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ATTO PRIMO
Scena prima
Kam, Has.
Kam.-Popoli,
una novella;
dimani a noi s’oscura
la metà del pianeta,
che lume è di natura.
Suol presagir l’ecclissi
pur troppo a questo suolo
delle gru armate i pugni
di pietra, il fatal volo.
Deh allontani pietoso
lo Ciel dai capi nostri
quei volubili colli,
quei lunghi acuti rostri.
Has.-Altro
che gru, signore,
stese per l’aria in riga,
contro i sudditi tuoi
l’invido Ecclissi istiga.
Ci
sovrasta un gigante,
cui, se si paragone
tua sublime statura,
mal giugne al suo talone;
e parrà nel confronto
di quella orribil mole,
quasi mamola a fronte
di rosa o girasole,
arbori smisurati,
ma che coi fior né anco
giungon l’uno alla coscia
del mostro, e l’altro al fianco.
Otto volte hai tu visto
scorrer per ogni segno
l’osservato pianeta
da che nascesti al regno,
pervenendo a cotesta
felice età canuta,
della qual fra i mortali
maggior non fu vissuta.
Fosse de’ tuoi pur stato
l’ultimo il settim’anno,
poiché dovea l’ottavo
serbarti a sì gran danno.
E tu che altrui predici,
fiso ai lumi celesti,
le instituite sventure,
la tua non prevedesti?
Kam.-Che
di’ tu di gigante?
Nessun di noi maggiore
per quest’ampio universo
mai sorse abitatore,
trattone il solo Anteo,
cui, se il romor non erra,
a noi tutti gemello
partorì l’alma Terra;
e adunò le misure
di tante genti e tante
in quella enorme e sola
che nome ha di gigante.
Sì un million di Pigmei
con l’unica ed immensa
macchina equilibrando,
l’un con gli altri compensa.
Has.-Alla
riva del mare,
che tacito nasconde
la fonte alle correnti
sue dolci e fertil onde,
pascevam misti odori
fra l’alte selve assisi
di cilestri giacinti,
di candidi narcisi.
Kon sedeasi nel mezzo,
Neh lo assisteva, e a quelle
facea bel cerchio un coro
di paggi e di donzelle.
Quand’ecco in una conca
(oh che gran conca! ell’era
tal che qui coprirebbe
una provincia intera)
un uom, ch’uom fue creduto,
perché a
noi pure assembra
nell’esterna
apparenza
del volto e delle membra:
ma alle sole sue tempie
distratte e smisurate,
sarian le piazze anguste
di nostra ampia cittate;
e l’ombra sua si stende
di là, cred’io, dai segni
dei lontani confini
che cerchiano i tuoi regni.
Qual gran monte di carne
prende allor terra, e il piede
sembra eccitar tremuoto
fra noi,
mentre là fiede,
e schiacciando le selve
di questi e di quei fiori,
fea con lo stropicciarli
più sorgerne gli odori.
Noi fuggiti lontani
sotto dei fior non tocchi
ci ascondiam fortunati
dai due terribil occhi.
La moglie mia, seguendo
tua figlia e Neh, a cavallo
salir qual di colomba
e qual di papagallo;
ma il color della piuma
verde purpurea e varia
rese le tre mal caute
visibili per l’aria,
sì che, sdegnando il mostro
che preda tal gli scappi,
colla man gesteggiando
dirai che già le attrappi:
ma gli alati corsieri
con cento rote e cento
fan che il pugno deluso
stringa sinora il vento.
Temo alla moglie mia
che quella sua colomba
alle dita grifagne
pur troppo alfin soccomba.
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