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Maria Antonietta Torriani Torelli-Viollier alias Marchesa Colombi
Matrimonio in provincia

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  • VII
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VII

Per tutta la primavera ed una parte dell'estate non vi furono altri avvenimenti.

Verso la metà di giugno, una sera che si moriva dal caldo, nel passare dinanzi al caffè Cavour, vidi Onorato, coi tre amici, seduto ad un tavolino, in mezzo alla gran folla di signori eleganti, e di camerieri che correvano portando i vassoi colle braccia alzate, e gridando: «Pronti! Vado

Noi non ci eravamo mai seduti a quel caffè di lusso. Le poche volte che si prendeva un gelato, s'andava ad un caffè modesto e meno frequentato e si entrava per una porticina di dietro, in una sala deserta. E si domandavano tre gelati e due piattini in piú; poi si facevano le parti. Il babbo e la matrigna, davano ciascuno una parte del loro gelato, in un piattino, al bimbo. La Titina divideva il suo con me. Per lo piú il cameriere portava soltanto tre cucchiarini, ed il babbo doveva reclamare ed impazientarsi, per avere gli altri due. Credo che il cameriere ci burlasse.

Quella sera, forse che il caldo le portasse via la testa, la matrigna propose di fermarci al caffè Cavour. Io arrossii al pensiero di fare tutto quell'armeggio dei piattini, dinanzi a tanta gente ed a lui; ma non potevo oppormi.

Allora dissi che mi doleva il capo, e che non potevo prendere il gelato; cosí soltanto la Titina divise il suo col bimbo, e non ci furono altre complicazioni.

Mi parve che quella sera le occhiate di Onorato avessero qualche cosa d'insolito, come un'espressione di rammarico, di malinconia. Due volte chinò lievemente il capo come in atto di saluto. Quando noi ci alzammo, si alzò anche lui, e, naturalmente, anche i «Moschettieri»; e per tutta la strada udii le loro voci dietro a noi.

E mentre il babbo apriva il portone, loro ci passarono dinanzi, e dopo alcuni passi, Mazzucchetti si voltò indietro, e mi salutò; positivamente mi salutò.

L'impressione che riportai da quell'incontro, non fu tutta di gioia. Ero turbata. Sentivo che aveva voluto annunciarmi qualche cosa; e qualche cosa di triste. Ma che cosa? La Titina non voleva aiutarmi ad indovinare, e diceva:

— Ma sei matta! È sempre la stessa storia. T'ha guardata come al solito. Sarebbe meglio che ti sposasse!

Per alcuni giorni non lo vidi. La domenica non comparve alla messa, per la prima volta dopo quasi un anno! E la sera di quella stessa domenica, incontrai due Moschettieri scompagnati. De Rossi e Rigamonti... Portos e d'Artagnan mancavano.

Era troppo! cominciai a rattristarmi, ad almanaccare idee nere, e per quanto la Titina affermasse che doveva essere andato «a quelle acque che dimagrano, da dove tornava sempre piú grasso» io non potevo darmi pace.

Ricorsi al solito rifugio delle Bonelli. Per l'appunto dovevano andare presto in campagna; dissi alla matrigna che partivano fra due giorni, sebbene sapessi che era fra dieci, e la indussi ad accompagnarci a salutarle.

Sgraziatamente lo studio del signor Bonelli era chiuso, e la matrigna dovette salire con noi. Ma questa volta la Maria pensò a me, e nello stringermi la mano susurrò:

— È andato a Parigi all'Esposizione.

Poi si volse alla matrigna e parlò d'altro lasciandomi tutta pallida e fredda, con quella trafittura nel cuore.

A Parigi! Ma era dunque possibile che si andasse davvero a Parigi? E che se ne tornasse? — Stetti un tratto muta, paralizzata. Poi a poco a poco mi riebbi cogli orecchi che ronzavano come dopo uno svenimento; ed in mezzo a quel ronzio, che era la conversazione generale, di cui non capivo una parola, esclamai col coraggio della disperazione:

C'è l'Esposizione a Parigi, nevvero?

La matrigna rispose:

Bella novità! È un anno che se ne parla...

E ripigliò il discorso che aveva interrotto «che noi non s'aveva villeggiatura, perché le villeggiature sono una passività, e lei, quando comperava dei fondi, intendeva di mettere del denaro a frutto pel suo erede...»

