|
Il
nuovo millennio
Questo millennio è segnato da profondi
mutamenti che cambiano la nostra vita. Jeremy Rifkin, un noto studioso
americano che si occupa dell’innovazione scientifica e tecnologica e delle sue
ricadute sulla vita, scrive alla fine del suo volume, Il Secolo biotech: “La rivoluzione della biotecnologia ci
obbligherà a riconsiderare molto attentamente i nostri valori più profondi e ci
costringerà a porci di nuovo e seriamente la domanda fondamentale sul
significato e sulla scopo dell’esistenza”. Per lui, il modo in cui si mangia,
ci si sposa, in cui crescono i bambini, il modo in cui si crede, si fa politica,
si percepisce il mondo, verranno cambiati in profondità: “Tutti gli aspetti
della nostra realtà individuale e di quella parte di vita che dividiamo con gli
altri saranno toccati e seriamente modificati nel secolo della biotecnologia”.
E non è che un aspetto. Altri campi cruciali sono emersi nel dibattito attorno
al G 8 di Genova, con temi a noi cari: il futuro dei mondi poveri del grande
Sud. Questi mondi saranno destinati ad essere sempre più poveri? Ormai molto è
in mano agli organismi internazionali che sono senza volto. Lo scrittore
Ahamadou Kouruma, nel suo bel romanzo, Aspettando
il voto delle bestie selvagge, racconta della visita del “diplomatico
banchiere, uomo del fondo monetario, che parla con il presidente africano senza
alzare lo sguardo: “Bisogna fermare tutto, interrompere o sospendere, ridurre o
diradare, tagliare o troncare, alleggerire o abbandonare, rinunciare o
sacrificare, cessare o sloggiare. Ridurre il numero degli insegnanti,
infermieri, partorienti, nascituri, scuole, poliziotti, gendarmi, guardie
presidenziali. Smettere di provvedere a riso, zucchero, latte per i neonati,
cotone e garze per i feriti, compresse per i lebbrosi e gli affetti da malaria.
Sacrificare la costruzione di scuole, strade, ponti, dighe, centri per la
maternità, palazzi e prefetture. Astenersi dal soccorrere ciechi e sordi, dal
pagare la carta…” E’ il grande dramma
del Sud del mondo di fronte a un potere del Nord che non ha più volto. E’ il
dramma di gente che non conta. Di Stati che non contano. Perché gli Stati non
sono tutti uguali, come le bandiere messe in fila all’ONU o alla FAO.
Globalizzazione, rivoluzione biotech,
povertà e esclusione del Sud, religione dei consumi… Sì, la religione dei
consumi è quella della globalizzazione: l’uomo e la donna sono consumatori
prima di tutto. E a questa religione dei consumi sembra non esserci
alternativa, soprattutto dopo la fine del comunismo che aveva proposto una sua
alternativa. Indietro non si torna: siamo nella società e nella religione dei
consumi. Al termine del suo libro su La
religione dei consumi, George Ritzer, dopo aver affermato che la
globalizzazione consumista è vincente e che ci sono nuove cattedrali dei
consumi (come l’IKEA), si chiede: “la
questione più urgente è come vivere una vita più dotata di significato
nell’ambito di una società definita di consumo”.
A questo quadro si è aggiunto
drammaticamente l’attentato negli Stati Uniti. Il mondo dei forti si è sentito
immediatamente più fragile, in balia della globalizzazione del terrorismo.
Quante riflessioni abbiamo ascoltato in questi giorni! Ed è sempre più
difficile distinguere tra repressione dei violenti e vendetta e odio che si
abbattono indiscriminati anche su altri innocenti. E si fa sempre più strada il
convincimento che l’unica via del futuro sia quella del conflitto tra le
civiltà, oggi in particolare quello tra cristianesimo e Islam. La completa
irragionevolezza e la chiara pericolosità di questa strada sono come offuscate
dalla miopia dell’autoreferenzialità. Certo è che la paura e l’incertezza del
futuro stanno cambiando la nostra esistenza. Non posso continuare le
riflessioni su questa direzione, sarebbe troppo lungo. Mi fermo qui per porre
una domanda angosciante: il Vangelo ha qualcosa da dire a questo mondo dei
consumi, della grandi miseria e della spirale dell’odio?
Si potrebbe dire che non ha troppo
spazio e che è stato vinto. Il cardinale di Londra ha dichiarato che in Gran
Bretagna “il rock ha più fedeli di Cristo”: “un numero sempre maggiore di
giovani intravede oggi la trascendenza nella musica, nei movimenti new age o
verdi…”. Dio è finito alla periferia: conclude il card. O’Connor. In un
settimanale francese si afferma che ormai la metà dei cittadini francesi
dichiarano di non appartenere più a nessuna Chiesa o religione. C’è spazio per
la fede? Non sembrano avanzare solo quelle esperienze religiose, mistiche,
paranormali, che servono alla tranquillità dei singoli? La fede di comunità, la
fede di popolo, la fede della Chiesa soffrono una crisi. Si accetta magari una
fede come medicina, ma non come forza; una fede come fatto individuale, ma non
come comunione di popolo. Lo scrittore portoghese, José Saramago, in una
riflessione sugli attentati negli Stati Uniti ha affermato che sono stati
provocati da una eccessiva presenza del “fattore Dio”. “E’ stato già detto che
le religioni, - scrive Saramago - tutte, senza eccezione, non serviranno mai
per avvicinare e per riconciliare gli uomini, e che, al contrario, sono state e
continuano ad essere causa di sofferenze inenarrabili, di stragi, di mostruose
violenze fisiche e spirituali che costituiscono uno dei più tenebrosi capitoli
della miseria umana”.
|