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| Maria Antonietta Torriani Torelli-Viollier alias Marchesa Colombi Matrimonio in provincia IntraText CT - Lettura del testo |
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III Un giorno le cugine Bonelli, che avevano lasciato definitivamente il collegio e facevano la signorina ed erano molto eleganti, c'invitarono ad andare con loro a teatro, dove si dava il Faust. E la matrigna consentí che ci andassimo, perché non costava nulla. Ci mettemmo un abitino da estate di lanetta a fondo bianco sparso di foglie verdi; ed, avezze com'eravamo ai vestiti scuri in quella stagione d'inverno, ci parve di essere molto eleganti con quel po' di chiaro intorno. Quando entrammo nel palco, trovammo le cugine vestite di bianco, in gran gala, coi fiori in capo, e questo ci umiliò un pochino. Cambiavamo posto ad ogni atto per avere tutte il piacere di stare un tratto al parapetto, ai due lati del palco, dove si vedeva e si era vedute meglio. Era un palco signorile, con una striscia di specchio incastonata nello stucco bianco a fili d'oro degli stipiti. Quando toccò a me ed alla mia cugina Maria di metterci davanti, dopo la Giuseppina e la Titina, che c'erano state prima perché erano le maggiori, mi vidi riflessa nello specchio dietro le spalle della Maria che mi stava in faccia, e quasi non mi riconobbi, tanto era abbagliante quel volto bianco, colle guancie rosee e gli occhi lucenti, per l'eccitazione che mi davano quel divertimento e quella novità. Non potevo togliere gli occhi da quello specchio. Mi attirava piú dello spettacolo che non capivo molto, e mi sbalordiva, perché era la prima volta che udivo un'opera. La Maria, che ci andava piú sovente, voleva spiegarmi il dramma. Mi diceva: — Quel bel giovinotto lí, è quel vecchio del primo atto. E quell'altro dalle gambe magre, è il diavolo che l'ha fatto diventar giovane, purché gli vendesse l'anima in compenso. Ed ora vedrai com'è bello. Lui, Fausto, appena diventato giovane s'innamora di Margherita. Allora lo spettacolo cominciò ad interessarmi moltissimo. Come faceva ad innamorarsi? Oh, con che ansietà aspettavo quel momento! Quando Faust si curvava amorosamente verso Margherita, e le gorgheggiava delle belle cose con una voce dolce dolce, mi sentivo struggere di tenerezza, come se le avesse gorgheggiate a me. Avrei voluto sapere cosa le diceva. Ma cantavano, e la musica portava via le parole. Di tutto il dramma non capii gran cosa. Ma mi restarono in mente le scene d'amore. Nel tornare a casa, camminando leste leste perché si gelava, ed a Novara non v'erano carrozze da nolo per la strada, la Maria che mi dava il braccio, mi disse: — Hai fatto una conquista, sai, bellezza? Io domandai con una curiosità ed una gioia che non pensai neppure a nascondere: — Ah, sí? Chi? Bisogna notare che quell'espressione: «fare una conquista» non l'avevo mai udita; non entrava nel nostro vocabolario casalingo. Eppure la capii per intuizione, per civetteria istintiva, come se la conoscessi da un pezzo. La Maria rispose: — Fa' il favore! Vuoi dire che non te ne sei accorta? Ed io, a protestare col candore della mia ignoranza: — No davvero, sai? Mi piaceva tanto guardarmi in quello specchio lungo, dietro le tue spalle, che non ho veduto nessuno. La Maria si mise a ridere e disse: — Vanerella! E lo confessi cosí apertamente? Non ti vergogni d'esser tanto vana? Ci pensai un momento, poi ripresi franca franca, per paura di tornare a dire la bugia: — No. Dite che sono una bellezza. Siete voi che lo dite; ed io mi guardo. Ma chi è che ho conquistato? Di'? — Mazzucchetti. Sai il figlio di quei due vecchi possidenti che abitano laggiú verso Sant'Eufemia. È figlio unico e molto ricco. T'ha fissata tutta la sera col cannocchiale. — Oh! Che peccato che non l'ho veduto! Com'è? bello? — Sí... è... è... è un po' grasso. Ma ad osservarlo