi della Chiesa.
L’orizzonte della globalizzazione
suggerisce un colore nuovo al rapporto tra vescovi e vita religiosa. Non sono
cambiati i punti di riferimento teorici. Tuttavia mi pare emerga chiara la
necessità di una accentuazione della dimensione della universalità nella vita
della Chiesa, anche dentro le Chiese locali. Del resto, potrei aggiungere,
anche i vescovi forse debbono anch’essi riscoprire maggiormente la
responsabilità universale che viene loro dal
sacramento dell’Ordine e dall’inserimento nel collegio episcopale.
Insomma, se in passato era necessario attrarre i religiosi verso la Chiesa locale,
è giunto ora il momento che i religiosi ritrovino più robustamente la loro
forza carismatica che li proietta oltre i confini “locali”. Direi, anzi, che
diviene compito degli stessi vescovi chiedere ai religiosi di essere più
religiosi, di dare cioè più spazio al loro carisma, di mostrare con maggiore
evidenza la bellezza della vita fraterna, di manifestare ben più chiaramente la
profezia della povertà, la libertà dell’obbedienza, lo scandalo della
verginità, la passione per la comunicazione del Vangelo. In una parola, i
vescovi debbono esortare i religiosi ad un chiaro “duc in altum!”, a “prendere
il largo”, ossia a superare confini e chiusure, paure e rassegnazioni, pigrizie
e protagonismi.
La Chiesa di oggi ha bisogno di
religiosi che mostrino la radicalità del Vangelo. Tutte le chiese locali hanno
bisogno di sentirsi dire con maggiore chiarezza che l’orizzonte è il mondo, e
non semplicemente i confini della propria diocesi, tanto meno quelli della
propria parrocchia o del proprio gruppo. E i religiosi debbono vivere questo
carisma di universalità anche all’interno delle Chiese locali. L’area assegnata
ai religiosi è il mondo, senza delimitazioni locali. E’ necessario che la vita
consacrata se ne riappropri. Dico appositamente riappropriarsene. Non è
scontato che avvenga in modo spontaneo e naturale, che sarebbe anche
auspicabile. Gli stessi Vescovi, ad esempio, durante il Sinodo sulla vita
religiosa, nei loro interventi, quasi mai hanno parlato esplicitamente della
“sopradiocesanità”, ossia della universalità della vita consacrata e del legame
dei religiosi con il Papa. I religiosi e le religiose, come pure i movimenti,
hanno un rapporto con l’apostolicità della Chiesa proprio nella dimensione
della universalità. Gli apostoli, all’inizio, non erano legati ad una diocesi,
erano appunto “apostoli”, ossia inviati a tutto il mondo. E Paolo non è mai
stato vescovo di una determinata località, né mai ha voluto esserlo. Non ha
voluto neppure legarsi alla celebrazione di sacramenti. L’unica spartizione che
ha fatto la delinea in Galati 2, 9: “Noi – Barnaba ed io – per i pagani; essi –
Pietro, Giacomo e Giovanni – per gli ebrei”. Potremmo anche dire che non ha
voluto la ricchezza di una Chiesa locale strutturata. Paolo ha organizzato
Chiese locali, ma vi ha messo altri a reggerle. Per sè ha scelto, solamente la
povertà della predicazione e la radicalità della testimonianza, rivendicando
vigorosamente la sua apostolicità. Ha rinunciato anche a quel che era lecito,
potremmo dire, pur di mostrare l’urgenza della comunicazione del Vangelo, come
disse: “Guai a me se non evangelizzo”. Non voleva avere e dire null’altro che
il Vangelo. E solo con il Vangelo voleva cambiare il mondo.
Mi chiedo quindi: non deve forse
tornare più vigoroso in mezzo ai religiosi/e l’apostolo Paolo? Non dobbiamo
rimettere alla sommità delle nostre preoccupazioni la comunicazione del
Vangelo? Scusatemi: meno consigli pastorali e più testimonianza; meno piani
pastorali e più vita apostolica! In questo tempo nuovo, la dimensione “petrina”
della Chiesa, quella che emerge con molta chiarezza nell’attuale ministero
episcopale, deve essere accompagnata più robustamente da quella “paolina”,
ossia dalla tensione alla missione, dalla radicalità della fede, dalla
creatività della testimonianza, dalla universalità dell’orizzonte. Non dobbiamo
lasciare intristire il ministero della successione apostolica nel solo servizio
alla località perdendo di vista l’universalità del mandato di Cristo. Cito
ancora il cardinale Ratzinger: “Per dirla in termini drastici: nel concetto di
successione apostolica è insito un qualcosa che trascende il ministero
ecclesiastico puramente locale. La successione apostolica non può mai esaurirsi
in questo. L’elemento universale, che va oltre i servizi da rendere alle chiese
locali, resta una necessità imprescindibile”. Ed io aggiungo che resta
particolarmente necessaria all’inizio di questo nuovo millennio. Il Documento
della CEI per il prossimo decennio, opportunamente, sottolinea (n.43) l’urgenza
di una “missione senza confini” che traversa la Chiesa sia “ad intra” che “ad
extra”.
L’apostolo Paolo inquieta il
perbenismo consumista che si è insinuato anche nella vita religiosa, inquieta
un cristianesimo appesantito da strutture e organigrammi; inquieta la nostra
sete di protagonismo; inquieta una discepolanza annacquata; inquieta il
localismo; inquieta il ripiegamento su di sé. E a partire da ogni singola
persona. E' certo questione anche degli istituti religiosi, ma c'è ancor prima
una dimensione personale che è assolutamente imprescindibile. La comunicazione
del Vangelo richiede una mediazione personale che non può essere saltata. In
tal senso, la testimonianza di una vita che mostra la veridicità del Vangelo è
decisiva. Sì, la testimonianza personale è decisiva e insostituibile. Non è
necessario sapere tutto e fare tutto. E’, invece, indispensabile essere uomini
e donne nuovi. L’infiacchimento della missione, anzi, lasciatemi pur dire, la
paura della conquista delle persone a Gesù, nasce dall’avarizia e dalla poca
generosità, dalla poca fede e dal poco amore per il Signore e per il mondo. Con
tristezza si deve dire che la comunicazione del Vangelo traversa una stagione
di stasi proprio mentre il mondo sta vivendo un momento difficilissimo e
drammatico di transito. Non è solo una esercitazione retorica che, nella Redemptoris
Missio, Giovanni Paolo II lamenti una tendenza negativa circa la missione.
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