PROEMIO
Bambocciata è una parola che non si legge nel vocabolario,
ma che appresso li dipintori è in commercio, e a meraviglia la natura di questa
favola esprime. Vi ha dunque certi bambocci di legno congegnati in guisa
torcentesi e divincolantesi così che gesteggiano qualvolta, o superiormente da
fili o inferiormente da molle, van maneggiati, passeggiando un piccolo palco di
varie e volubili scene abbellito, e questa si è un’invenzione de’ nostr’ingegni
italiani, mercé della quale con poca spesa e con molto diletto, piacevoli o
serie favolette si rappresentano, e ciò con tanta felicità d’imitazione che
qualcuno di lontana regione, avvenutosi in esse, ha lasciato cadersi
ridevolmente di bocca: Quinam homunciones illi sunt, qui tam belle loquuntur
et gestiunt? Noi certamente non li crediam gente viva, e pure non solamente
garzoncelli ed adulti, ma provetti e togati sediam volentieri per lo spazio di
due a alle volte tre ore fra i risi e gli applausi de’ nostri fanciulli e delle
nostre donzelle a questo grazioso spettacolo, il quale mi giova credere per
quella ragione inventato che me l’ha renduto sì accetto, e mercé della quale
fra gli altri spettacoli del mio Teatro Italiano liberalmente l’ho ammesso.
Gli architetti, gente avveduta e inventrice, non le gran
fabbriche dal disegnar sulla terra, ma sulla carta incominciano; né qui si
fermano, ma in pochi palmi, sia di cartone o di legno, te ne fanno comparire le
alzate, acciocché qual si accinge all’impresa del fabbricare gusti in que’
modelli un’idea dell’edificio alla desiderata sua perfezione in pochi giorni
guidato; e il signore del nuovo e difficil lavoro, in cui dee l’arche dei
cumulati tesori vuotare, vieppiù volenteroso ed innamorato diventa, posciaché
spaziando già coll’immaginazione presente per quelle stanze future, dentro a
quei gabinetti insin d’allora a ritirarsi ed a bearsi incomincia, e da quelle
logge così modellate l’aere, che vien dai non piantati giardini, ozio avvenire
de’ suoi felici nipoti, respira. Ed ecco il fine per cui furono, se non erro, i
burattini inventati, siccome brevi modelli delle gran fabbriche delle giocose e
serie rappresentazioni, ne’ quali la riuscita se ne assapora qualvolta dalle
piccole scene ai vasti eminenti teatri, e dai veri ai finti istrioni saran
tradotte.
E a questo pur mi han giovato le mie dilettissime figurette,
allora che con esse mi son consigliato circa li drammi per me composti, e nel
vedermeli da esse famigliarmente rappresentare, per mia fé, che dagli
avvertimenti loro più che da quelli di qualche letterato mio confidente ed
amico, riconosco la fortuna che le mie favole condotte poscia nei teatri di
Roma, di Venezia, di Vicenza, di Modena e di Bologna, o sia da gentiluomini o
sia da comici, hanno comunemente incontrata. E come quegli che soglio a’ miei
benefattori esser grato, al beneficio de’ burattini non voglio mostrarmi
degenere e sconoscente, li ho qui fra le commedie, fra la satirica, fra la
pastorale, la marittima e la tragedia introdotti, tanto che senza arrossire e
senza insuperbire ci stiano.
Per lo che fare con qualche proprietà, seguendo il mio
instituto, che fu di scorrere per li vari costumi sì degli uomini che delle
nazioni, in una di esse mi sono abbattuto che, se non
per altro, per la misura de’ corpicciuoli, mi è sembrata
a proposito, e questa si è la nazione pigmea, della quale non par tutto favola
quello che si racconta dagli scrittori. E siccome de’
giganti nelle sacre carte si parla, così non si tace né pur de’ pigmei,
leggendosi nel cap. 27 d’Ezechiele: Sed et Pygmaei, qui erant in turribus
tuis, pharetras suas suspenderunt in muris tuis per gyrum. Ma sia pur
favola ancora, ciò poco importa al genio libero di questa burattinesca
rappresentazione, alla quale non Aristotele, non la superstizione de’ suoi interpreti hanno, per quanto io creda, pensato. Di
costoro parla Plinio, come di popoli verso le fonti del Nilo abitanti, nel lib.
6 cap. 30: Quid num, et Pygmaeorum gentes prodiderunt ante
paludea, ex quibus Nilus. E Alberto Magno
conviene con Aristotele nel luogo dell’abitazione di questi uomiciatti, ma li
confonde poi con una sorta di scimie, se dobbiam fede a quanto ne scrive
l’eruditissimo Corrado Gesnero nel suo trattato De scimia. Ma noi
concilieremo le due opinioni in una terza, e si è questa, che veramente le
scimie abbiano comune con essi Pigmei quella terra, e
che questi anzi adorino come loro nume una scimia, lo che pure è sentenza di
alcuni, nel mio Starnuto per me seguitata. Si danno altri ad intendere
che coloro credano la trasmigrazione dell’anime negli
uccelli, forse perché Pigmea, già loro antica regina, volendosi, superba
ch’ella era, a Giunone paragonare, fu per gastigo da Giove in grue trasformata,
nella qual nuova forma essa ed i suoi discendenti furono poscia inimici di
questa nana nazione, astretta a perseguitarli dentro ai loro nidi con lo
traffiggerne l’ova, e perciò Omero nel quinto libro dell’Iliade cantò
delle gru:
Oceani advolitant refluos clangoribus
aestus,
caedem
Pygmaeis populis, clademque ferentes.