bene ha dei bei lineamenti. È un bel giovane. E poi fa una cura per dimagrare. I suoi parenti non risparmiano nulla per lui, sebbene siano avari. L'hanno condotto l'estate scorso a Monsummano in Toscana a fare i bagni a vapore, sai, per fargli sudar fuori il grasso. Poi l'hanno tirato su ad Oropa a non so quanti metri sul livello del mare, anche là per farlo smagrire col freddo, e colla cura idropatica... Io ero un po' impressionata da quella grassezza, e dissi: — Ma doveva essere una balena! Ed ora è dimagrato? — Sí... sí... Un pochino... Ma via; grasso o magro è sempre un bellissimo partito. Sua madre ha portato dugentomila lire di dote. E suo padre ne avrà piú del doppio. Ero sbalordita! Quella ragazza sapeva tante cose!... i paesi di bagni, le provincie dove si trovavano, gli effetti delle cure, i patrimoni delle famiglie... Aveva tutto questo sulla punta della lingua. Era possibile che qualcuno si curasse di me, mentre c'erano delle ragazze come lei? Eravamo giunte alla porta della loro casa, e le cugine ci lasciarono. Noi si riprese la corsa col babbo, ed io non apersi piú bocca per tutta la strada. Avevo il cuore gonfio d'un grandissimo affetto per la Maria. Sentivo il bisogno di affermarlo, ed appena fui sola in camera colla Titina, le dissi con enfasi: — Com'era bella la Maria questa sera! La Titina rispose con indifferenza rimboccando le coperte del suo letto: — Era piú bella la Giuseppina. Infatti la Giuseppina era piú bella. Ma non mi aveva mai parlato di nessuno che si fosse innamorato di me. Non s'era mai curata della mia bellezza, se non per deplorare che non figurasse bene colle mie vestiture. Del resto lei era piú bella di me, piú svelta, piú alta, bionda, fine, era una figura signorile, e non mi ammirava punto. Non potevo adorarla come sua sorella, che dimenticava se stessa per occuparsi di me, e mi aveva trovato un innamorato. Sinceramente io credevo di doverlo a lei, le serbavo una gratitudine vivissima, e desideravo di dichiararla. Risposi dunque a mia sorella: — Io preferisco la Maria. La Maria è sempre stata la mia prediletta. La mia amica! La Titina crollò il capo, sorrise da persona savia, e ripeté una parola che mi diceva spesso: — Sei proprio matta! Da quando in qua la Maria è la tua amica? Ci vediamo cosí poco... — No, ora che è fuori di collegio ci vediamo piú spesso. — Meno di rado, devi dire. Ma ad ogni modo, non c'è stato il tempo per questa grande amicizia. — L'amicizia non ha bisogno di molto tempo. È un sentimento d'attrazione... La Titina rise ancora, e domandò con un po' d'ironia: — Dove l'hai letto? Crollai le spalle, e borbottai: — Sciocca! Non avevo ragioni migliori. Mia sorella quella sera era stizzita, povera buona! Forse s'era accorta che in teatro non la guardavano, e che io le facevo ombra, ed attiravo l'attenzione su di me... Aveva diciotto anni! Ma fors'anche era gelosa di quel mio subitaneo infatuarmi della Maria, mentre, fin allora, la mia sola amica e confidente era stata lei. Mi disse guardando il soffitto, con un accento tutto nuovo: — Ho letto, non so dove, che gli amici si conoscono nella sventura. Eri sventurata questa sera? Io gridai con un impeto spontaneo di gioia: — No! Ero felice. Ero tanto felice! Gli amici si conoscono nella felicità! Quelle parole offesero mia sorella; ed io sentii d'averla offesa. Aveva forse ragione lei. Tutta la sua vita passata con me, una vita di bontà, di docilità, di rassegnazione, valeva meno ai miei occhi che poche parole lusinghiere di una giovinetta elegante e chiacchierina. Però allora non pensai che la Titina avesse ragione, e mi coricai senza parlarle piú. Da quella sera vissi sempre colla mente lontanissima dalla mia casa e dalle mie occupazioni. E l'avere un pensiero nuovo, e di tutt'altra natura di quelli che avevo avuti fin allora, mi alleviava di molto l'uggia della casa ed il peso delle