La interruppi ancora per domandare ansiosamente:

— E c'è molta gente che ci va?

— In villeggiatura?

— No, a Parigi.

Toh! quella s'è fissata su Parigi! Hai la speranza che io ti ci conduca?

— No... Domando cosí... per sapere.

La Giuseppina disse:

— Di qui sono andati i Carotti, il marchese Fossati, i Preatoni, e poi una compagnia di giovinotti...

Mi lanciò un'occhiata per avvertirmi che parlava di lui, ma, colla sua prudenza, non disse il nome, né nessun nome che richiamasse quello; e continuò:

— ...Che staranno un mese a Parigi, poi passeranno un mese a Londra, poi visiteranno una parte dell'Inghilterra, il Belgio e l'Olanda...

Io esclamai scoraggiata:

— Ma staranno in giro un'eternità!

— Un po' a lungo, . È un viaggio d'istruzione. Ma devono tornare agli Ognissanti.

 

A misura che si avvicinava la festa degli Ognissanti il mio spirito si rasserenava. Non pensavo piú alla lontananza; pensavo alla gioia del ritorno, di incontrarlo per strada di rivederlo in chiesa.

La vigilia degli Ognissanti andammo dalle Bonelli. Ma quell'anno avevano cessato di prender lezioni di piano, vedevano il maestro molto di rado, e non sapevano piú dirci nulla di Mazzucchetti.

La Giuseppina disse:

— È certo che dovevano tornare oggi. So che Crosio torna questa sera, e credo che torni anche Mazzucchetti.

Piú tardi la Titina osservò che la Giuseppina era sempre informata di quanto faceva Crosio, e, che doveva esservi qualche cosa. Ma a me non importava nulla di nessuno, il mio amore mi assorbiva tutta.

La mattina degli Ognissanti, nel vestirmi per la messa, dicevo a mia sorella:

— Non so come farò a non svenire, quando lo vedrò entrare in chiesa.

E lei mi rispondeva:

— Non montarti la testa. È probabile che oggi non venga. È appena arrivato per passare gli Ognissanti in famiglia; non potrà, fin dal primo giorno, lasciare la sua mamma.

Durante la messa non feci che voltarmi indietro ogni volta che udii richiudersi la porta. Scandolezzai i devoti, mi feci sgridare dalla zia, ma Onorato non lo vidi.

Il giorno dei morti mi svegliai coll'impressione che fosse accaduta una sventura; e subito mi ricordai la mia sventura, e cominciai a gemere colla Titina, prima ancora d'alzarmi.

Nel pomeriggio, mentre la Titina, che faceva la settimana di cucina, stava preparando la minestra di fagioli, che si mangia in tutta la provincia il giorno dei morti, io, che mi sentivo il cuore gonfio di amarezza e gli occhi gonfi di lagrime, buttai il lavoro nel paniere, e mi rizzai contro la finestra, guardando la pioggia che cadeva frettolosa e minuta, e piagnucolando in silenzio.

Ad un tratto vidi il signor Bonelli entrare dal portone, traversare il cortile dando un'occhiata allegra alle nostre finestre, e scomparire nello studio dei babbo.

Il cuore mi diede un gran balzo. Ebbi il presentimento che quella visita insolita riguardasse me. Senza osare di fermar il pensiero sulla speranza, che mi spuntava timidamente nell'animo, corsi accanto alla Titina e le susurrai quanto avevo veduto.

Lei, senza scomporsi, e continuando a tagliare a quadretti uniformi la cotenna di maiale da cuocere coi fagioli dei morti, disse:

— Si vede che Mazzucchetti è tornato, e lo manda a fare la domanda di matrimonio.

Io le buttai le braccia al collo, le nascosi il volto sulla spalla, e mi misi a singhiozzare nervosamente.

Lei crollò le spalle senza asprezza, ma un po' confusa, ed affrettandosi a tagliare le cotenne e guardandole fisse mi disse rapidamente:

— Sei matta? Stai su, e va' in camera. Senti, viene il bimbo. Guai se andasse a dire alla sua mamma che fai queste scene!

Poi, mandando un gran sospiro, con uno sguardo desolato al tagliere, soggiunse:

— Non vedo l'ora che ti sposi! Non si può durare cosí.

