SCENA TERZA
Uy, Neh
Neh.-German,
tu mi facesti
tramortir di paura
col giugnermi improvviso.
Uy.-La
gelosa mia cura
qua mi sospinse, e in punta
di piè me ne venia
per osservar non visto
che fea la bella mia;
mentre già non mi piace
quel dimorar voi donne
sole fra quel ministro
e quello Dio Mamonne,
ché sì l’un come l’altro
guatar d’occhio non bieco
suol l’incaute donzelle,
tant’ama il trescar seco.
Neh.-Erri,
o german, nel farla
da amante e da geloso
con chi scordar ti puoi
di averne a gioir sposo.
Ama ella altrove, ed ama
(chi ’l crederebbe?) Anteo;
ama il Gigante; or vedi
se pensa ad un Pigmeo.
Osò la balda e schifa
le fiamme sue leggiadre
vantar, non che a tua suora,
ma in faccia anche a sua madre;
e sgridata da questa
non arrossì, ma il viso
alle torve minacce
scompose in un sorriso.
Mud già scandalezzato
fuggissi, e in un fuggio
d’avventar morsi in atto
con lui lo stesso Dio.
Poco a lei cal che il regno,
che il padre suo si serbi;
di nozze gigantee
pasce i pensier superbi;
ed invan, tua mercede,
spera che uscir si veggia
dal suo fianco l’erede
del regno, or questa reggia.
Ama che il successore
dovuto al patrio trono
sia nel piccol suo grembo
del suo Gigante in dono,
quasi che senza anch’essa
ingigantir ne possa
concepir mole eguale
di carni, nervi e d’ossa.
Ma poiché scaltra o stolta
le nozze tue ricusa,
s’io Ban del par rifiuto,
ne ho tutta in lei la scusa.
Nato di una sirocchia
del nostro re, ben puote
regnar, sin ch’egli vive,
qual figlio, un suo nipote;
ma da me, se regina
sarò, fratel, ben vedi
che a te, non al consorte,
sol nasceran gli eredi
sudditi di coloro
che alla real famiglia
darà chi è del re nostro
nipote assunta in figlia;
e avvenir può che Anteo
dal Ciel si privilegi,
sì che da Kon sua sposa
per lui nascano i regi.
Aggiugni anche, io non posso
lieta accoppiarmi a tale
che sol bruttar nel sangue
de’ mostri ama il suo strale;
e che cento donzelle
tutte daria per due
penne, trofei strappati
dai vanni ad una grue.
Uy.-In
ver provvidi e saggi
fur gli avi nostri; e merta
loda quella lor legge,
ché a noi le proli accerta.
Poiché incerto talvolta
fa l’adulterio il padre;
ma sia fida o non fida,
la madre ognor fu madre;
e per via femminile
securo ognor succede
al di lei sangue avito
chi gir ne merta erede;
onde i titoli e i nomi
tal che alla luce uscio
trae non dal genitore
ma dal materno zio.
Spesso il padre deluso
dal femminil riggiro,
suoi credendo quei parti
che
d’altrui seme usciro,
nudriria
l’altrui schiatta
schernito, e con diletto
di chi lascivo avesse
macchiato il di lui letto;
ma rinunziando i figli
alla prosapia altrui,
dalla sua donna ad altri
congiunta, ei prende i sui.
Questa legge ha qui spenta
la gelosia, ma tutta
a buttar nuove frondi
s’è nel mio cuor ridutta;
né so chiuder quest’occhi
sì che non spiino ognora
se al ciel o al suol si volga,
o ad uom, chi m’innamora.
Vorrei gli occhi alla nuca
per rimirarmi addietro;
vorrei ch’ogni parete
fosse a’ miei guardi un vetro
che la rappresentasse
veridico e sincero,
qual è, non sol negli atti,
ma qual sin nel pensiero:
e cercar nel suo cuore,
ma non trovarvi unquanco,
altro desio che quello
del sempre
avermi al fianco.
Ma tu,
suora, m’uccidi
nel pingermi l’ingrata
del forestier Colosso
pur troppo innamorata.
M’udrà Ban, m’udrà il padre,
m’udrà, se vienmi innante,
quella corporatura
sì enorme e sì arrogante.
Neh.-Ecco
il prenze, o germano,
deh non abbandonarmi.
Ve’ come atroce in vista
suona nell’orrid’armi.
Ti par quello un sembiante,
un
portamento, o frate,
da pretendere il core
da femminil beltate?
Non dico esser me bella;
ma pur, se il mio simìle
mi dipinge lo specchio,
l’imago ha del gentile,
o non ha
almen sembianze
come le sue
sì rozze.
Taci di me e, se vuoi,
parla delle tue nozze.
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