occupazioni. Coricavo il bambino, lo rivestivo quando si svegliava, facevo la cucina; ma per pura abitudine meccanica, senza avvedermene, senza distogliere l'attenzione dalla cura dolce, che m'assorbiva tutta. Mi premeva soltanto di vedere quel giovane, e, per conseguenza, mi premeva di rivedere la Maria, d'uscire di casa con lei perché, incontrandolo, me lo indicasse. Ebbi degli ardimenti incredibili. Suggerii io stessa al babbo ed alla matrigna, che eravamo in debito d'una visita ai Bonelli per ringraziarli della serata all'opera. La matrigna rispose che c'era tempo. Allora dissi che mi piaceva tanto la chiesa di Santa Eufemia, e che avrei desiderato d'andare alla messa laggiú la prossima domenica. Anche questa m'andò male. La matrigna crollò il capo in atto di biasimo, e disse: — Pare che ti studii apposta di crearti dei desideri strambi, come quelle ragazze viziate che sono solite a vedere i parenti appagare ogni loro capriccio. Tu sai, però, che non ti faccio nessun torto, non ti lascio mancar di nulla, ma di capricci non ne tollero. Abbiamo San Gaudenzio a due passi, e, in ogni caso, San Marco ed il Duomo poco distanti... Avevo preveduto, non solo il no, ma anche quella serie di considerazioni, che accompagnavano sempre le risposte della matrigna, tanto affermative quanto negative. Ma la Maria mi aveva detto che i signori Mazzucchetti abitavano a Sant'Eufemia, e la speranza di vedere il mio innamorato era cosí intensa, che mi fece fare quel tentativo disperato. In istrada guardavo con attenzione tutti gli uomini un po' grassi, e mi pareva d'aver sempre abborrito i magri. Però guardavo i grassi giovani e svelti. Finalmente s'andò a far visita alle cugine. Io sorridevo fra me salendo le scale, al pensiero che, al primo vedermi, la Maria mi avrebbe parlato di lui. Le diedi una stretta di mano forte forte, arrossendo molto, e senza osare guardarla. Contavo sulla sua disinvoltura, perché trovasse il modo di prendermi a parte a discorrere senza che altri udisse. Ma pareva che lei non ci pensasse. La matrigna s'era fermata nello studio col signor Bonelli, e noi quattro, col marmocchio per quinto, ci eravamo aggruppate nel vano di una finestra nel salotto. Si parlava delle mascherate degli ultimi giorni di carnovale, e d'una festicciola da ballo, dove la Giuseppina e la Maria erano state. La Maria descriveva la loro abbigliatura di quella sera; era bianca di crespo guarnita di rose pallide; e la vita, che non era scollata si abbottonava, non in mezzo al petto, come al solito, ma da un lato. La Titina ascoltava con un'attenzione vivissima. Domandava delle spiegazioni. Voleva sapere da che lato si abbottonasse quella vita; a destra o a sinistra? Ed i bottoni, c'erano da un lato solo, bizzarramente, o anche dall'altro per fare riscontro? Io fremevo; il tempo passava, e prevedevo che, a momenti, la matrigna ci avrebbe chiamate per andarcene. Come mai la Maria non parlava di quanto mi stava a cuore? Doveva essere per eccesso di prudenza. Ma io ero cosí fissa in quell'idea, che preferivo ancora che ne parlasse presente mia sorella e la sua, piuttosto che non parlarne affatto. Anzi desideravo che la Titina fosse, finalmente informata «di tutto». Un fatto cosí importante nella mia vita, non potevo lasciarglielo ignorare. Ed, inoltre, bisognava pure che potessi discorrerne con qualcuno, in casa, a passeggio, in camera, di giorno, di notte, sempre... La Maria la vedevo troppo di rado. Pensai di domandare chi c'era a quella festa, persuasa che la Maria profitterebbe dell'occasione per nominar lui, e dirne qualche cosa, piú o meno apertamente. Rispose la Giuseppina, cominciando una lunga enumerazione di signore e signorine. La lasciai finire, poi domandai ancora: — Di uomini... aspetta. Il Tale, il Talaltro, i due fratelli X, il capitano Y... — e tirò via cosí per un pezzo. Tratto tratto la Maria suggeriva un nome. La