| Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
| Maria Antonietta Torriani Torelli-Viollier alias Marchesa Colombi Matrimonio in provincia IntraText CT - Lettura del testo |
|
|
|
II Queste sono le memorie rosee dell'infanzia, l'età dei sorrisi, delle gioie, di tutte quelle belle cose che si dicono e si scrivono. Poi venne la gioventú. Ma, tra la gioventú e l'infanzia, quando avevo poco piú di quattordici anni, accadde il primo grande avvenimento della nostra famiglia. Il babbo si ammogliò con una vecchia signora, che conoscevamo da un pezzo, e che ci dava una gran suggezione. Da anni ed anni, la vedevamo venire in chiesa l'inverno con un gran mantello di flanella viola che l'avvolgeva tutta, ed uno scialle sul braccio, da stendersi sulle gambe quand'era seduta, perché soffriva il freddo alle ginocchia. Portava un cappello stravagante, con un lungo bavero di seta, che le ricadeva sulla schiena, per ripararle il collo dall'aria. Teneva sempre nel manicotto una palla d'ottone piena d'acqua calda; e masticava perpetuamente un pezzo d'anice stellato per la digestione. S'era fatta radere i capelli sul cucuzzolo, perché erano molto diradati, e sperava di farli crescere piú fitti, ma non erano cresciuti piú, e portava sempre un parrucchino sulla parte rasa. Noi credevamo che avesse cinquant’anni, il che, ai nostri occhi, era l'ultima espressione della vecchiaia: l'età della zia. Seppimo piú tardi che ne aveva quarantatré. Ma per noi era lo stesso. Figurarsi che ridere, quando udimmo che il babbo la sposava! Egli ci disse: — Capirete, figliole, che lo faccio nel vostro interesse. Io ho un piccolo, piccolo patrimonio; lo studio non frutta molto; la dote di vostra madre si riduce a diecimila lire. Questa buona signora ha sessantamila lire, che un giorno o l'altro toccheranno a voi, perché non ha parenti, e vuol bene a me... Inoltre si occuperà un poco di voi, che ora siete grandi, ed avete bisogno d'un'assistenza, che la zia non saprebbe prestarvi... Furono ancora dei bei giorni quelli del fidanzamento e delle nozze. Era d'autunno. Le cugine eran fuori dal collegio, ed a noi non parve vero d'andarle a vedere con quella gran nuova in petto. Infatti, appena fummo sedute, cogli otto piedi sul panchettino, ci dissero: — Dunque avete una sposa in casa, nevvero? — E si misero a ridere, e noi a ridere piú di loro. Una commedia, via! Calcolavamo che, fra tutte e quattro noi, si riesciva appena a mettere insieme l'età della sposa. La Giuseppina, la cugina maggiore, che aveva quindici anni, diceva con gran sussiego: — Ed appena collocata questa sposina, bisognerà pensare a dar marito alla zia! Ah! che allegria! La sposa ci faceva andare ogni giorno tutte e quattro a casa sua, dove, dacché s'era promessa, aveva posto sulla tavola del salotto un gran vassoio di confetti, nel quale potevamo attingere liberamente. E questo durò fin al giorno delle nozze; un mese e mezzo o due mesi. Che allegria! Ci mettevamo tutte intorno al vassoio, e stritolando confetti, dicevamo ogni sorta di insulsaggini maligne sul conto della sposa: «Come sarà bellina vestita di bianco! Avrà suggezione a dar del tu allo sposo cosí giovinetta. Si punterà i fiori d'arancio nel parrucchino». E quelle stupidaggini ci divertivano come se fossero state le cose piú spiritose. Dopo le nozze gli sposi partirono, e noi si stette otto giorni sole colla zia, che ci faceva uscir di casa soltanto la mattina presto, per andare in chiesa. Ma avevamo ancora i confetti nuziali, i doni nuziali, e quel tempo ci parve breve. Poi una sera tornò il babbo con sua moglie, sana, forte, che non masticava piú l'anice stellato, che