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Pier Iacopo Martello
Lo starnuto di Ercole

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  • ATTO PRIMO
    • Scena terza Ban, Uy e detti.
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Scena terza

Ban, Uy e detti.

Ban.-Signore, eccoti un figlio

col prenze a me cugino

esibir quattro braccia

compagne al tuo destino.

Di statura qual balza

scoscesa ai venti esposta,

sento che il non più visto

Gigante a noi si accosta.

Io, che le gru non uso

di paventare, e molte

fatte n’ho d’aria a terra

cader volte e rivolte;

io, che ho perseguitate

per valli, piani ed erte,

quadrupedi serpenti,

le rapide lucerte,

vibrerò tanti strali

da lunge in quella faccia

che sazierò la fame

d’esercitarmi a caccia,

se col cader di tanta

mole trafitta, io veda

del mar coperti i lidi

dall’immensa mia preda.

 

Uy.-Con le spine de’ pesci,

di cui saette uom fassi,

de’ nostri abili arcieri

si colmino i carcassi;

e a provveder di brandi

del regno i più gagliardi

si sprovedan di punte

gli eccelsi ispidi cardi.

Qual per celate a scorze

di granchi e qual s’appiglie

alle trascolorate

gusce delle conchiglie,

a cui formin le creste

bianche purpuree e gialle

o a più color dipinte

l’ali delle farfalle.

In alati corsieri

s’imbriglino i più belli,

e per agilitade

e per vaghezza, augelli.

O Anteo vien qual fratello

de’ suoi fratelli amante,

e avrà guise la pompa

di onor fatto al Gigante;

o verrà qual nemico,

e troveracci armati

contro un tanto bersaglio

ferir da tutti i lati;

e soverchiato alfine

da un nuvolo di squadre

ritornerà sepolto

nell’utero alla madre.

 

Kam.-Come, o Uy generoso,

il tuo consiglio è saggio,

così d’entrambi approvo

lo spirto ed il coraggio;

e perché vi sia noto

che a me salvando il trono

sarò per voi quel tutto

che, mercè vostra, io sono,

Uy, tu accetta mia figlia,

Ban, di Uy la sorella;

degna è, sper’io, d’entrambi

l’una e l’altra donzella.

 

Uy.-Io darei mille vite,

signor, non che quest’una,

per tal, da sospirarsi

sin dagli Dei, fortuna.

 

Ban.-Lodo l’avvicinare

beltàdegna al soglio,

ma del superbo Anteo

pria fiacchisi l’orgoglio.

 

Kam.-Compirem l’auree nozze

dopo che con l’audace

smisurato fratello

avrem vittoria o pace.

Voglio spiare intanto

di tutti i miei pianeti

nell’eretta figura

gli aspetti torvi o lieti:

sì, nel veder qual astro

coraggi suoi ne mire,

disserrerò le sorti

chiuse nell’avvenire;

e dall’invariabile

tenor dell’influenza

prevederem de’ Cieli

su noi l’alta sentenza.

 

Kon.-Sì a noi splendon lontane

le stelle tue, che nulla

credo poter né contro

né a pro dell’altrui culla.

 

Neh.-Ed io cosa ho nel core

che non potrian giammai

trarnela tutti quanti

de’ tuoi pianeti i rai.

Il mio fermo volere

sento di lor più forte,

e il nostro arbitrio è in terra

signor della sua sorte.

 

Ban.-Consulterei più tosto

la Scimia a noi gran Nume,

Nume almen più vicino

che d’ogni stella il lume,

e che almen vive, e spesso

ride o digrigna, e mostra

o alleggrezza o dispetto

di tal che le si prostra.

 

Kam.-Fanciulle, ite alla reggia.

Strali, elmi, brandi e scudi,

principi, preparate:

segua ciascun suoi studi;

ch’io sol vo’, calcolando

de’ rai superni i corsi,

antiveder se il cielo

prometta o no soccorsi.

 




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