Titina dava segni evidenti di noia, perché noi non conoscevamo neppur uno di quei signori, né di persona né di nome. Io invece palpitavo, mi sentivo impallidire, ed il cuore mi martellava forte. Finalmente la Giuseppina disse: — C'era Mazzucchetti, co' suoi tre amici... Guardai la Maria fissamente, in grande aspettativa. Ma lei era tutta intenta a rammentarsi quei nomi di ballerini, e ne suggerí due o tre altri, senza far caso di quello come se non lo avesse udito. Al colmo della stizza, mutai di braccio il bimbo, che mi sonnecchiava in collo, e dissi che la finissero con quella litania di nomi; che, tanto, noi non si conoscevano; e che non c'era gusto, per me, a star a discorrere con quel marmocchio addosso; che non me ne potevo liberare un minuto; che ero stufa di lavarlo, vestirlo, dargli la pappa, e, peggio di tutto, portarlo in giro per le strade dove tutti mi guardavano e ridevano... — Sei come la Margherita del Fausto —. E si mise a recitare, pian piano, in cadenza:
Tanto che da me sola fui costretta A tirarmela su, la bamboletta. . . . . . . . . . . . . . . . Stavami nella notte accanto al letto... . . . . . . . . . . . . . . . Darle ber, collocarmela vicina Dovea per acquetarla, o dal piumaccio . . . . . . . . . . . . . . . E poi di gran mattina, Correre al lavatoio, indi al mercato,
La grande analogia fra quei versi e la mia situazione, vinse un momento la mia impazienza e mi forzò all'attenzione. La Titina poi, si divertí molto di quella poesia che pareva fatta per noi, e domandò: — Ma sei tu che inventi questa poesia? La Maria rise, e rispose con aria importante: — Che! Ti pare ch'io sappia far versi? È il discorso che fa la Margherita con Fausto. Parla della sua sorellina. — Come? Quella signorina vestita di bianco con quel grande strascico, sfaccendava cosí? — Sono le prime donne che si vestono da signora. Ma la Margherita è una contadina...
... Serva non abbiamo; io cuoco, Spazzo, cucio e lavoro di calzetta...
La Titina batteva le mani per l'allegria, rideva forte, e gridava: — Oh Dio! Come noi! Ma senti, Denza! Fa come noi quella bella signora! Io risposi guardando fissa la Maria: — Sí, ma lei aveva Fausto per raccontargli le sue noie, e noi non l'abbiamo. La Titina, scandolezzata, mi fece il solito rimprovero, molto severamente: — Sei proprio matta! Guarda se son cose da dire! Io, per altro, ero risoluta a far parlare la Maria ad ogni costo. Con una sfrontatezza che mi stupisce ancora a ripensarci, dissi: — Cioè; io forse l'ho il Fausto; ma non lo conosco. Mi toccò un altro rimprovero della Titina. — Hai il Fausto? Ma ne hai piú di grullerie da dire? Stai zitta; fai il favore! Ma ormai ero lanciata, e le risposi insolentemente ridendo: — Stai zitta tu; tu non sai. Di', Maria, l'hai piú visto il mio Fausto grasso, che mi guardava in teatro. La Maria stette un momento incerta, come se non si ricordasse; e quella fu per me una grande mortificazione; poi si mise a ridere, e disse: — Ah, sí! È, vero. Non te lo dissi, Giuseppina, che la Denza ha fatto la conquista del Mazzucchettone la sera del Fausto. Quel grande avvenimento, che m'aveva occupato tanto, che aveva mutato il mio umore, il mio modo d'agire, le mie viste per l'avvenire, che m'aveva quasi fatto dar volta al cervello, alla Maria era sembrato cosí inconcludente, che non ne aveva neppure parlato a sua sorella. La Giuseppina, però, lo prese sul serio, come aveva fatto la Maria quella sera, e disse: — Mia cara. Se è vero, bada che non è un partito da trascurare. Dacché ti preme di maritarti per uscir di casa, tieni da conto quello, che è ricco, ed è anche un buon giovane. Accompagna sempre la sua mamma alla messa... Io mi lasciai sfuggire un'esclamazione di rammarico. — Ecco! L'ho detto io che se s'andava a messa a Sant'Eufemia l'avrei veduto, finalmente! — Ma come? Non l'hai ancora veduto? — No. La Maria me ne parlò