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Pier Iacopo Martello
Lo starnuto di Ercole

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  • Al Marchese Ubertino Lando patrizio piacentino l’autore
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Al Marchese Ubertino Lando

patrizio piacentino

l’autore

Io siedo al mio tavolino per scrivervi, illustrissimo ed amicissimo Signor Marchese, una la più seria, la più severa che per me si possa, dedicatoria. Questa trasposizione e questo lungo nomaccio di sillabe cinque può farvi testimonianza siccome io volea per sonori e ritondi periodi la vostra amicizia e la mia gratitudine raggirare. Eccomi però accigliato su questa carta a pescar forme di dire e concetti: dico prima forme che concetti, così insegnandomi alcuni esimi copisti della Raccolta delle lettere dei dodici uomini illustri, che in primo luogo certe forme di quelle che portano la randiglia trascrivono alle quali poi, come Iddio vuole, adattano i lor sentimenti.

Ma perciocché son’io sempre stato così gaglioffo che ho (cattivello me!) creduto doversi prima pensare a che dire, e quinci a dirlo colle voci insegnateci dalla balia, tanto di pensamenti mi son trovato abbondante quanto scarso di antique frasi. Perdonatemi. Sarà meglio dispor le parole così: tanto di pensamenti abbondante quanto scarso di antique frasi per avventura mi son ritrovato. Vedete, quanta armonia e quanta forza quel per avventura ne somministra? Ma nulla di più significa. Che importa? È riempitura. Che importa? Quel mi son ritrovato poi alla coda fa riposare agiatamente il periodo, o per me’ dire, il periodo agiatamente fa riposare. Se avessi detto trovato in vece di ritrovato, e posare in vece di riposare meschino me! Gli è vero che avrei fatto intender lo stesso con meno, ma in quel ri sta tutta la forza dell’armonia. Oh, voi mi direte che ritrovato debbe cosa due volte trovata significare, e che lo stesso in sua specie può dirsi del riposare. Non volete vointendere? Che dobbiam farci? I nostri valenti maestri han sancito che sia lo stesso trovare che ritrovare, posare che riposare, per allungare a loro piacimento, comecché senza proposito, le parole.

Voi siete un cavaliere de’ primi di Lombardia, un letterato de’ primi del nostro tempo. Voi siete un amico, che a questo santissimo nome coll’opera rispondete; e lo so io, e lo sa l’abate Bertocchi, e lo sa il signor canonico Ovard, e lo sanno monsignor Acquaviva e monsignor Aldrovandi, avendovi tutti esperimentato allora che ci trovammo in brigata a peregrinare contro il sirocco su quell’eterna galea. Io poi lo so più degli altri per aver goduti gli effetti della vostra illustre cordialità nel cittadon di Parigi. Ma città, cittade, cittadella voi troverete, Martello mio, ma cittadone non vi sarà passato dall’Accademia. Signor Marchese, voi dite bene, secondo la presente giustizia, ma secondo la giustizia futura io spero che per li nostri pronipoti cittadone sarà vocabolo bello e buono nel dizionario che del mille ottocento diecisette escirà.

Seguitiamo dunque a rammemorare quello che nel cittadon di Parigi, la mercé vostra, mi è intervenuto. Voi m’introduceste alla saporitissima conoscenza di Monsieur Fontanelle su quella sua deliziosa soffitta. Per cagion vostra mi son seduto più volte ad ingoiarmi un piatto di maccheroni imburrati col cacio compatriota alla tavola liberale, ingenua e lombarda del signor conte Pighetti, erudito inviato dal vostro serenissimo signor duca alla corte di Francia. Voi, infine, e l’algebriaco signor abate Conti, patrizio veneto, la mia delizia eravate siccome quelli che, leggendo le cose mie, le facevate ancor leggere a quegl’impazienti Franciosi, non senza l’averli convinti del non essere io tanto da nulla quanto per essoloro gran parte di noi Italiani è creduta. Vedete dunque in quale ampia materia avrei io pocolino a sdraiare, questa burattinata mia dedicandovi.

