Scena quarta
Ban, Uy.
Uy.-Principe,
tu non godi?
Tu sposo, e con cotesta
fronte per le congiunte
ciglia, perché sì mesta?
Se può guardo fraterno
giudicar di sorella,
fra le pigmee fanciulle
non forse è la men bella,
e so ch’essa ti adora.
Ban.-Così
nol sapess’io!
Bella è, ma è libertade
più bella al parer mio;
e questo mio, che ad altri
parrà misero stato,
l’è sol perché mi sforza
a farmele un ingrato.
Da quel dì che, guidando
quattro armellini il carro
su cui sedea tua suora
ristettero a un ramarro,
drago, verde le squame,
che mentre il sol ferìa,
volubile e traverso
s’oppose in sulla via,
mise sì disperate
strida, ch’io dalla traccia
delle fere distratto,
abbandonai la caccia;
ed accorso a que’ pianti
d’uccisa gru col rostro
quell’invan fuggitivo
divisi orribil mostro.
Ben m’avvid’io che grata
al suo liberatore
la smarrita donzella
m’offria sugli occhi il core,
semplicetta tremando
nel rimirar
che fea
la del dragon troncata
coda, che si torcea.
Quinci a me sulle braccia
pallida si ritenne,
non cedendo ai pietosi
conforti insin che svenne.
Sospirava, ma senza
sguardi, ma senza voce,
’ve nel mar, Nilo detto,
va il fiume a metter foce,
cui sino ai menti nostri
profondo, un aer fosco
sulle rive diffonde
di bei tulippi un bosco.
Io la spruzzo: ella torna
in sé medesma, e prega
che il suo scorso periglio
si taccia, e Ban nol nega.
Ma il silenzio si rompa,
poich’ella è già mia sposa.
Voci d’amor mi disse
fra lieta e vergognosa,
ed io mesto arrossia
che di sue fiamme espresse
più la mia bella e nova
vittoria a me piacesse;
e che il più delle occhiate
tutte al suo bel dovute,
s’usurpasser le spire
del drago in due fendute.
Lasso me, che far deggio
se un’invincibil forza
a lasciar per le fere
le vergini mi sforza?
Chi schiantar può da un genio
a me dagli astri infitto
il piacer che stramazzi
dai dardi miei trafitto
calabron, mostro armato
di nero aculeo acerbo,
che minaccia ferite
nell’ali sue superbo,
mentre verde e dorato
rotasi in aria, e rugge,
e all’un albero e all’altro
stermina i fior che sugge?
Chi mi torrà de’ timi
per l’alte siepi e fosche
le invisibili reti
disporre a predar mosche,
numerosa, importuna
e garrula famiglia,
che quanto è più cacciata
più torna e più bisbiglia?
Ferirei negli augelli,
se dentro alle lor salme
religïon tacesse
nascondersi quell’alme,
che a tenor del vissuto
lor buono o reo costume,
o più belle o men belle
passano a vestir piume.
Sia pur certa tua suora,
s’ella da sé mi scioglie,
ch’altra io più non accetto,
Dea sia pur anche, in moglie.
O per Dio, non s’adiri,
s’uom nato a seguir belve,
precorrerà poi l’albe
dal talamo alle selve.
Uy.-Garzon,
non so s’io dica
felice o sventurato,
ch’occhio di giovinetta
sinor non ha piagato,
e sol rende inesperto
gli aspri desir satolli
coll’agitar di fere
per valli, piani e colli;
io darei mille cacce
per un crin di donzella,
non che per la bellezza,
quanta è, di tua sorella,
alla cui bionda testa
cede, se si somiglia
la pari ai capi nostri
crescente aurea giunchiglia;
né tanti rai la nera
luciola avvien che scocchi,
quanti ne dan più belli
que’ neri e lucid’occhi;
né gli anemoni bianchi,
quand’anche chiusi stanno,
le pareggian le poppe,
che vengono e che vanno.
Vien per l’erbetta e va
del piè legger, che nulla
le torce, e su vi sta?
Qual dai lattei volando
lilii ai giacinti azzurri
ne paragona al canto
bell’ape i suoi susurri?
Chi mai piume più gaie
tratte agli angei dipinti
meglio s’adatta e mesce
negli abiti succinti?
O ride o piagne o move,
o siede o tace o parla,
da quanto è lei, mi nasce
ragion per adorarla;
e sì, prenze, io l’adoro
ch’odio che non s’involi
a tutti i guardi umani,
ma trattine i miei soli.
Quando, non che il germano,
ma sin la stessa madre
bacia quelle sue guance
sì molli e sì leggiadre,
quello scoppio innocente
mi fa pur gelosia
di bocca anche materna,
ma che non è la mia.
Nel gran niliaco mare
vorrei tanta isoletta
che ad accor sol bastasse
me con la mia diletta:
quinci ho in ira il Gigante
perché insolente egli abbia
mirar d’appresso osato
quegli occhi e quelle labbia,
e che la ghermitrice
lasciva sua manaccia
abbia accennato un tocco
vèr la verginea faccia.
Infin vorrei sua mole
trafitta ed abbattuta,
perché poteo piacergli
bellezza a me piacciuta.
Ban.-Bella
delicatezza
d’amor! Bel d’imeneo
favellarci, sedendo,
quando sovrasta Anteo!
E dai confin del regno
fia ch’egli a noi trapassi
per quaranta province
con quattro or de’ suoi passi!
Pria si pugni e si vinca;
poscia all’ombra de’ fiori
alterneremo io motti
di caccia e tu d’amori.
Fine dell’Atto primo
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