soltanto quando fummo uscite dal teatro... La Giuseppina prese un atteggiamento pensoso, e borbottò: — Come si fa a farglielo vedere? Come si fa? Poi interruppe le sue riflessioni, ed osservò: — Ma però, vestita come sei, non so neppure se ti convenga di attirare la sua attenzione. Se tu potessi farti fare un vestito un po' piú lungo... E un po' meno scarso di questo, che ti fa parere stretta in petto... — Oh lascia stare il vestito; non importa. Di', pensa; come si può fare per vederlo quel giovane? La Maria, che non rifletteva mai molto, ed amava andar per le spicce, propose di farselo presentare in casa dal suo maestro di piano, che dava lezione anche a lui, e di invitare noi pure in quella circostanza. Ma la Giuseppina le diede sulla voce: — Questo è un romanzo! Quando mai il babbo ci ha permesso le presentazioni, i ricevimenti?... Si pensò ancora molto; poi si concluse che le cugine verrebbero a prenderci la prossima domenica per andare alla passeggiata sull'«allea» all'ora della musica. E, siccome io crollavo il capo sfiduciata, prevedendo che la matrigna direbbe di no in causa del bimbo, la Maria accomodò la cosa cosí: — E, se dirà di no pel bimbo, la Titina, che non lo tiene mai, si offrirà di stare a casa lei a custodirlo. Nevvero, Titina? Per una volta... Tu non hai nessuno da vedere, e puoi fare un sacrificio per tua sorella. Quando lei sarà maritata, starai meglio anche tu. Ti verrà a prendere ogni giorno, ti farà divertire... Ne avemmo ancora per una mezz'ora da congetturare su quel disegno. A casa poi ci furono degli altri giorni di orgasmo, di fantasticaggini sempre sullo stesso argomento. La Titina, dopo essersi scandolezzata all'idea del Fausto, aveva finito per prenderla a cuore anche lei; e fra noi, se ne parlava come d'un possibile, anzi probabile scioglimento della nostra situazione. A sentirci, si sarebbe supposto che ci fossero delle vere trattative di matrimonio e che s'andasse a marito tutte e due. Libera io, doveva esser libera anche mia sorella dalla suggezione della matrigna, dall'uggia del bimbo, e da tutto. Mi diceva con slancio generoso, come se la cosa dipendesse appunto da lei: — A me non importa, sai, che ti mariti prima tu, che sei la minore. Maritati pure. Pensa, se voglio farti perdere una fortuna... Io parlavo piú volentieri di lui: — Chissà se mi vedeva per la prima volta quella sera in teatro, o se mi aveva già osservata prima! E fra me stessa, senza osare dirlo a mia sorella, pensavo che forse era innamorato di me. Quanto a me, mi sentivo innamorata di lui, ignoto com'era. Amavo l'innamorato, ed il fatto d'avere un innamorato, che mi dava importanza a' miei propri occhi. Dunque potevo essere desiderata e sposata, come le signorine eleganti educate in collegio. M'ero sentita tanto avvilita, dal mio vestire grottesco, e dalle nostre abitudini eccezionali, che quell'amore mi consolava, e m'insuperbiva come una riabilitazione. Le cugine vennero alla metà della settimana, a fare il famoso invito per la passeggiata della domenica; e la matrigna non fece neppure l'obbiezione che avevamo preveduta; disse che al bimbo, per quelle poche ore avrebbe badato lei, «che ci divertissimo pure, che la gioventú ne ha bisogno, e lei lo capiva, e lo concedeva sempre quando si poteva fare senza una spesa per la famiglia...» Noi accettammo il permesso e le riflessioni, facendo l'indifferente; ma, appena uscite le cugine, ci precipitammo in camera, per poter metter fuori le esclamazioni di gioia gongolante, che avevamo nel petto. Ci abbracciammo ridendo, e sussurrando piano: — Che piacere! Tutte due! Che piacere! Io aggiunsi: — Lo vedrai anche tu! E mi pareva che fosse un gran privilegio per la Titina, e che fossi io a procurarglielo. Ma, dopo esserci abbracciate e baciate, rimanemmo un po' confuse, perché quelle dimostrazioni non erano nelle nostre abitudini. Noi ci baciavamo sulle