Scena seconda
Kon, Neh e detti.
Kon.-Ah padre!
Neh.-Ah mio monarca!
Kam.-Lieto
vi stringo al petto,
figlie per sangue l’una,
ma ambedue per affetto;
e con voi mi rallegro,
non men che col mio trono,
che dal maligno influsso
s’ottenga a noi perdono.
Io del vicino Ecclissi,
che su l’alba ventura
m’apparia minaccioso,
già sgombro ogni paura.
Sento che da paese
tanto da noi lontano
quanto l’è il sole istesso,
qua approde Anteo germano.
Il figliuol della Terra
non ci avrà, spero, a scherno
quando udirassi accolto
da un popolo fraterno;
ma dalle gru, se ardite
ci sfidano a contesa,
spauracchio il gigante
a noi sarà difesa.
Has.-Ma dov’è la mia moglie?
Kam.-Misera Fruh! dov’è?
Kon.-Inciampò
nella palma
del bel Gigante, o re.
Volle la baldanzosa
troppo accostarsi a quelle
d’una selva di peli
frondose, erte mascelle;
ché la man sporta e lunga
del mobile Colosso
l’augel prese alla coda
e la meschina al dosso,
che così prigioniera
stridea con voce tronca
dalle concave mani,
quasi da una spelonca.
Has.-Deh
chi m’offre una spina
d’orrido cardo, ond’io
con disperato colpo
trafigga il petto mio?
Oh già precipitato
l’onor di mia famiglia!
Oh sugli augei mal atte
femmine a regger briglia!
Lei mangiata ha il vorace,
o impuro ha violata.
Maledetta colomba,
ben statti ir spennacchiata.
Neh.-Io
nol credo alla vita
né all’onestà molesto:
grand’egli è ben d’aspetto,
ma placido e modesto.
A quei magnanim’occhi,
come a uno specchio, intere
ci miravam per aria
girevoli e leggere;
sì vedeansi in que’ lumi,
quasi in due bei cristalli,
con le cavalcatrici
dipinti i papagalli;
ma che bella spelonca
per molle pel non scabbra
aprian le spalancate
coralline sue labbra,
qualora mostra esposti
nei dirotti suoi risi
denti in candor più puri
dei candidi narcisi!
Has.-Io,
per creder intatta
mia moglie in braccio a quello
lo vorrei sì modesto,
ma nol vorrei sì bello.
Vado: o trar l’infelice
gli vo’ dall’empie dita,
o vo’ nel pugno istesso
morir colla mia vita.
|