mangiava polenta, e fagioli, e citrioli, ed ogni sorta di cose indigeste, e camminava come un portalettere... Insomma, quegli otto giorni di viaggio, ed «il cambiamento di stato» come diceva lei, l'avevano rimessa tutta a nuovo. Era piena di brio e di vita. Fece portare nel nostro salotto tutti i mobili del suo, che, per combinazione, erano precisamente gli stessi che avevamo noi: un divano, otto sedie, quattro poltrone, ed una tavola rotonda. Soltanto, i nostri erano verdi, e quelli della sposa rossi! Non si potevano fondere; quelle due tinte urtavano terribilmente. La sposa risolvette la questione collocando il salotto rosso contro la parete destra, il salotto verde contro la parete sinistra, ciascuno colla rispettiva tavola dinanzi, e facendo casa da sé. La parete principale, di contro alle finestre, divenne un terreno neutro, dove i due salotti si avanzavano ciascuno dalla sua parte, fin quasi a metà; poi si fermavano ad una linea di demarcazione ideale, che indicava lo spazio da frapporre tra l'ultima seggiola rossa, e la prima seggiola verde. E cominciarono a venir delle visite. Noi ce ne facevamo una festa. Correvamo in sala, e stavamo là sedute colla bocca aperta, a sentire cosa dicevano. Persino la zia, sedotta da quella novità, si messe un abito piú liscio, piú nero, piú aderente che mai, una cuffia d'una bianchezza abbagliante con una bella gala insaldata che le incorniciava il viso, e venne a sedere in sala, sorridente e muta, colle mani incrociate in grembo. La sposa lasciò che i visitatori fossero partiti, poi ci disse con gran disinvoltura: — Un'altra volta è inutile che voialtre ragazze veniate in sala quando c'è gente. Ed anche lei, zia. Io non ho bisogno d'assistenza; è l'unico vantaggio d'essermi maritata vecchia. La zia rientrò quatta quatta nel paravento, e noi tornammo nella nostra camera solitaria. Le passeggiate sulle strade maestre si ripresero, in compagnia della sposa, che si appoggiava trionfalmente al braccio del babbo, e ci diceva: «andate avanti voialtre». Ma dalle corse della sera intorno ai portici, fummo escluse. La sola volta che si vedesse qualche persona civile e ben vestita, era appunto quando si traversava la città, dopo cena, per andare sotto i portici del mercato. Addio! Non ci si andò piú. Passati i primi mesi della luna di miele, la sposa cominciò a badare un poco alla casa, e trovò che era molto in disordine. Questo era vero. S'accorse che noi non si sapeva punto cucinare. E questo era pure vero. Dichiarò che spendere i nostri denari per ingoiare gli intingoli che faceva fare la zia, era troppo da grulli. Terza verità incontestabile. E pronunciò questa sentenza: «Che a correre sulle strade maestre non s'impara nulla». Il babbo insinuò modestamente che ci «raccontava i classici» passeggiando, ma lei diede una crollatina di spalle e disse: — Sí, va bene; ma possono anche farne a meno. Io non so neppure cosa siano, ed ho trovato marito lo stesso. Un po' tardi, soggiunse con la franchezza imperturbabile che faceva passar la voglia di burlarla, ma insomma, l'ho trovato. Dunque, a correre tutto il giorno non s'impara nulla. Di «leggere, scrivere e far di conto» ne sanno a sufficienza, le ragazze non debbono diventar dottoresse. Ora è tempo che imparino a tenere la casa in ordine, a cucire, a stirare, a cucinare, ad essere buone massaie. Parole d'oro a cui nessuno trovò nulla a ridire. Per conseguenza anche le lunghe strade maestre, bianche di neve e di polvere, furono abbandonate, e si cominciò tutt'altra vita. La sposa comperò due seggioline di paglia, che collocò ai due lati della finestra della cucina, fra la tavola