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La testimonianza del Regno
In questo mondo che cambia c’è spazio per Dio? E noi che ne abbiamo
fatto del Vangelo? Sono queste le domande centrali per la Chiesa, per il
Vescovo e per i religiosi e religiose, oggi. Conosco appena le questioni che si
agitano all’interno della vita religiosa., come quelle relative al calo numerico delle vocazioni, alla pesantezza
di tante istituzioni che rendono difficile non solo la gestione ma anche la
testimonianza, o quei problemi che nascono dai vuoti generazionali e dalla
impazienza dei giovani che si accompagna però anche alla loro fragilità. E
tante altre ancora. Ma è proprio in questo orizzonte che deve parlare con
maggiore chiarezza la vita religiosa. In un mondo ripiegato su se stesso ove
ciascuno lotta per prevalere sull’altro, i religiosi e le religiose debbono
mostrare il primato di Dio, della sua parola, dell’essere figli, in tutto
dipendenti da lui. E là dove l’egocentrismo tiene tutti solitamente schiavi, i
religiosi devono manifestare la bellezza della fraternità e della vita comune.
L’obbedienza e la verginità sono due stelle fisse del cielo nuovo che il
Vangelo inizia a farci gustare fin da questa terra. E i religiosi, uomini e
donne del cielo, sanno bene che i loro primi parenti sono i poveri e gli
esclusi. Non perché costoro siano più buoni di noi, ma solo perché Dio li ha
scelti come prediletti.
Queste dimensioni sono chiarissime per voi, cari amici religiosi e care
amiche religiose. Sono la sostanza della vostra vita. Vorrei dirvi che il
vescovo, anzi l’intera Chiesa locale, prima del vostro aiuto sul piano
organizzativo ha estremo bisogno della radicalità della vostra testimonianza. I
preti, i diaconi, i catechisti, i lettori, i ministri straordinari, i
sacrestani, i responsabili dell’oratorio, tutto sommato, alla fine si trovano
con una certa facilità. Lo so, spesso tra costoro ci sono molti religiosi, ed è
bene. Ma una Chiesa locale ha bisogno soprattutto di uomini e di donne che
testimonino con gioia la bellezza del Vangelo vissuto senza aggiunte. Più che
di aiuti per attuare il piano pastorale, il vescovo ha bisogno di santi.
Permettetemi di chiudere queste
riflessioni con un episodio accaduto a Terni all’inizio del secolo XIII. Questa
piccola città dell’Umbria, dopo decenni di oppressione e di sudditanza, cercava
la sua rinascita religiosa e civile. Il papa Onorio III mandò il vescovo
Raniero perché riorganizzasse la diocesi nelle sue strutture e rianimasse la
vita della città. In quegli anni, un giovane di Assisi di nome Francesco,
visitò Terni e vi predicava il Vangelo. La “Leggenda Perugina” racconta che
“mentre Francesco predicava al popolo di Terni nella piazza davanti
l’episcopio, il vescovo assisteva al sermone. Terminato che fu, il vescovo si
alzò e rivolse al popolo questa esortazione: ‘Da quando cominciò a piantare e
edificare la sua Chiesa, il Signore non ha mai cessato d’inviare uomini santi,
i quali con la parola e con l’esempio l’hanno sostenuta. E in questi ultimi
tempi egli ha voluto illuminarla per mezzo di questo uomo poverello”.
Pronunciate queste parole, il vescovo si avvicinò a Francesco e entrò con lui
in cattedrale. Quel vescovo intuì che quella chiesa locale sarebbe risorta se
lui fosse entrato in cattedrale non da solo ma in compagnia di quel discepolo
che seguiva il Vangelo “sine glossa”. Il mio augurio è che ogni vescovo possa
entrare nella sua Chiesa locale in compagnia di uomini e di donne (è la vita
religiosa) che vivono il Vangelo senza aggiunte.
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