Al
Marchese Ubertino Lando
patrizio piacentino
l’autore
Io siedo al mio tavolino per scrivervi, illustrissimo ed
amicissimo Signor Marchese, una la più seria, la più severa che per me si possa, dedicatoria. Questa trasposizione e questo lungo
nomaccio di sillabe cinque può farvi testimonianza
siccome io volea per sonori e ritondi periodi la vostra amicizia e la mia
gratitudine raggirare. Eccomi però accigliato su questa carta a pescar forme di
dire e concetti: dico prima forme che concetti, così insegnandomi alcuni esimi
copisti della Raccolta delle lettere dei dodici
uomini illustri, che in primo luogo certe forme di quelle che portano la
randiglia trascrivono alle quali poi, come Iddio vuole, adattano i lor
sentimenti.
Ma perciocché son’io sempre
stato così gaglioffo che ho (cattivello me!) creduto doversi prima pensare a
che dire, e quinci a dirlo colle voci insegnateci dalla balia, tanto di
pensamenti mi son trovato abbondante quanto scarso di antique
frasi. Perdonatemi. Sarà meglio dispor le parole così: tanto di
pensamenti abbondante quanto scarso di antique frasi per avventura mi
son ritrovato. Vedete, quanta armonia e quanta forza quel per avventura
ne somministra? Ma nulla di
più significa. Che importa? È riempitura. Che importa? Quel mi son ritrovato
poi alla coda fa riposare agiatamente il periodo, o per me’ dire, il periodo
agiatamente fa riposare. Se avessi detto trovato
in vece di ritrovato, e posare in vece di riposare
meschino me! Gli è vero che avrei fatto intender lo
stesso con meno, ma in quel ri sta tutta la forza dell’armonia. Oh, voi mi direte che ritrovato debbe cosa due volte trovata
significare, e che lo stesso in sua specie può dirsi del riposare. Non
volete vo’ intendere? Che dobbiam farci? I nostri
valenti maestri han sancito che sia lo stesso trovare
che ritrovare, posare che riposare, per allungare a loro piacimento, comecché
senza proposito, le parole.
Voi siete un cavaliere de’ primi di
Lombardia, un letterato de’ primi del nostro tempo. Voi siete un amico, che a
questo santissimo nome coll’opera rispondete; e lo so io, e lo sa l’abate
Bertocchi, e lo sa il signor canonico Ovard, e lo sanno monsignor Acquaviva e
monsignor Aldrovandi, avendovi tutti esperimentato allora che ci trovammo in
brigata a peregrinare contro il sirocco su quell’eterna galea. Io poi lo so più
degli altri per aver goduti gli effetti della vostra illustre cordialità nel
cittadon di Parigi. Ma città, cittade, cittadella voi troverete, Martello mio,
ma cittadone non vi sarà passato dall’Accademia. Signor Marchese, voi dite
bene, secondo la presente giustizia, ma secondo la giustizia futura io spero
che per li nostri pronipoti cittadone sarà vocabolo bello e buono nel
dizionario che del mille ottocento diecisette escirà.
Seguitiamo dunque a rammemorare quello che nel cittadon di
Parigi, la mercé vostra, mi è intervenuto. Voi m’introduceste alla
saporitissima conoscenza di Monsieur Fontanelle su quella sua deliziosa
soffitta. Per cagion vostra mi son seduto più volte ad ingoiarmi un piatto di
maccheroni imburrati col cacio compatriota alla tavola liberale, ingenua e
lombarda del signor conte Pighetti, erudito inviato dal vostro serenissimo
signor duca alla corte di Francia. Voi, infine, e l’algebriaco signor abate
Conti, patrizio veneto, la mia delizia eravate siccome quelli che, leggendo le
cose mie, le facevate ancor leggere a quegl’impazienti Franciosi, non senza
l’averli convinti del non essere io tanto da nulla quanto per essoloro gran
parte di noi Italiani è creduta. Vedete dunque in quale ampia materia avrei io
pocolino a sdraiare, questa burattinata mia dedicandovi.