piccola ed il paravento della zia, e ci fece sedere, la Titina ed io, una in faccia all'altra, con un cesto di vimini in mezzo, pieno di biancheria da accomodare. La mattina ci faceva scopare, spolverare, rifare i letti, sfaccendare per la casa con un gran grembiule di tela davanti; poi ci mandava in camera a pettinarci e vestirci. E quando eravamo in ordine, bisognava sedere a lavorare. Però, all'ora di fare il pranzo, una settimana per ciascuna, si lasciava il lavoro d'ago, e s'imparava a cucinare sotto la direzione della sposa, piú intelligente e piú energica di quella della zia. Anche a volerlo, non si sarebbe potuto dire, in coscienza, che ci facesse del male. Se soltanto ci avesse messa un po' di buona grazia nell'insegnare, nel comandare!... Ma non era nel suo carattere, nel suono della sua voce, ne' suoi modi. Era aspra per natura, e quell'asprezza la chiamava sincerità. Infatti era sincera, e diceva francamente tutto quel che pensava. Le gentilezze non le capiva e le chiamava leziosaggini. Noi eravamo state male avvezze fra un uomo ed una vecchia. Non avevamo l'abitudine della disciplina e del lavoro. Quell'anno cominciammo a sentirci malcontente della nostra vita. L'anno seguente fu ben peggio. Nacque un bambino, e, sebbene fosse mandato a balia a Trecate, divenne il re della casa. La sposa rifiutò il dono d'un abito che il babbo voleva farle scegliere, e disse di darle invece quella somma in danaro, che voleva metterla alla cassa di risparmio «pel suo erede». Poco dopo disse che lei era vecchia, che non faceva vita elegante, per conseguenza i gioielli non le servivano, ed era un peccato tenere un capitale morto in orecchini e spille. E vendette tutti i gioielli che erano stati regalati a lei personalmente e con quel denaro comperò un pezzo di campo, accanto ad un fondo che possedeva già «pel suo erede». Fra le molte economie che inventò, ci fu anche quella di far macinare una gran parte del granturco che si raccoglieva sui fondi del babbo, e di fare un gran consumo di polenta in famiglia. Un bel giorno arrivò un carro con un'infinità di sacchi di farina, che furono collocati nell'anticamera, e parte anche in sala, la stanza di lusso. «Occupavano soltanto un angolo... si vedevano appena...» Ma poco dopo venne la provvista delle patate, delle castagne, delle mele, del riso; e tutte quelle derrate s'accumularono in sala, che diventò una specie di dispensa. Il babbo osservò che non s'aveva piú un luogo per ricevere. — Per ricevere chi? Le mie visite, nevvero? perché le persone che debbono parlare con te, vengono nel tuo studio da basso. Ebbene, le mie visite trovano qui il divano e le poltrone, che ci debbono essere in una sala. Le provviste sono un di piú, e danno un'idea d'abbondanza, che alla gente seria non può dispiacere. Del resto le visite sono una superfluità, ed io, che quasi non ne faccio, finirò per non piú riceverne. Mentre la farina, le patate, le frutta, sono una necessità della famiglia. Aveva sempre ragione lei. Infatti di visite non ne vennero quasi più. I pochi parenti, che capitavano assai di rado, si ricevevano nella camera del babbo, divenuta camera nuziale, dove si teneva il camino acceso. E la sala s'andò coprendo d'uno strato di polvere sopra le vecchie lenzuola che coprivano i mobili, e si trasformò definitivamente in magazzeno. Pareva fatta apposta, perché non aveva né stufa né camino, ed era fredda come una cantina. Le patate vi gelarono. Intanto avevo compiti i sedici anni. Ero cresciuta molto, ed anche mi ero sviluppata in proporzione. Gli abiti mi scricchiolavano sulla vita, e spesso si aprivano nelle cuciture delle maniche e del