Scena terza
Ban, Uy e detti.
Ban.-Signore,
eccoti un figlio
col prenze a me cugino
esibir quattro braccia
compagne al tuo destino.
Di statura qual balza
scoscesa ai venti esposta,
sento che il non più visto
Gigante a noi si accosta.
Io, che le gru non uso
di paventare, e molte
fatte n’ho d’aria a terra
cader volte e rivolte;
io, che ho perseguitate
per valli, piani ed erte,
quadrupedi serpenti,
le rapide lucerte,
vibrerò tanti strali
da lunge in quella faccia
che sazierò la fame
d’esercitarmi a caccia,
se col cader di tanta
mole trafitta, io veda
del mar coperti i lidi
dall’immensa mia preda.
Uy.-Con
le spine de’ pesci,
di cui saette uom fassi,
de’ nostri abili arcieri
si colmino i carcassi;
e a provveder di brandi
del regno i più gagliardi
si sprovedan di punte
gli eccelsi ispidi cardi.
Qual per celate a scorze
di granchi e qual s’appiglie
alle trascolorate
gusce delle conchiglie,
a cui formin le creste
bianche purpuree e gialle
o a più color dipinte
l’ali delle farfalle.
In alati corsieri
s’imbriglino i più belli,
e per agilitade
e per vaghezza, augelli.
O Anteo vien qual fratello
de’ suoi fratelli amante,
e avrà guise la pompa
di onor fatto al Gigante;
o verrà qual nemico,
e troveracci armati
contro un tanto bersaglio
ferir da tutti i lati;
e soverchiato alfine
da un nuvolo di squadre
ritornerà sepolto
nell’utero alla madre.
Kam.-Come,
o Uy generoso,
il tuo consiglio è saggio,
così d’entrambi approvo
lo spirto ed il coraggio;
e perché vi sia noto
che a me salvando il trono
sarò per voi quel tutto
che, mercè vostra, io sono,
Uy, tu accetta mia figlia,
Ban, di Uy la sorella;
degna è, sper’io, d’entrambi
l’una e l’altra donzella.
Uy.-Io
darei mille vite,
signor, non che quest’una,
per tal, da sospirarsi
sin dagli Dei, fortuna.
Ban.-Lodo
l’avvicinare
beltà sì degna al soglio,
ma del superbo Anteo
pria fiacchisi l’orgoglio.
Kam.-Compirem
l’auree nozze
dopo che con l’audace
smisurato fratello
avrem vittoria o pace.
Voglio spiare intanto
di tutti i miei pianeti
nell’eretta figura
gli aspetti torvi o lieti:
sì, nel veder qual astro
co’ raggi suoi ne mire,
disserrerò le sorti
chiuse nell’avvenire;
e dall’invariabile
tenor dell’influenza
prevederem de’ Cieli
su noi l’alta sentenza.
Kon.-Sì
a noi splendon lontane
le stelle tue, che nulla
credo poter né contro
né a pro dell’altrui culla.
Neh.-Ed
io cosa ho nel core
che non potrian giammai
trarnela tutti quanti
de’ tuoi pianeti i rai.
Il mio fermo volere
sento di lor più forte,
e il nostro arbitrio è in terra
signor della sua sorte.
Ban.-Consulterei
più tosto
la Scimia a noi gran Nume,
Nume almen più vicino
che d’ogni stella il lume,
e che almen vive, e spesso
ride o digrigna, e mostra
o alleggrezza o dispetto
di tal che le si prostra.
Kam.-Fanciulle,
ite alla reggia.
Strali, elmi, brandi e scudi,
principi, preparate:
segua ciascun suoi studi;
ch’io sol vo’, calcolando
de’ rai superni i corsi,
antiveder se il cielo
prometta o no soccorsi.
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