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Pier Iacopo Martello
Lo starnuto di Ercole

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PROEMIO

Bambocciata è una parola che non si legge nel vocabolario, ma che appresso li dipintori è in commercio, e a meraviglia la natura di questa favola esprime. Vi ha dunque certi bambocci di legno congegnati in guisa torcentesi e divincolantesi così che gesteggiano qualvolta, o superiormente da fili o inferiormente da molle, van maneggiati, passeggiando un piccolo palco di varie e volubili scene abbellito, e questa si è un’invenzione de’ nostringegni italiani, mercé della quale con poca spesa e con molto diletto, piacevoli o serie favolette si rappresentano, e ciò con tanta felicità d’imitazione che qualcuno di lontana regione, avvenutosi in esse, ha lasciato cadersi ridevolmente di bocca: Quinam homunciones illi sunt, qui tam belle loquuntur et gestiunt? Noi certamente non li crediam gente viva, e pure non solamente garzoncelli ed adulti, ma provetti e togati sediam volentieri per lo spazio di due a alle volte tre ore fra i risi e gli applausi de’ nostri fanciulli e delle nostre donzelle a questo grazioso spettacolo, il quale mi giova credere per quella ragione inventato che me l’ha rendutoaccetto, e mercé della quale fra gli altri spettacoli del mio Teatro Italiano liberalmente l’ho ammesso.

Gli architetti, gente avveduta e inventrice, non le gran fabbriche dal disegnar sulla terra, ma sulla carta incominciano; né qui si fermano, ma in pochi palmi, sia di cartone o di legno, te ne fanno comparire le alzate, acciocché qual si accinge all’impresa del fabbricare gusti in que’ modelli un’idea dell’edificio alla desiderata sua perfezione in pochi giorni guidato; e il signore del nuovo e difficil lavoro, in cui dee l’arche dei cumulati tesori vuotare, vieppiù volenteroso ed innamorato diventa, posciaché spaziando già coll’immaginazione presente per quelle stanze future, dentro a quei gabinetti insin d’allora a ritirarsi ed a bearsi incomincia, e da quelle logge così modellate l’aere, che vien dai non piantati giardini, ozio avvenire de’ suoi felici nipoti, respira. Ed ecco il fine per cui furono, se non erro, i burattini inventati, siccome brevi modelli delle gran fabbriche delle giocose e serie rappresentazioni, ne’ quali la riuscita se ne assapora qualvolta dalle piccole scene ai vasti eminenti teatri, e dai veri ai finti istrioni saran tradotte.

E a questo pur mi han giovato le mie dilettissime figurette, allora che con esse mi son consigliato circa li drammi per me composti, e nel vedermeli da esse famigliarmente rappresentare, per mia , che dagli avvertimenti loro più che da quelli di qualche letterato mio confidente ed amico, riconosco la fortuna che le mie favole condotte poscia nei teatri di Roma, di Venezia, di Vicenza, di Modena e di Bologna, o sia da gentiluomini o sia da comici, hanno comunemente incontrata. E come quegli che soglio a’ miei benefattori esser grato, al beneficio de’ burattini non voglio mostrarmi degenere e sconoscente, li ho qui fra le commedie, fra la satirica, fra la pastorale, la marittima e la tragedia introdotti, tanto che senza arrossire e senza insuperbire ci stiano.

Per lo che fare con qualche proprietà, seguendo il mio instituto, che fu di scorrere per li vari costumi sì degli uomini che delle nazioni, in una di esse mi sono abbattuto che, se non per altro, per la misura de’ corpicciuoli, mi è sembrata a proposito, e questa si è la nazione pigmea, della quale non par tutto favola quello che si racconta dagli scrittori. E siccome de’ giganti nelle sacre carte si parla, così non si tace né pur de’ pigmei, leggendosi nel cap. 27 d’Ezechiele: Sed et Pygmaei, qui erant in turribus tuis, pharetras suas suspenderunt in muris tuis per gyrum. Ma sia pur favola ancora, ciò poco importa al genio libero di questa burattinesca rappresentazione, alla quale non Aristotele, non la superstizione de’ suoi interpreti hanno, per quanto io creda, pensato. Di costoro parla Plinio, come di popoli verso le fonti del Nilo abitanti, nel lib. 6 cap. 30: Quid num, et Pygmaeorum gentes prodiderunt ante paludea, ex quibus Nilus. E Alberto Magno conviene con Aristotele nel luogo dell’abitazione di questi uomiciatti, ma li confonde poi con una sorta di scimie, se dobbiam fede a quanto ne scrive l’eruditissimo Corrado Gesnero nel suo trattato De scimia. Ma noi concilieremo le due opinioni in una terza, e si è questa, che veramente le scimie abbiano comune con essi Pigmei quella terra, e che questi anzi adorino come loro nume una scimia, lo che pure è sentenza di alcuni, nel mio Starnuto per me seguitata. Si danno altri ad intendere che coloro credano la trasmigrazione dell’anime negli uccelli, forse perché Pigmea, già loro antica regina, volendosi, superba ch’ella era, a Giunone paragonare, fu per gastigo da Giove in grue trasformata, nella qual nuova forma essa ed i suoi discendenti furono poscia inimici di questa nana nazione, astretta a perseguitarli dentro ai loro nidi con lo traffiggerne l’ova, e perciò Omero nel quinto libro dell’Iliade cantò delle gru:

 

Oceani advolitant refluos clangoribus aestus,

caedem Pygmaeis populis, clademque ferentes.