dorso; e sul petto ne saltavano via i bottoni o si squarciavano gli occhielli, che era una disperazione. Ed avevo ancora i capelli rialzati sulla fronte, tirati indietro e stretti sulla nuca in un nodo compatto come una collegiale, e le gonnelle corte fin sopra la caviglia, che lasciavano vedere tutto il piede, punto piccolo né grazioso, calzato di grosse scarpe solidamente costruite in vista del moto straordinario che, secondo il babbo, era una necessità della vita. Appena il bimbo della nostra matrigna ebbe sei mesi, la sua nutrice si ammalò, e si dovette prenderlo in casa e finire di tirarlo su coll'allattamento artificiale. Quando avevo in braccio quel marmocchio, che toccava a me di sballottare tutto il giorno per la casa, perché la Titina non era abbastanza forte per reggerlo a lungo, la matrigna mi guardava con compiacenza, e diceva: — Ci voleva proprio un bimbo, su quelle braccia! Non sembra una bella sposa di Trecate o d'Oleggio, col suo primo maschiotto? Io non ero punto lusingata da quel discorso, perché, infatti, colla mia floridezza e la vestitura insufficiente sembravo appunto una contadina dei villaggi che diceva lei, o di qualunque altro; e questo mi mortificava. Una volta mi provai a dirle: — Già, sembro una contadina coi vestiti corti e pettinata a questo modo. Bisognerebbe che dividessi un poco i capelli sulla fronte, che li abbassassi, e che allungassi un pochino le gonnelle, tanto da coprire i piedi... — Ci mancherebbe altro! Cosa ti salta in mente? Con quella faccia bianca come la luna, e quegli occhiacci che sembrano due lanterne, ti fai guardare anche troppo, e fai scomparire tua sorella, che è una miseria. Se ti si veste anche da ragazza da marito, buona notte! Quell'altra non si marita piú. Infatti la Titina era una virgola accanto a me. Piccina, biondina, graziosa, cogli occhi chiari e senza ciglia, pareva una figurina di cera. L'idea di recare un danno a lei, mi trattenne dal reclamare che mi vestissero da signorina. Ma quando mi toccava d'uscir di casa, camminando dinanzi al babbo ed alla matrigna, col bimbo in collo e conciata a quella maniera, divoravo una stizza, che non so come facessi a non dimagrarne. E, per maggior dispetto, tutti mi guardavano e sorridevano, e bisbigliavano fra loro. Una volta, tornando a casa dopo una di quelle disgraziate passeggiate, la Titina mi disse, guardandomi colla piú profonda stupefazione: — Bella?... Ma debbo confessare che ero un po' meno stupefatta di mia sorella. Molte volte avevo colte al volo certe parole di quei signori che mi guardavano in istrada... «Bel pezzo di giovane... Bella faccia... Begli occhioni... Fresca come una rosa...» Ed ogni volta, tornando a casa, ero andata allo specchio per vedere se avevano detto il vero. E quella buona Titina, che cascava dalle nuvole all'idea che quella qualità di lusso, tutta speciale, secondo lei, alle giovani delle fole e dei poemi del babbo, se ne stesse modestamente in casa nostra, e sotto i miei umili panni, tornò a dire: — Ma sí, Denza. Ho udito un signore che si è fermato a guardarti, poi ha detto: «Che bella giovane! È una bellezza!» Quel discorso si faceva nella nostra camera. La matrigna, che era in cucina, l'udí, e colla solita sincerità brusca, aperse l'uscio, mise dentro il capo, e disse: — Una bellezza no, perché ha l'aria troppo beata e minchiona. Ma bella lo è. Ed è appunto perché lei è bella e tu no, e tu sei più vecchia di lei, che non voglio metterla in fronzoli, altrimenti in otto giorni trova marito, e tu mi resti nella schiena, il che dispiacerebbe a te forse piú che a me. Io non vi faccio complimenti né smancerie, ma bado al