due guancie, alla partenza ed al ritorno, soltanto quando accadeva che una sola partisse da Novara senza l'altra. Era accaduto appena due o tre volte a nostra ricordanza, per far delle visite ad una sorella del babbo, maritata a Borgomanero. Rimanemmo mortificate di quella scena che avevamo fatta, e non osavamo guardarci. Ed io, per farla dimenticare, andai a spalancare l'armadio dei vestiti, e mi misi a guardarli con una grande attenzione, come se ci fosse molto da scegliere. E si ridissero tutti i guai del mio abito, e si deplorò da capo la meschinità della mia abbigliatura. E pel resto della settimana continuammo a parlarne, a fare dei lavorucci in segreto, ad allargare, a stirare, ad insaldare, a turchinettare, tanto per aggiungere, colla goletta ed i polsini, una certa eleganza al mio vestito. Io immaginai anche di disfare un ritreppio alla gonnella, che ne aveva tre, per allungarla. Ma quando, nell'uscire, traversai il cortile, pieno di sole, tutti si misero a ridere, perché le mie gambe trasparivano traverso la stoffa un po' leggerina dell'abito, che di sotto aveva le sottane corte. Si dovette ritardare d'una mezz'ora, la passeggiata, per rifare la tessitura disfatta, senza contare la mortificazione che mi toccò, per aver fatto quella figura in faccia alle cugine ed al signor Bonelli. Finalmente si partí, a due a due. Io e la Maria davanti, le due sorelle maggiori dietro noi; i due babbi dietro loro. Le cugine erano in gala, con una cappina di panno, il manicotto, il goletto di pelliccia, il velo del cappello ben teso sul viso fino alla punta del naso, ed un buon odorino di violetta, che mi metteva in gran suggezione. Io camminavo tutta impacciata, co' piedi fuori della gonnella, ed i polsi rossi pel freddo che si vedevano tra la manica ed il guanto, senza mantello di nessuna specie, senza manicotto, colle mani in mano. Per un pezzo non osai parlare, e pensavo che la Maria forse si vergognava di farsi vedere in giro con me, perché non mi diceva nulla, ed aveva un fare superbiosetto che non le avevo mai veduto. Ma piú tacevo, e piú mi sentivo avvilita, e capivo che prendevo un'aria sempre piú grulla, col viso imbronciato e rosso, camminando muta accanto a quella bella signorina, che pareva la mia padrona. E quando fummo per entrare nel viale dell'«allea», mi feci coraggio, e domandai alla Maria una cosa che mi stava sul cuore da un pezzo, chinandole il capo accanto per far vedere che eravamo amiche. — Perché domenica la Giuseppina ha detto che a quel ballo c'era «Mazzucchetti coi suoi tre amici»? Chi sono? — Ah! sono De Rossi e Rigamonti. Stanno sempre insieme. Sono «I tre moschettieri». Io non avevo la piú lontana idea di quello che potessero essere «I tre moschettieri», e, senza punto punto vergognarmene, dissi, lasciando vedere tutto il mio stupore: — Oh! che cosa sono? La Maria fece: «Scc!» Poi mi rispose, colle mani nel manicotto, e piano piano come fanno le persone per bene in istrada, senza guardarmi, perché avrebbe dovuto alzare il capo, lei che era piccolina: — Non parlar forte! «I tre moschettieri» sono dei personaggi da romanzo. Quei giovani hanno pigliato quei tre nomi e fra amici si chiamano cosí. Il mio buon senso naturale, accresciuto di tutto quello che la matrigna mi andava insinuando da circa due anni, si ribellò a quell'idea. Al colmo della stupefazione esclamai, dimenticando di parlar piano: — Oh Dio! ma perché? Quello scoppio di voce mi procurò un doppio rimprovero dalla Maria e da sua sorella, che anche lei, di dietro, fece: «Scc!» E la Maria rispose: — Parla piano! Io non so, perché. Sai; hanno letto quel romanzo, e gli sono piaciuti quei personaggi. C'è anche il Crosio, quello che è ufficiale nelle guide, e che è qui in aspettativa, che fa d'Artagnan. — Che cosa fa? — D'Artagnan. Un altro moschettiere. — Allora sono quattro? — Sí. Ma si dice «I tre». Diceva questo