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Temistocle Solera
Attila

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  • ATTO SECONDO
    • Scena sesta. Ezio, Uldino, Foresto
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Scena sesta. Ezio, Uldino, Foresto

 

Entrano Ezio col seguito. Uldino, Foresto, che nuovamente in abito guerriero si frammischia alla moltitudine

 

ATTILA: (alzandosi)

Ezio, ben vieni! Della tregua nostra

Fia suggello il convito.

 

EZIO:

Attila grande

In guerra sei, più generoso ancora

Con ospite nemico.

 

(Alcuni Druidi, avvicinandosi ad Attila, gli dicono sottovoce)

 

DRUIDI:

O re, fatale

È seder collo stranio.

 

ATTILA:

E che?

 

DRUIDI:

Nel cielo

Vedi adunarsi i nembi

Di sangue tinti . . . Di sinistri augelli

Misto all'infausto grido

Dalle montagne urlò lo spirito infido!

 

ATTILA:

Via, profeti del mal!

 

DRUIDI:

Wodan ti guardi.

 

ATTILA: (alle sacerdotesse)

Sacre figlie degli Unni,

Percuotete le cetre, e si diffonda

Delle mie feste la canzon gioconda.

(Tutti si assidono. Le sacerdotesse, schieratesi nel mezzo, alzano il seguente canto:)

 

SACERDOTESSE:

Chi dona luce al cor? . . . Di stella alcuna

Dal cielo il vago tremolar non pende;

Non raggio amico di ridente luna

Alla percossa fantasia risplende . . .

Ma fischia il vento, rumoreggia il tuono,

Sol dan le corde della tromba il suono.

 

(In quel mentre un improvviso e rapido soffio procelloso spegne gran parte delle fiamme. Tutti si alzano per natural moto di terrore. Silenzio e tristezza generale. Foresto è corso ad Odabella Ezio s'é avvicinato ad Attila)

 

TUTTI:

Ah!

 

FORESTO: (ad Odabella)

O sposa, t'allieta,

È giunta la meta;

Dei padri lo scempio

Vendetta otterrà.

La tazza mira

Ministra dell'ira,

Al labbro dell'empio,

Uldin l'offrirà.

 

ODABELLA: (fra sé)

(Vendetta avrem noi

Per mano de' suoi? . . .

Non fia ch'egli cada

Pel lor tradir.

Nel giorno segnato,

A Dio l'ho giurato,

È questa la spada.

Che il deve colpir)

 

EZIO: (ad Attila)

Rammenta i miei patti:

Con Ezio combatti;

Del vecchio guerriero

La mano non sprezzar.

Decidi. Fra poco

Non fora più loco.

(Del barbaro altiero

Già l'astro dispar)

 

ATTILA: (ad Ezio)

M'irriti, o Romano . . .

Sorprendermi è vano:

O credi che il vento

M'infonda terror?

Nei nembi e tempeste

S'allietan mie feste . . .

(Oh rabia; non sento

Più d'Attilail cor!)

 

ULDINO: (fra sé)

(Dell'ora funesta

L'istante s'appresta . . .

Uldin, paventi?

Breton non sei tu?

O il cor più non t'ange

La patria che piange?

La rea servitù?)

 

CORO:

(Lo spirto de' monti

Ne rugge alle fronti,

Le quercie fumanti

Sua mano coprì . . .

Terrore, mistero

Sull'anima ha impero . . .

Stuol d'ombre vaganti

Nel buio apparì)

 

(Il cielo si rasserena)

 

TUTTI:

L'orrenda procella

Qual lampo sparì.

Di calma novella

Il ciel si vestì.

 

ATTILA: (riscuotendosi)

Si riaccendan le quercie d'intorno,

(Gli schiavi eseguiscono il cenno)

Si rannodi la danza ed il giuoco . . .

Sia per tutti festivo tal giorno,

Porgi, Uldino, la conca ospital.

 

FORESTO: (piano ad Odabella)

Perché tremi? S'imbianca il tuo volto.

 

ATTILA: (ricevendo la tazza da Uldino)

Libo a te, gran Wodano, che invoco!

 

ODABELLA: (trattenendolo)

, ti ferma! . . . è veleno! . . .

 

CORO:

Che ascolto!

 

ATTILA: (furibondo)

Chi 'l temprava?

 

ODABELLA:

(Oh momento fatal!)

 

FORESTO: (avanzandosi con fermezza)

Io.

ATTILA: (ravvisandolo)

Foresto!

 

FORESTO:

Sì, quello che un giorno

La corona strappò dal tuo crine . . .

 

ATTILA: (traendo la spada)

Ah! In mia mano caduto se' alfine,

Ben io l'alma dal sen ti trarrò.

 

FORESTO: (con scherno)

Or t'é lieve . . .

 

ATTILA: (fermandosi a tali parole)

Oh, mia rabbia! Oh, mio scorno!

 

ODABELLA:

, la preda niun toglier mi può.

Io t'ho salvo . . . il delitto svelai . . .

Da me sol fia punito l'indegno.

 

ATTILA: (compiacendosi del fiero atto)

Io tel dono! Ma premio più degno,

Mia fedele, riserbasi a te:

Tu doman salutata verrai

Dalle genti qual sposa del re.

Oh, miei prodi! Un solo giorno

Chiedo a voi di gioia e canto;

Tuonerà di nuovo intorno

Poscia il vindice flagel.

Ezio, in Roma annuncia intanto

Ch'io de' sogni ho rotto il vel.

 

ODABELLA: (a Foresto)

Frena l'ira che t'inganna;

Fuggi, salvati, o fratello.

Me disprezza, me condanna,

Di' che vile, infame io son . . .

Ma deh, fuggi . . . Al novello

Avrò tutto il tuo perdon.

 

FORESTO: (ad Odabella)

Parto, sì per viver solo

Fino al della vendetta;

Ma qual pena, ma qual duolo

A tua colpa si può dar? . . .

Del rimorso che t'aspetta

Duri eterno il flagellar.

 

EZIO:

(Chi l'arcan svelar potea?

Chi fidarlo a core amante?

Va, ti pasci, va, ti bea,

Fatal uom, di voluttà.

Ma doman su te festante

Ezio in armi piomberà)

 

ULDINO:

(Io gelar m'intesi il sangue . . .

Chi tradir poteane omai?

Me dal fulmine, dall'angue,

Tu salvasti, o pro' guerrier . . .

Ah generoso! E tu m'avrai

Sempre fido al tuo voler)

 

CORO:

Oh re possente, il cor riscuoti . . .

Torna al sangue, torna al fuoco!

Su, punisci, su, percuoti

Questo stuol di traditor!

Non più scherno, non più giuoco

Noi sarem de' numi lor.


 

 




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