Ma vi ho mo io una cosa ridicola sul sodo ad inviare? «E perché dunque inviarmela?» voi mi direte. Signor Marchese, sentite la mia ragione e, se ho poi torto, sgridatemi. Ho io provato cotanto gusto nel conversarvi allora appunto che, giovial come siete, di tutto il cuor vostro e con cotesti denti, che vi si caccerebbero dalla bocca, sonoramente ridete, che mi saprebbe peccato il non darvi anche costì occasione, qual per me si possa, di ridere. Siamo tutti e due Lombardi ed ottimi compagnoni: mettiamoci però a sedere l’un contro all’altro, voi in Piacenza voltato a sirocco ed io qui in Roma volgendomi a tramontana, e guardandoci con quegli occhi allegri coi quali più volte, dopo aver parlato di poesia, ci siamo a buoni e replicati brindisi provocati, prorompiamo in una risata. Ma perché questa e cotesta vadano bene all’unisono, facciam nostri conti così.

In oggi finisce il dicembre dell’anno 1717. Alli quindici del venturo gennaio, al tocco del mezzo giorno, cominciate a ridere, ma ridete secondo l’intenzion mia, ché anch’io di ridere vi prometto.

Ora rimane da concertare su che a rider s’abbia, però esaminiamo se per coscienza nulla di ridevole nel nostro viaggio ci avvenne. Voi vi beeste una furiosa tempesta nel famoso porto d’Agai; ma colà certo non ridevate, essendo in periglio voi di annegare, ed io avrei forse pianto; ma nulla sapendone, accoccolato su certe materassa, che da luogo a luogo sulle pulci e sulle cimici si muovevano, tanto era lasso, ronfava. Ridemmo bensì il giorno dopo, allorché mi narraste come quell’aguzzino della galea disponea sé stesso e la ciurma a ben morire col bestemmiare. Ridemmo quando alla Francia, esagerata per avvenente, ufficiosa e pulita, avemmo così bell’ingresso nel primo approdare a un suo porto, dove fummo costretti di abbandonarci a quel bistolfo cencioso, che ostentando due pezzi di cannone di bronzo sul parapetto di una rovinosa rocchetta, fra le insalate e le ortiche, oste, castellano ed affittuario ch’egli era, ma non con altra guarnigione che della sudiciotta mogliera, pretendea saluti dalle nostre petriere.

Ma coteste son cose già rancide in vostra memoria, e per quanto rammemorandole sorridiate, i cari denti non mostrerete. Voglio vederli. Voglio che trafeliate, voglio che vi smascelliate, e trafelerò e mi smascellerò io, riflettendo alla ridevolezza di certi cotai che vogliono nella lettera torti e ritorti periodoni, i quali volubilmente nel verbo, come nelle frutta la cena, camminino a terminare; e che nella collocazione delle parole tanto superstiziosi ed incontentabili sono quanto que’ nostri Franceschi nel mantener l’ordine e la disposizione delle vivande dalle fragranti lor zuppe ai piramidali desserts. Scompisciamoci ancor dalle risa per certi pochi rimasuglietti di Fiesole (imperciocché i molti dotti di quella veramente Atica e pulita nazione danno di che imparare, non di che ridere) i quali pretendono che tutto il restante di questa povera Italia gorgheggi coi loro vocaboli da mercato; e, intendiamoci bene, che parlo di quelli soli che stando sempre coll’accetta alla mano per potare gli autori forestieri, come le viti lor rannicchiate, pretendono che né Piacentini, né Parmigiani, né Bolognesi s’impaccino dello scrivere in idioma corteggianesco, per usare il termine di Dante Alighieri; e prima di mettervi a leggere quest’operetta, qual ella siasi, che vi mando, facciamo crepare que’ parlatori di rabbia, facendoci un complimento per la prima regola degli attivi, e sia: io amo voi; voi amate me. E perché arcicrepino voi ditelo, ma di cuore, in dialetto piacentino, ch’io già incomincio a dirvelo in bolognese. Vlam ben, ch’av’in vuj.





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