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Pier Iacopo Martello
Lo starnuto di Ercole

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  • ATTO PRIMO
    • Scena seconda Kon, Neh e detti.
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Scena seconda

Kon, Neh e detti.

Kon.-Ah padre!

 

Neh.-Ah mio monarca!

 

Kam.-Lieto vi stringo al petto,

figlie per sangue l’una,

ma ambedue per affetto;

e con voi mi rallegro,

non men che col mio trono,

che dal maligno influsso

s’ottenga a noi perdono.

Io del vicino Ecclissi,

che su l’alba ventura

m’apparia minaccioso,

già sgombro ogni paura.

Sento che da paese

tanto da noi lontano

quanto l’è il sole istesso,

qua approde Anteo germano.

Il figliuol della Terra

non ci avrà, spero, a scherno

quando udirassi accolto

da un popolo fraterno;

ma dalle gru, se ardite

ci sfidano a contesa,

spauracchio il gigante

a noi sarà difesa.

 

Has.-Ma dov’è la mia moglie?

 

Kam.-Misera Fruh! dov’è?

 

Kon.-Inciampò nella palma

del bel Gigante, o re.

Volle la baldanzosa

troppo accostarsi a quelle

d’una selva di peli

frondose, erte mascelle;

ché la man sporta e lunga

del mobile Colosso

l’augel prese alla coda

e la meschina al dosso,

che così prigioniera

stridea con voce tronca

dalle concave mani,

quasi da una spelonca.

 

Has.-Deh chi m’offre una spina

d’orrido cardo, ond’io

con disperato colpo

trafigga il petto mio?

Oh già precipitato

l’onor di mia famiglia!

Oh sugli augei mal atte

femmine a regger briglia!

Lei mangiata ha il vorace,

o impuro ha violata.

Maledetta colomba,

ben statti ir spennacchiata.

 

Neh.-Io nol credo alla vita

né all’onestà molesto:

grand’egli è ben d’aspetto,

ma placido e modesto.

A quei magnanimocchi,

come a uno specchio, intere

ci miravam per aria

girevoli e leggere;

vedeansi in que’ lumi,

quasi in due bei cristalli,

con le cavalcatrici

dipinti i papagalli;

ma che bella spelonca

per molle pel non scabbra

aprian le spalancate

coralline sue labbra,

qualora mostra esposti

nei dirotti suoi risi

denti in candor più puri

dei candidi narcisi!

 

Has.-Io, per creder intatta

mia moglie in braccio a quello

lo vorrei sì modesto,

ma nol vorrei sì bello.

Vado: o trar l’infelice

gli vo’ dall’empie dita,

o vo’ nel pugno istesso

morir colla mia vita.

 




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