tranquilla tranquilla, tutta composta, movendo appena le labbra, senza il menomo stupore, come se dicesse la cosa piú naturale del mondo. Quella ragazza aveva il dono di saper tutto e di non meravigliarsi di nulla. Quanto a me, ero in tale stupefazione che rinunciai affatto a capire. Soltanto ero un po' inquieta per lui. Come si farebbe ad intenderci? Domandai timidamente: Avevo già spalancato gli occhi e la bocca, e stavo per prorompere in un'esclamazione, come mai Portos volesse dire grosso, quando, per fortuna, la Maria fece: — Scc! Stai zitta. È qui, ma non guardare; fa' finta di nulla. Non guardare! Se ero uscita per vederlo! Voltai il capo da tutte le parti, dicendo: — Dov'è? dov'è? — Ora te lo dico. Ma aspetta a guardare, non farti scorgere, sai. È da questa parte, accanto al rondò della musica, dietro le signore Savi, quelle dal cappello granato. Non guardare ancora. Ci saluterà, perché c'è anche il maestro di piano, allora lo vedrai. Di dietro la Giuseppina susurrò piano: — Denza, eccoli. Se ne parlava sempre in plurale. Io ero rossa come una ciriegia, tutta confusa, e mi struggevo di vederlo. Domandai: — Ci son tutti? — Sí, stai attenta; ora ci salutano. Intravvidi un movimento, udii come uno strisciar di piedi; la Maria chinò appena impercettibilmente il capo senza guardare nessuno e seria seria. Io guardai a tutt'occhi, vidi dei cappelli che si movevano, ed un gruppo di uomini fra i quali campeggiava in un lungo soprabito grigio, una specie di elefante. Mi si strinse il cuore, e domandai sbigottita: — Qual è? — Il piú grasso; ma non farti scorgere. Ero tutta turbata. Quella mole superava ogni mia immaginazione. Sí, lo avevano detto che era grasso, lo sapevo; ma avevo sempre cercato di attenuare la cosa, di conciliare la pinguedine colla gioventú, colla sveltezza... Invece era un coso tutto d'un pezzo, colle spalle poderose, alte, quadrate, il petto sporgente, il collo corto ed una grossa testa coi capelli neri neri, lisci lisci, e gli occhi neri, grossi, sporgenti. Mi parve un vecchio. Ma la Maria, appena fummo sedute tutte e quattro sopra una panchina, coi nostri babbi in piedi di dietro, dall'altra parte della musica, tirò fuori dal manicotto una bella pezzuolina che olezzava di violetta, e mettendola sulle labbra, come per ripararne il freddo, mi parlò da buona, come in casa: — Non dir grullerie. Ti pare che sia vecchio? ha ventun anno e non è punto brutto. Guarda. Ora puoi guardarlo senza farti scorgere. Vedi? di profilo è bello. Ecco ora guarda in giro per cercarci. Gli hai fatto buona impressione... Lo fissai lungamente. Infatti aveva un bel profilo da cammeo, e quando finalmente scoprí dov'eravamo e posò un minuto quegli occhioni tondi su di me, li trovai pieni di dolcezza. La Titina, che lo guardava dal punto di vista del matrimonio, badava ad incoraggiarmi, e diceva, sporgendo il capo dinanzi alla Giuseppina per farmi sentire: — Ma è bello, sai. Ha un'aria da gran signore. Infatti, sia perché quel soprabito lungo e chiaro lo faceva spiccare in mezzo agli altri, sia perché dominava di tutto il capo i suoi amici, aveva l'aria nobile, sembrava superiore a loro. Tutti gli parlavano, e lui rispondeva con gran calma, e senza nessun gesto. Aveva i movimenti molto lenti. Potei osservarlo finché volli, perché lui mi guardò soltanto quella prima volta un istante, e poi un'altra volta nel passarci davanti, mentre io avevo gli occhi fissi su lui, e una terza volta di sfuggita al ritorno, incontrandoci sotto i portici. Ma, in sostanza, mi parve un po' freddo, e mi sentii umiliata e malcontenta. La Maria mi disse che questa freddezza apparente, era una prova di tatto da parte sua. Che non voleva compromettermi guardandomi troppo. Che del resto lei avrebbe saputo dal maestro di piano, se gli ero piaciuta, e cosa aveva detto di me. |
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