Andai in camera agitatissima. Giú nello studio si trattava la grande questione del mio avvenire.

Udivo in cucina la Titina discorrere colla matrigna, che era andata ad aiutarla, e ridere col bimbo che domandava «perché i morti mangiano i fagioli

La voce del babbo, che doveva essersi affacciato all'uscio della cucina, chiamò la matrigna.

Marianna! Vieni in camera un momento!

Appena udii richiudersi l'uscio dietro a lei, sgusciai in cucina e domandai a mia sorella:

Titina, che viso faceva il babbo? T'è sembrato contento?

; si stropicciava le mani.

In quella, dalla sua camera, la matrigna chiamò forte due volte: Titina! Titina!

Mia sorella rispose: «Vengo!» E, mentre si scioglieva i nastri del grembiule da cucina, mi susurrò:

— Vogliono domandarmi se non mi dispiace troppo lasciarmi passare innanzi la sorella minore. La tua sorte è nelle mie mani!

Ed uscí ridendo.

Stettero un gran pezzo in conferenza. Io ero sulla brace. Avevo tanto bisogno di sfogo, che entrai nel paravento, e raccontai alla zia che forse Bonelli era venuto a farmi la domanda di matrimonio, per un giovane molto ricco, e molto buono, figlio unico

La zia si allegrò tutta, e si raccomandò che la facessi venire in campagna con me, almeno un mese all'anno, perché «non pareva, ma era lunga l'annata dietro quel paravento».

Risuonò un passo forte in cucina, ed il babbo disse:

Denza! Dove sei?

Uscii dal paravento, sorridendo alla zia, che mi faceva dei piccoli cenni col capo, e seguii il babbo, che s'avviava nella sua camera, tenendo l'uscio aperto per me.

Trovai la matrigna seduta accanto al fuoco, colla Titina in piedi dinanzi, che teneva gli occhi bassi, ed era rossa in viso come se avesse pianto. Il babbo si mise a sedere dall'altra parte del camino, ed io mi fermai in piedi presso mia sorella. Il babbo disse:

— Mia cara Denza. Tua sorella ci assicura che tu sei molto malinconica, e che non potresti vivere senza la sua compagnia, o, almeno, che saresti infelice. È vero questo?

Non capivo affatto. Come mai mia sorella poteva immaginarsi che, vivendo con Onorato, sua sposa, io avessi a sentire tanto la mancanza di lei? , le volevo bene ma non vedevo l'ora di andarmene; e, se avevo un rammarico, era di non rimpiangerla abbastanza.

Ad ogni modo non volevo rinunciare alla mia felicità per secondare la tenerezza di mia sorella. Mi domandava un sacrificio troppo grande. Risposi:

— Tutto dipende dalla compagnia con cui dovrei vivere, lasciando lei...

La matrigna m'interruppe un po' risentita:

— Oh, quanto a questo, la compagnia di tuo padre, e di quella che ti tien luogo di madre, potrebbe trovar grazia a' tuoi occhi, mi pare!

La guardai stupefatta. Dovevo vivere con loro anche dopo maritata? E, allora perché non ci doveva essere la Titina? Fu questa la domanda che mi venne alle labbra:

— Ma la Titina dove andrebbe?

— Oh bella! Con suo marito.

La Titina si lasciò sfuggire un gran singhiozzo, e ricominciò a piangere coprendosi il volto con le mani. Io esclamai tutta giubilante:

— Oh! si marita anche lei?

La matrigna mi diede un'occhiata stupita, poi disse, parlando al babbo.

— Anche lei! Vedrai che questa signorina ha creduto d'essere lei la sposa. Del resto tu hai un po' di colpa, perché non dici mai le cose con precisione.

Poi si volse ancora a me, e riprese:

— Ecco di cosa si tratta. Abbiamo ricevuto una domanda di matrimonio per tua sorella; ma lei esita ad accettare per non separarsi da te, che sei tanto malinconica, dice... Chissà perché, poi? Mi pare che qui nessuno ti dia dei dispiaceri...

Tirò via una lunga chiacchierata, ma io non ascoltavo piú. Le prime parole mi avevano dato un tal colpo, che rimanevo tutta fredda e tremante e non rispondevo nulla.