Ma vi ho mo io una cosa ridicola sul sodo ad inviare? «E
perché dunque inviarmela?» voi mi direte. Signor Marchese, sentite la mia
ragione e, se ho poi torto, sgridatemi. Ho io provato cotanto gusto nel conversarvi
allora appunto che, giovial come siete, di tutto il cuor vostro e con cotesti
denti, che vi si caccerebbero dalla bocca, sonoramente ridete, che mi saprebbe
peccato il non darvi anche costì occasione, qual per me si possa, di ridere.
Siamo tutti e due Lombardi ed ottimi compagnoni: mettiamoci però a sedere l’un
contro all’altro, voi in Piacenza voltato a sirocco ed io qui in Roma volgendomi
a tramontana, e guardandoci con quegli occhi allegri coi quali più volte, dopo
aver parlato di poesia, ci siamo a buoni e replicati brindisi provocati,
prorompiamo in una risata. Ma perché questa e cotesta vadano bene all’unisono,
facciam nostri conti così.
In oggi finisce il dicembre dell’anno 1717. Alli quindici
del venturo gennaio, al tocco del mezzo giorno, cominciate a ridere, ma ridete
secondo l’intenzion mia, ché anch’io di ridere vi prometto.
Ora rimane da concertare su che a rider s’abbia, però
esaminiamo se per coscienza nulla di ridevole nel nostro viaggio ci avvenne.
Voi vi beeste una furiosa tempesta nel famoso porto d’Agai; ma colà certo non
ridevate, essendo in periglio voi di annegare, ed io avrei forse pianto; ma
nulla sapendone, accoccolato su certe materassa, che da luogo a luogo sulle
pulci e sulle cimici si muovevano, tanto era lasso, ronfava. Ridemmo bensì il
giorno dopo, allorché mi narraste come quell’aguzzino della galea disponea sé
stesso e la ciurma a ben morire col bestemmiare. Ridemmo quando alla Francia,
esagerata per avvenente, ufficiosa e pulita, avemmo così bell’ingresso nel
primo approdare a un suo porto, dove fummo costretti di abbandonarci a quel
bistolfo cencioso, che ostentando due pezzi di cannone di bronzo sul parapetto
di una rovinosa rocchetta, fra le insalate e le ortiche, oste, castellano ed
affittuario ch’egli era, ma non con altra guarnigione che della sudiciotta
mogliera, pretendea saluti dalle nostre petriere.
Ma coteste son cose già rancide in vostra memoria, e per
quanto rammemorandole sorridiate, i cari denti non mostrerete. Voglio vederli.
Voglio che trafeliate, voglio che vi smascelliate, e trafelerò e mi smascellerò
io, riflettendo alla ridevolezza di certi cotai che vogliono nella lettera
torti e ritorti periodoni, i quali volubilmente nel verbo, come nelle frutta la
cena, camminino a terminare; e che nella collocazione delle parole tanto
superstiziosi ed incontentabili sono quanto que’ nostri Franceschi nel mantener
l’ordine e la disposizione delle vivande dalle fragranti lor zuppe ai
piramidali desserts. Scompisciamoci ancor dalle risa per certi pochi rimasuglietti
di Fiesole (imperciocché i molti dotti di quella veramente Atica e pulita
nazione danno di che imparare, non di che ridere) i quali pretendono che tutto
il restante di questa povera Italia gorgheggi coi loro
vocaboli da mercato; e, intendiamoci bene, che parlo di quelli soli che stando sempre
coll’accetta alla mano per potare gli autori forestieri, come le viti lor
rannicchiate, pretendono che né Piacentini, né Parmigiani, né Bolognesi
s’impaccino dello scrivere in idioma corteggianesco, per usare il termine di
Dante Alighieri; e prima di mettervi a leggere quest’operetta, qual ella siasi,
che vi mando, facciamo crepare que’ parlatori di rabbia, facendoci un
complimento per la prima regola degli attivi, e sia: io amo voi; voi amate me.
E perché arcicrepino voi ditelo, ma di cuore, in dialetto piacentino, ch’io già
incomincio a dirvelo in bolognese. Vlam ben, ch’av’in
vuj.
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