Che si pascano questi popoli palmari di odori, lo afferma
Plinio nel cap. 2 del lib. 7; e non si ha che a leggere il Dizionario
dell’erudito Moreri per vedervi entro come la loro decrepità sta sul confine
dell’anno ottavo. Si è mai udito un poeta recar maggior novero di gravissime
autorità per fondamento di una sua fola?
Conseguenze di queste piccole stature saranno che i nostri
fiori sieno i loro alberi ordinari e discreti, e che le nostre piante più
all’arboscello accostantesi sien le loro smisuratissime roveri; che i nostri
ruscelli sieno i lor fiumi, e che non riconoscasi per essi altro mare che la
palude del Nilo. Qui le lucertole ed i ramarri saran figura di serpenti e di
draghi. I perrucchetti e le colombe, come l’ippogrifo lo fu d’Atlante, saranno
i loro cavalli; e le zanzare, le mosche, l’api, le vespe, o al più le farfalle
saranno i loro uccelletti: frottole tutte da secondarsi siccome quelle che ci
posson guarnire di strane e curiose espressioni la favola, e di bizzarre
apparenze la scena, che passionatamente n’è vaga.
E per dir ancora qualche cosa delle leggi del nostro
popoluccio, sappiate come colà il genitore non iscrive eredi i figli della
propria mogliera, ma quelli della sirocchia, onde i parti che dal ventre della
moglie uscirono, l’eredità del fratello di essa si prendono. Tizio ha dalla
moglie sua Mevio, e Caio dalla sorella. Caio, e non Mevio, è l’erede di sue
sostanze, e ciò là addiviene per essere i Pigmei estremamente gelosi che
l’indubitabile sangue loro gli averi ne conseguisca. Cade in acconcio di
parlare di questa legge nella Scena terza dell’Atto secondo, e da questa han
poi derivato un simil costume certi Indiani detti Malavari, siccome nota nel lib.
3 cap. 7 de’ suoi Viaggi alle Indie Orientali il padre
fra Vincenzo Maria da S. Caterina da Siena, esimio scrittore di quelle barbare
costumanze. V’ha ben di peggio. Costoro furono
figli della Terra e d’Anteo gigante fratelli, in quelle libiche vicinanze da
Ercole ucciso, lo che a’ danni dell’uccisore questa
gentaglia di tal maniera irritò che fe’ giuramento alla Scimia, o sia Dio
Mamone, di vendicare il germano. Quindi è che Alcide verso le fonti del Nilo, patria e reame già de’ Pigmei, ascendendo, ebbe contezza
come da quelle minute genie contro del viver suo si tramasse, laonde, infintosi
di dormire, permise che la canagliuola presuntuosa gli frugasse fino alle nari,
perché starnutò. Questo erculeo starnuto li sbalzò, li atterrò, li dissipò
tutti quanti, de’ quali alcuni attrappatine nella pelle del suo leone, la
piccola preda in regalo a Euristeo si portò. Erostrato nelle Immagini fa di un tal fatto menzione, e
l’Alciato in un leggiadro epigramma.
Ed acciocché tutto spiri brevità ne’ nostri
uomicciuoli, eccovi i nomi loro in minimi monosillabi, eccovi versi, o corti, o
cortamente scritti più dell’usato. Parleranno con le zampogne, acciocché alle
staturette la vocina si proporzioni. Ma Ercole, empiendo di quattordici sillabe
i suoi discorsi per sesquipedali vocaboli risuonanti, non dovrà comparire che,
o con un dito, mostrando di parlar fuori di scena, o mostrerà di ragionar nella
scena coll’appariscenza di tutta la testa, accompagnando con voce baritona e
gigantesca lo svolger degli occhi ed il serrare e lo schiudere della bocca,
movimenti assai famigliari per via di ordigni ai maneggiatori de’ nostri
piccoli pantomimi.
Ma questo è ormai un proemio da una favola di giganti, non
di pigmei, tanto egli è lungo e stucchevole; perciò finiamola una volta col sopracitato
epigramma del buon Alciato.
Dum dormit,
dulci recreat cum corpore somno
sub picea, et clavam caeteraque arma tenet,
Alcidem
Pygmea manus prosternere letho
posse putat, vires non bene docta suas.
Excitus ille, velut pulices, sic proterit
hostem,
et saevi implicitum pelle leonis agit.
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