 

Che si pascano questi popoli palmari di odori, lo afferma Plinio nel cap. 2 del lib. 7; e non si ha che a leggere il Dizionario dell’erudito Moreri per vedervi entro come la loro decrepità sta sul confine dell’anno ottavo. Si è mai udito un poeta recar maggior novero di gravissime autorità per fondamento di una sua fola?

Conseguenze di queste piccole stature saranno che i nostri fiori sieno i loro alberi ordinari e discreti, e che le nostre piante più all’arboscello accostantesi sien le loro smisuratissime roveri; che i nostri ruscelli sieno i lor fiumi, e che non riconoscasi per essi altro mare che la palude del Nilo. Qui le lucertole ed i ramarri saran figura di serpenti e di draghi. I perrucchetti e le colombe, come l’ippogrifo lo fu d’Atlante, saranno i loro cavalli; e le zanzare, le mosche, l’api, le vespe, o al più le farfalle saranno i loro uccelletti: frottole tutte da secondarsi siccome quelle che ci posson guarnire di strane e curiose espressioni la favola, e di bizzarre apparenze la scena, che passionatamente n’è vaga.

E per dir ancora qualche cosa delle leggi del nostro popoluccio, sappiate come colà il genitore non iscrive eredi i figli della propria mogliera, ma quelli della sirocchia, onde i parti che dal ventre della moglie uscirono, l’eredità del fratello di essa si prendono. Tizio ha dalla moglie sua Mevio, e Caio dalla sorella. Caio, e non Mevio, è l’erede di sue sostanze, e ciò addiviene per essere i Pigmei estremamente gelosi che l’indubitabile sangue loro gli averi ne conseguisca. Cade in acconcio di parlare di questa legge nella Scena terza dell’Atto secondo, e da questa han poi derivato un simil costume certi Indiani detti Malavari, siccome nota nel lib. 3 cap. 7 de’ suoi Viaggi alle Indie Orientali il padre fra Vincenzo Maria da S. Caterina da Siena, esimio scrittore di quelle barbare costumanze. V’ha ben di peggio. Costoro furono figli della Terra e d’Anteo gigante fratelli, in quelle libiche vicinanze da Ercole ucciso, lo che a’ danni dell’uccisore questa gentaglia di tal maniera irritò che fe’ giuramento alla Scimia, o sia Dio Mamone, di vendicare il germano. Quindi è che Alcide verso le fonti del Nilo, patria e reame già de’ Pigmei, ascendendo, ebbe contezza come da quelle minute genie contro del viver suo si tramasse, laonde, infintosi di dormire, permise che la canagliuola presuntuosa gli frugasse fino alle nari, perché starnutò. Questo erculeo starnuto li sbalzò, li atterrò, li dissipò tutti quanti, de’ quali alcuni attrappatine nella pelle del suo leone, la piccola preda in regalo a Euristeo si portò. Erostrato nelle Immagini fa di un tal fatto menzione, e l’Alciato in un leggiadro epigramma.

Ed acciocché tutto spiri brevità ne’ nostri uomicciuoli, eccovi i nomi loro in minimi monosillabi, eccovi versi, o corti, o cortamente scritti più dell’usato. Parleranno con le zampogne, acciocché alle staturette la vocina si proporzioni. Ma Ercole, empiendo di quattordici sillabe i suoi discorsi per sesquipedali vocaboli risuonanti, non dovrà comparire che, o con un dito, mostrando di parlar fuori di scena, o mostrerà di ragionar nella scena coll’appariscenza di tutta la testa, accompagnando con voce baritona e gigantesca lo svolger degli occhi ed il serrare e lo schiudere della bocca, movimenti assai famigliari per via di ordigni ai maneggiatori de’ nostri piccoli pantomimi.

Ma questo è ormai un proemio da una favola di giganti, non di pigmei, tanto egli è lungo e stucchevole; perciò finiamola una volta col sopracitato epigramma del buon Alciato.

 

Dum dormit, dulci recreat cum corpore somno

   sub picea, et clavam caeteraque arma tenet,

Alcidem Pygmea manus prosternere letho

   posse putat, vires non bene docta suas.

Excitus ille, velut pulices, sic proterit hostem,

   et saevi implicitum pelle leonis agit.





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