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Francesco Maria Piave
Il corsaro

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  • ATTO TERZO
    • Scena sesta. Gulnara, Corrado
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Scena sesta. Gulnara, Corrado

 

Detto e Gulnara che cautamente aperto il cancello s'avanza vestita di bianco tenendo in mano una lampada. Apprestatasi a Corrado amorosamente lo contempla.

 

GULNARA:

Ei dorme?. . . eppur nel pianto

Veglian molti per lui. Qual possa arcana

caro a me lo rende. . . io della vita

Debitrice gli son. . . ma. . . già si desta. . .

 

CORRADO:

Sei tu mortale, o spirto?

 

GULNARA:

Colei più non ravvisi

Che dal foco salvasti?. . . a te ne vengo. . .

 

CORRADO:

A che?

 

GULNARA:

L'ignoro anch'io: ma tua nemica

Certo non son.

 

CORRADO:

Nol sei?-

 

GULNARA:

Ti rassicura.

 

CORRADO:

Allor la morte mi sarà

men dura!

 

GULNARA:

Seid la vuole: inutili

I prieghi miei ti furo.

 

CORRADO:

Per me pregasti?

 

GULNARA:

Libero

Pur tu ne andrai: lo giuro!

 

CORRADO:

Chi mi trarrà dal carcere?

 

GULNARA:

Del braccio mio l'ajuto.

 

CORRADO:

No, se non valsi a vincere

Saprò morir. Rifiuto. . .

Solo un pensier mi lacera. . .

 

GULNARA: Di chi?

 

CORRADO:

D'un'alma afflitta. . .

 

GULNARA:

Dunque ami tu? (me misera!)

 

CORRADO:

Or sola e derelitta!

 

GULNARA:

Ami tu dunque?

 

CORRADO:

Un angelo!

 

GULNARA:

Quanto l'invidio!

 

CORRADO:

E caro

Non t'è Seid?

GULNARA:

Quel barbaro?

Schiava son io, corsaro!. . .

Ed il mio core un palpito

Per esso aver potria?

A foco così ignobile

Non arde l'alma mia.

Ma che dicea? Sia l'unico

Pensier de' giorni tuoi

Che ora mi prenda. Infrangere

Voglio i tuoi ceppi.

 

CORRADO:

E il puoi?

 

GULNARA:

Sì, tutto io posso seguimi!

 

CORRADO:

Seguirti, e questi ferri?

 

GULNARA:

Cadran; da me fur comperi

Servi, soldati e sgherri. . .

 

CORRADO:

Donna!

 

GULNARA:

Diffidi? un agile

Navil ci attende al lito:

Già tutto è presto: seguimi

Prima il cammin t'addito.

Seid che su te vigila

Giace or nel sonno: tieni,

Questo è un pugnal. . . la vittima

Mai più si desti! ah vieni!. . .

 

CORRADO:

Cessa, o Gulnara, lasciami,

Il tuo pregare è vano. . .

Giammai saprò d'un perfido

Pugnale armar la mano;

 

GULNARA:

Ti muova il mio periglio,

Se non il tuo, spietato!

Vieni, t'arrendi. . .

 

CORRADO:

Ah lasciami

Al mio destino!

 

GULNARA:

Ingrato!

Non sai tu che sulla testa

Già ne freme la tempesta?

Che il tuo palco e la mia scure

Può l'aurora illuminar?

Ah fuggiàm da queste mura,

N'apra scampo il vasto mar.

 

CORRADO:

No, mi lascia alla mia sorte,

Fissa in cielo è questa morte.

Il destino a me fa guerra,

Dio m'impresse il Suo suggel;

Maledetto io son in terra,

La mia speme è solo in ciel!

 

GULNARA:

Di seguirmi tu dunque disdegni?

 

CORRADO:

Io disdegno. . .

 

GULNARA:

Terror d'un pugnale

Provi tu, masnadiero, corsale?

(Risoluta)

Un imbelle a vibrarlo t'insegni!

(Fugge rapidamente pel cancello brandendo colla massima esaltazione il pugnale)

 

CORRADO:

Ah! che fai?





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