vostro interesse, come se fossi vostra madre, ed un giorno mi ringrazierete. Ed ora, leste in cucina! E tu bada a non montarti la testa con questa bellezza, che, se l'hai, non ci hai nessun merito, e non ti farà né più buona, né piú fortunata, né più amata d'un'altra. Vedi, io sono brutta ed anche vecchia, ed ho trovato il piú buon marito del mondo, e poche mogli sono piú amate di me. Quel discorso, ad onta della sua asprezza, mi procurò una gioia dolcissima, mi empí l'anima di soavità, come se avessi acquistato un tesoro, un grande motivo di contento. L'avviso di non montarmi la testa colla bellezza, ottenne precisamente il risultato opposto. Mi montai la testa, non pensai piú ad altro che al piacere d'esser bella. Che questo non mi rendesse né piú buona, né piú fortunata, né più amata, non me ne importava nulla. Era certo che mi rendeva ammirata, e questo mi lusingava. Avevo finito per prendere certi atteggiamenti sprezzanti, quando andavo in istrada cosí mal vestita, come per dire quello che in realtà pensavo: — Ecco, anche conciata a questo modo, sono bella. Io non ho bisogno di fronzoli per piacere. Però, alla lunga, quell'ammirazione di passaggio, e di gente ignota, mi venne a noia, o almeno non mi commosse piú. Ero impaziente che la Titina trovasse marito, per potermi vestire come le altre ragazze della mia età. Ero vicina ai diciassette anni. Non potevo star tutta la vita coi piedi fuori dalle gonnelle e pettinata da collegiale perché mia sorella non era maritata. Tanto piú dacché la matrigna aveva detto che, vestita a modo, in otto giorni, avrei trovato marito. Ed io in quella casa brutta con quelle abitudini laboriose e casalinghe e quell'uggioso marmocchio sulle spalle, colla sua faccina vecchia da figlio di vecchi, mi struggevo di maritarmi. Fin allora avevo sempre dormito beatamente le lunghe nottate, andando a letto appena mi mandavano in camera, sovente senza neppur accendere il lume, scambiando poche parole colla Titina nello svestirmi, già assonnata, addormentandomi appena toccate le lenzuola, ed ingrassando nel sonno. Dopo quel famoso discorso della matrigna sulla bellezza, mi parve impossibile di potermi coricare al buio. Accendevo il lume, e mi scioglievo le trecce dinanzi allo specchietto di due decimetri quadrati, la sola concessione fatta alla vanità nel mobiglio della nostra camera, e che, prima d'allora, ci aveva servito pochissimo. La Titina non sapeva darsi pace di quella novità. Mi domandava continuamente: — Ma perché ti sciogli i capelli? Tanto, per coricarti, li devi intrecciare di nuovo... Una volta mi disse, ma ridendo come d'una supposizione molto strana: — È perché t'hanno detto che sei bella, che ti sei messa a spettinarti dinanzi allo specchio? Mi feci tutta rossa, e risposi che era una scioccherella, che non mi curavo affatto di essere bella o brutta. Ma non avevo mai detto una bugia; il babbo ci aveva allevate nel culto della verità; ed il mio cuore onesto soffrí di quella prima parola falsa. Mi pareva d'avere una grave colpa sulla coscienza. Mi martellava in testa quella frase della Dottrina Cristiana, che afferma: «non si può dire una bugia nemmeno per salvare tutto il mondo». Avevo studiato la Dottrina Cristiana per prepararmi alla prima comunione, e, sebbene non ci avessi attinto nessun fervore religioso, avevo accettato quei dogmi belli e fatti, persuasa che, dacché erano scritti, e tutti li credevano, — io non conoscevo nessuno che mostrasse di non crederli, — dovevano essere veri. E non ne avevo mai dubitato un istante; non avevo neppure pensato che si potesse dubitarne. Ed ora mi trovavo d'aver detto una bugia; d'aver