Il babbo mi disse severamente:

— Ma Denza, non trovi una parola da dire alla Titina, che vorrebbe sacrificarsi per te?

Io balbettai:

— Non voglio che si sacrifichi. Si mariti pure! Tanto, alla mia malinconia nessuno può farci nulla... Ne morirò! Ne morirò di certo!

E fuggii via singhiozzando, mentre la matrigna diceva al babbo:

— Quella ragazza va curata... È nervosa...

 

Il pretendente di mia sorella era Antonio Ambrosoli, figlio del farmacista di Borgomanero, lo stesso che era stato fidanzato per tre anni con la nostra cugina di laggiú.

Al momento di concludere il matrimonio, la sposa non aveva voluto adattarsi a convivere coi genitori di lui; lui, per considerazioni d'interesse, non aveva potuto separarsene, e le nozze lungamente vagheggiate, erano andate a monte.

Questa rivelazione mi mise un grande sgomento nell'animo. È vero che, prima di rinunciare ad Onorato, io mi sarei rassegnata a far vita comune col padre, colla madre di lui, con tutta la parentela paterna e materna, ascendente e collaterale, fino ai cugini piú remoti. Ma se, per qualsiasi altro motivo, i suoi genitori si fossero opposti al nostro matrimonio? E se lui, come Antonio, vi avesse rinunciato?

La matrigna, che non amava le cose lunghe, dichiarò che le nozze di mia sorella si farebbero fra un mese. E quel tempo fu cosí occupato nei preparativi, che fui molto distratta dalla mia eterna cura amorosa.

Il gran giorno ci capitò addosso che non avevamo ancora finito di cucire il corredo. La notte precedente non ci coricammo neppure, e la mattina all'alba eravamo già tutte in gala.

Io, che a forza di crescere avevo finito per dover allungare le gonnelle volere o non volere, ebbi per quella circostanza un abito nuovo di lana verde-bottiglia, che toccava terra, un cappellino di feltro verde, ed una cappina eguale all'abito. E mia sorella, impietosita delle mie mani rosse, aveva suggerito allo sposo di regalarmi un manicotto di falso ermellino...

Ah! come mi struggevo d'esser veduta da Onorato vestita a quel modo! Avevo anche i capelli divisi sulla fronte!

Ma nessuno mi vide perché la cerimonia si fece alle sei e mezzo del mattino, senza pompa e senza inviti, ed uscendo dalla chiesa s'andò direttamente alla stazione ad accompagnare gli sposi che partivano per Borgomanero.

Partiti loro, la casa ripiombò nella solita tristezza.

Ma si avvicinava il Natale, ed io mi consolavo pensando che Onorato sarebbe tornato per fare le feste in famiglia. Ripetevo fra me un proverbio, che alludeva non so a quale vecchia leggenda, e che la zia ripeteva, ogni volta che si parlava del Natale e di gente lontana: «A Natale si restituiscono fino i banditi

Sebbene di solito non fossi divota, quell'anno uscii ogni mattina alle sette colla zia che faceva la novena di Natale a San Marco. Mi pareva che quell'ora mattutina, quelle strade deserte e buie, ed il ghiaccio della notte che scricchiolava sotto i piedi, aumentassero il merito della divozione.

M'inginocchiavo in atto compunto nella chiesa buia, e fissando con occhio supplichevole la luce lontana delle candele sull'altare, susurravo fervidamente: «Oh Gesú, fatelo tornare! Oh Gesú, fatelo tornare

E mi sgolavo a cantare ad alta voce le litanie ed il tantum ergo; ma, per me, quella nenia gemebonda e quelle parole latine che non capivo, ripetevano tutte la stessa invocazione! «Oh Gesú, fatelo tornare

Il 22 dicembre, vennero le Bonelli ad annunciarci che la Giuseppina era sposa. Il padre diede la nuova ufficialmente; e la figliola arrossiva un pochino, non troppo; scoteva energicamente le nostre mani in risposta alle congratulazioni, e diceva senza confondersi:

— È capitano delle Guide. Suo padre era colonnello; il famoso colonnello Crosio che morí a Solferino. Carlo Alberto lo stimava molto, lo trattava da amico. La madre è dell'antica nobiltà piemontese; vive presso Racconigi. Il suo piccolo parco confina col parco reale; e Carlo Alberto, quand'era per le caccie, entrava qualche volta nella villa modesta del suo colonnello...

