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Pier Iacopo Martello
Lo starnuto di Ercole

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  • ATTO TERZO
    • SCENA PRIMA Ercole col dito in scena e Fruh
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ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Ercole col dito in scena e Fruh

Fruh.-Oimè il dosso! Oimè il fianco!

Lassa, chi mi soccorre?

Balzar mi è da un tuo dito

più assai che da una torre.

Mal per me se ne caddi,

ché vi sedei primiera.

Non inoltrar, ti prego,

quella tua destra intera,

o che scompaginando

le contrade infelici

diromperà, in passando,

le facce agli edifici.

Ma deh, se il Ciel secondo

al giganteo tuo vanto

faccia sovra te stesso

te crescere altrettanto,

dimmi chi sei? Se Dio,

s’uom, se d’entrambi un misto.

Sei tu forse l’Anteo

fra noi non ancor visto,

ma che mirato altrove,

corre romor che mole

degna sia d’aver madre

la Terra e padre il Sole?

Noi pur tai genitori,

se fama il ver non mente,

vantiam, minuta, è vero,

ma innumerabil gente;

onde se Anteo tu fossi

fra i Pigmei giunto, in elli

riconosciti al piede

gli umili tuoi fratelli.

 

Ercole. (di dentro)

-Quale io mi sia, son tale che qui do leggi, e voglio

o diroccar di un pugno la reggia e il re sul soglio,

o quelle due, ch’io vidi volanti, e principesse

(se il ver narrasti, o Nana), sien preda a me concesse.

 

Fruh.-Ah mercé, o bel Gigante;

troppo m’assorda il suono

de’ tuoi detti, appo cui

men romoreggia il tuono;

se non premi la voce

tua rimbombante e grossa,

come vuoi che la mia

sottile udir si possa,

onde giunga all’orecchio

del misero regnante

tra il fragor che ne introna

tremendo e strepitante?

S’altra volta tu parli,

parli in tuon più mite,

ecco, quai per tremuoto

crollar case e meschite,

e morendo di tema

qual di noi t’oda o veda,

sarem noi senza vita,

sarai tu senza preda.

 

Ercole.-Ah ah ah ah ah ah

 

Fruh.-Qual purpurea caverna

apre ridendo, e quale

nella sua parte interna

doppia schiera di denti,

per Dio, si manifesta,

candidi, ognun de’ quali

si eguaglia alla mia testa!

 




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