commesso quella colpa enorme, che non si dovrebbe commettere neppure per salvare tutto il mondo; e d'averla commessa senza quella grande attenuante, senza avere neppur una bricciola di mondo da salvare. Mettevo certi sospironi rivoltandomi nel letto, che la Titina ne era sempre risvegliata in sussulto al momento d'addormentarsi. Finalmente vinse la sonnolenza pigra che la ammutoliva, e borbottò: — Ma che cos'hai da gemere a quel modo? Io risposi tragicamente, ansiosa di potermi togliere quel peso dalla coscienza: — Ho, che ho detto una bugia... Speravo che la Titina m'interrogasse, per farmi coraggio a dir tutto. Ma lei borbottò assonnata: — Oh!... ti confesserai... E si voltò verso il muro, riprendendo una posizione comoda per dormire in pace. Infatti era un'idea consolante, quella della confessione. Come mai non ci avevo pensato, che i peccati vengono cancellati dall'assoluzione? È vero che c'era il purgatorio; ma non mi riesciva di darmi pensiero di quella cosa remota. Allora, riservandomi di confessare poi tutto insieme e di farmi assolvere in blocco, m'abbandonai alla gioia colpevole di pensare che ero bella, e che, fra quei tanti che me lo dicevano passando e tiravano via, ce ne sarebbe uno che non tirerebbe via; che tornerebbe indietro, mi seguirebbe da lontano fino a casa, poi entrerebbe nello studio del babbo a domandarmi in isposa. La matrigna aveva detto che, se fossi stata vestita bene, questo sarebbe accaduto in otto giorni. Ed io calcolavo che, essendo vestita male, ci sarebbero voluti otto giorni di piú, o anche quindici, o anche un mese, per prevedere il peggio. Ma insomma, la cosa doveva accadere, perché tanto, che ero bella se ne accorgevano malgrado la mia vestitura infelice e ridicola. Lo sapevo, perché me lo sentivo dire ad ogni tratto. Come sarebbe quel giovane? Non potevo dargli una figura. Ma, mi sentivo commovere al pensarci, e gli volevo bene. Certamente, cosí innominato, incorporeo, indeterminato persino nell'immaginazione, era il piú caro de' miei pensieri. Pensavo che doveva abbracciarmi stretta, darmi una sensazione d'affetto caldo, che desideravo ardentemente, e di cui sentivo la mancanza, perché nessuno mi aveva mai abbracciata, neppure il babbo, dacché non ero piú piccina. E doveva susurrarmi: «Cara... Come sei bella!» Non mi riesciva di pensare cose lunghe: le nozze, il viaggio, le abbigliature, la mia casa... No. Tutto questo mi balenava un momento, a sbalzi, e mi sfuggiva. La sola scena che vedevo chiara, e sulla quale tornavo con un'insistenza da idea fissa, senza stancarmene mai, era un giovane in piedi, che mi abbracciava stretta, susurrando: La mattina dopo, mentre ci vestivamo, ciascuna accanto al suo letto, la Titina mi disse: — Che cos'avevi ieri sera, con quella storia della bugia? Sognavi? Io risposi spronando il mio coraggio, colla convinzione di fare un'azione meritoria. — No, non sognavo. Ti dissi che non m'importa d'esser bella o brutta; invece non è vero... M'importa molto, e sono contenta d'esser bella, ed è proprio per questo, come avevi sospettato tu, che mi spettino dinanzi allo specchio. Ecco! Dissi quell'ecco con un gran sospirone, come per dire: «Ora l'espiazione è fatta». E mi sentii contenta di me, allegerita; soltanto non osavo guardare la Titina. Lei rimase un po' stupita. Quel discorso, quella confessione, uscivano dal terra a terra delle nostre abitudini. Mi guardò un momento sconcertata, esitante, poi disse con una crollatina di spalle, ed un sorriso forzato: — Ti metti a far delle scene, ora... Sei proprio matta! E non ne parlò piú. |
Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License |