Diceva tutto questo, come se discorresse d'un uomo nuovo, che avesse conosciuto soltanto dacché l'aveva domandata in moglie, e del quale non sapesse altro che quelle generalità.

Dei loro sentimenti, del come s'erano amati e fidanzati, — e doveva essere un pezzo perché la Titina aveva sempre notato che in casa Bonelli si conosceva tutto quanto faceva Crosio, — non si lasciò sfuggire neppure una parola.

Quelle ragazze facevano tutto compostamente, senza scene, da gente per bene; anche l'amore.

Fui cosí mortificata da quella riserbatezza dignitosa, che non osai domandare di Onorato.

Come mi parvero noiosi quell'anno gli apparecchi del Natale, che in casa nostra si cominciavano otto giorni prima della festa!

Di solito si rideva molto con mia sorella, quando si saliva in piedi sui fornelli, sulle tavole, sulla credenza, e fin sul piano del camino per incoronare di lauro le casseruole appese al muro, «come si coronavano i poeti in Campidoglio», diceva il babbo.

E noi, nel cucinare, dicevamo l'una all'altra: «Staccami quel poeta piú grande, o piú piccino».

Nel fare il presepio pel bimbo avevamo scoperto che uno dei Re Magi, quello dall'incenso, rassomigliava ad Onorato, e chiamavamo i Magi «I tre Moschettieri».

Quell'anno invece ero sola e triste. Nel mettere a posto i «moschettieri» in fondo al presepio, mi ricordai che la Titina, il Natale precedente, aveva detto: «questi benedetti Moschettieri sono sempre sull'uscio colla loro offerta, ma non entrano mai».

Era passato ancora un anno, ed il mio moschettiere era sempre sull'uscio... Seppure v'era, perché, a quella distanza, che cosa ne sapevo piú?

Nel gennaio si celebrarono con gran pompa le nozze della Giuseppina; ma io dovetti accontentarmi d'andare colla matrigna in chiesa tra la folla, a vedere la sposa vestita di bianco, e lo sposo in grande uniforme, e la suocera maestosa come una regina, e tutte le signore cogli strascichi lunghi che tenevano la gente a distanza, e gli uomini in abito nero, fra i quali c'era anche il babbo, con un grosso rotolo in mano. Era un epitalamio che doveva leggere alla colazione, e che il signor Bonelli aveva fatto stampare a sue spese. Veramente il babbo lo aveva scelto nel vecchio fascio di poesie giovanili, che serbava nello stipo della sua camera fra le memorie di famiglia. Ma ci aveva lavorato molto per adattarlo alla circostanza, e si lagnava che «l'estro non gli sorridesse piú come una volta». Parlava d'Imene, poi della Madonna e di san Giuseppe patrono della sposa, perché il babbo «conosceva il linguaggio poetico, ma non dimenticava d'esser cristiano».

Nella primavera seppi che Onorato era a Soleure e che contava di rimanerci tutto l'anno per rinfrancarsi nella lingua tedesca.

Quei due matrimoni l'uno dietro l'altro, m'avevano fatto sembrare piú facile anche il mio. E ad un tratto, quell'idea d'un anno intero di lontananza, d'un'aspettazione indefinita, mi colpí come un disinganno.

E tuttavia mi rassegnai, e tirai avanti altri dodici mesi, e sempre collo stesso pensiero.

Avvennero molte novità in quel tempo, piacevoli e dolorose. Mia sorella ebbe un bambino. Il marito della Giuseppina fu destinato di guarnigione a Palermo, e lei lo seguí di dal mare. Il bimbo della matrigna smesse le gonnelline, mise i calzoni e andò a scuola. E la povera zia si prese un reuma piú grave degli altri, stette a letto un mese intero, e finí per andarsene quietamente come aveva vissuto, all'altro mondo nel quale credeva.

Il babbo aveva acceso molte lampade alla Madonna durante la malattia; ma per quella volta, il suo rimedio non aveva giovato. E la cucina ci parve piú grande e piú triste ancora, senza quel paravento.

Poi, nei primi tempi del nostro lutto si fece sposa anche la Maria, e, dopo un breve viaggio di nozze, tornò collo sposo in casa di suo padre, per non abbandonarlo nella vecchiaia.

Di quattro, io, la bellezza, ero rimasta l'ultima.

Finalmente una sera di maggio, mentre eravamo a passeggio sull'«allea», vidi Onorato, coi due moschettieri che gli erano rimasti.

Nel passarmi accanto, mi guardò, precisamente come se m'avesse veduta il giorno innanzi. Ebbi un accesso di gioia pazza, e pensai:

«Ecco! È venuta la mia volta

Ed aspettai di giorno in giorno la domanda di matrimonio.

Ma la domanda non venne. Riprese a guardarmi quando m'incontrava, a venire in chiesa in capo al banco, cogli occhi fissi su me; gli occhi che mi riconfermavano sempre il tacito accordo pattuito fra noi, e rafforzavano la mia fede, ed accrescendo la mia impazienza, mi davano però l'energia d'aspettare.

Ed aspettai infatti altri cinque o sei mesi, felice del suo ritorno, tranquilla d'aver assicurato il mio avvenire.

Un giorno la Maria, che dopo il suo matrimonio non m'aveva piú parlato d'Onorato, e si lasciava vedere di rado a casa nostra, venne a prendermi per condurmi a pranzo da lei.

Quel fatto strano mi fece supporre che avesse qualche buona nuova da comunicarmi; pensai alla domanda di matrimonio ed uscii col cuore palpitante.

Infatti, mentre aspettavamo che il signor Bonelli ed il marito della Maria tornassero pel pranzo, lei mi disse:

— E tu, bellezza! non pensi a maritarti? È tempo, sai. Hai sei mesi piú di me.

Io cominciai a rispondere:

— Ma appena mi farà la domanda...

Lei m'interruppe con una risatina che non era naturale, ed esclamò:

— Ah! la domanda di Mazzucchetti! È il tuo vascello fantasma, quella domanda!

— Il mio vascello fantasma?...

; tu non sai. È un'opera. Vuol dire una meta a cui si tende sempre e non si raggiunge mai. Un'illusione.

Credi che sia un'illusione?

Vedo che passano gli anni e non concludete nulla... Io, nel caso tuo, ci rinuncerei.

Crollai le spalle indispettita, e lei continuò:

— Ti allontana i partiti quel grassone.

Io protestai:

— Ma che partiti? Se non c'è nessun altri che si curi di me...

Sfido! Sanno tutti che sei innamorata di quello . Mio marito l'ha udito dire in un caffè.

— In un caffè!

— Ma sicuro, mia cara. Tu vivi fuori del mondo, e non sai che quel bel signore ti compromette colle sue eterne occhiate, che non mettono capo a nulla.

Ero un po' offesa, senza saper bene il perché.

Quel discorso mi pareva brutale, e fuor di proposito. Perché me lo faceva appunto allora, e non qualche anno prima? Non rispondevo nulla, ma il mio silenzio doveva dimostrarle che ero risentita, perché lei mi venne accanto, mi prese le mani e disse:

— Non andare in collera, ti dico queste cose pel bene che ti voglio. Se noi potessimo giovarti, tanto io che mio marito... pensaci. Possiamo far qualche cosa per te? Presto andiamo in campagna. Vuoi venir via con noi e star fuori tutto l'autunno, e cercare di dimenticarlo?... Vuoi?

Stetti un lungo tratto a pensare. Mi pareva di sentire in quelle parole un sottinteso che non mi riesciva di comprendere. Finalmente dissi:

— Perché dimenticarlo? Dopo aver aspettato tanto!...

Lei mi guardava con un'aria di compassione che mi faceva stizza, e non parlava piú. Io tornai a dire:

Dimenticarlo! Bisognerebbe che sapessi che non mi sposerà mai, per volerlo dimenticare.

La Maria chinò il capo come se avesse un torto e se ne vergognasse, e senza guardarmi sussurrò:

Fa' conto di saperlo.

Diedi una forte scossa alle sue mani che tenevano sempre la mia, e respingendola, ed alzandomi a guardarla in viso, tutta eccitata gridai:

— Perché? Che motivo hai di dir questo? Perché non dovrebbe sposarmi mai? Ho qualche torto? Di'...

Crollò il capo, e sempre cogli occhi bassi rispose:

— Tu no, povera Denza!

— Allora è di lui che sospetti? Di che cosa? Sentiamo. Ha un'altra moglie?

Questa volta alzò gli occhi, mi guardò addolorata, e giungendo le mani come per domandarmi perdono, disse pian piano:

Sposa la Borani.

Io ripetei come un'eco:

Sposa la Borani!

E mi sentivo divenir tutta fredda, e tremavo, tremavo, e non potevo dir altro.

Mi pareva che tutti i vincoli che avevo colla vita si fossero spezzati ad un tratto, e che, dopo quella grande rovina, dovessi morire; che fosse finita.

La Maria mi guardava sbigottita. Mi ero lasciata cadere sul divano; lei si mise in ginocchio accanto a me, in silenzio.

I singhiozzi cominciavano a gonfiarmi il petto e stringermi la gola. Resistetti un minuto, poi m'abbandonai nelle sue braccia, piangendo disperatamente, ed esclamando che volevo morire, che volevo farmi monaca, che non volevo piú stare a Novara neppure un giorno, e che non volevo piú uscir di casa, e che tutti vedendomi avrebbero riso di me, e che sarei morta di vergogna.

La Maria mi lasciò sfogare pazientemente, senza contraddirmi, senza tentare di consolarmi, finché la convulsione del pianto cessò.

Allora soltanto, con molta delicatezza, mi disse: «che avevo sempre data troppo importanza a quelle occhiate, che, in sostanza, lui era stato accorto, non s'era impegnato in nessun modo; che certo gli piacevo, perché ero bella, e se avessi avuto la dote della Borani avrebbe preferito sposar me; ma era uomo interessato; non aveva il coraggio di rinunciare alla dote. E non meritava che lo rimpiangessi; e soprattutto non dovevo dargli quel trionfo d'avermi fatta vittima, d'avermi turbata. Dovevo mostrarmi indifferente. Capiva che era difficile e doloroso, ma questo doveva essere il mio eroismo. Dovevo averlo per la mia dignità; cominciando subito a ricompormi per non farmi scorgere dal suo babbo e da suo marito, e piú tardi dalla mia famiglia...» Questa considerazione mi scosse piú di tutte le altre. Infatti non potevo dire a casa mia:

Piango, mi dispero, faccio delle scene perché il mio innamorato mi pianta.

Mi lavai il volto coll'acqua fresca, e, bene o male, assistetti a quel pranzo, dove i due uomini ebbero la cortesia di fingere di non saper nulla e di non vedere in che stato di alterazione mi presentavo. La sera, quando la matrigna vedendomi tutta pallida e cogli occhi gonfi, mi guardò sgomenta, io sussurrai:

— Si parlò della zia.

E me ne andai in camera a spogliarmi.

Il domani ci furono le occupazioni inevitabili della casa che mi aiutarono a combattere, se non il mio dolore, almeno le manifestazioni del dolore!

Parlavo pochissimo, ero triste, avevo spesso il pianto alla gola, ma lo ringoiavo, e fingevo di non aver altro cruccio che quello per cui portavo ancora il lutto

Cosí superai il periodo piú acuto e difficile della catastrofe. Più tardi andai colla Maria alla sua campagna e vi stetti fin dopo quelle nozze di gente ricca di cui a Novara si parlava troppo, perché io potessi rimanerci senza molte sofferenze e mortificazioni. Quando tornai ripresi la solita vita, ed a poco a poco mi avvezzai anche all'idea dolorosa di non essere amata. Quando mi accadeva d'incontrare Onorato, mi guardava tal quale come prima. Era un'abitudine. Se non avesse avuto moglie, avrei potuto illudermi che m'amasse sempre, e sperare chissà fin quando. La Maria mi diceva:

— È meglio che si sia ammogliato, altrimenti t'avrebbe fatta invecchiar zitellona come la tua zia, per vivere e morire dietro un paravento.

A quell'idea rabbrividivo, e dovevo convenire che infatti era meglio. E lei, incoraggiata, continuava colla sua monelleria da ragazza, che qualche volta faceva capolino ancora:

— Se lo sa il tuo babbo, accende una lampada alla Madonna per Grazia ricevuta.




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