SCENA SESTA
Gruh e detti
Gruh.-Mi
prostro, ecco, a monarca,
che riconosco io tale
alla corona, al manto,
all’aria alta e reale.
Kam.-Ma
te non conosc’io.
Chi sei?
Gruh.-Signor,
Gruh vedi
per una grue rapito
da bambolo, ai tuoi piedi.
Tu allora eri fanciullo,
né rammentar già puoi
miei
cangiati sembianti;
né anch’io
ravviso i tuoi.
Una grue smisurata
nel cominciar degli anni
m’involò tra le fasce,
fidandomi a’ suoi vanni;
e nell’arida Libia
me trasferendo a volo,
sovra teneri fiori
mi coricò nel suolo.
Di quell’aria odorata
là mi pascea, quai pure
nudron voi degli odori
l’aure esalanti e pure.
Così crebbi, ed allora
ch’io più non gìa carpone
e che s’aperse il raggio
su me della ragione,
la rapitrice mia,
che me di giorno in giorno,
visitando amorosa,
volavami d’intorno,
e che in nostra favella
(senti mirabil mostro)
apriva alle parole
suo lungo, acuto rostro:
«Io son» disse «Pigmea
da Giove» (e Giove un Nume
dicea maggior d’ogni altro)
«dannata a vestir piume,
perché ardii millantarmi,
bella fra voi famosa,
del suo talamo degna
non men che la sua sposa.
Né qui ferma il suo sdegno
lo Dio tuonante: ei spira
fra la vostra e mia schiatta
inimicizia ed ira,
che per tratto di tempo
né pur s’estingue o langue
fra noi volanti e voi
Pigmei nel comun sangue.
Ma, perché il mio paese
non odio, abbench’io sia
avida di una reggia
ch’io peno a dir ‘fu mia’,
né mi piaccion le stragi,
cosa a veder ti trassi
che alla timida gente
de’ tuoi per te dirassi.
Scorgi là quel gran mostro?»
E il becco allor volgea
quasi additando un uomo
che immenso al ciel sorgea,
d’un’altera statura
sì macchinosa e tanta
che de’ nostri uomiciatti
pareggiasi a sessanta.
A me attonito allora
colei soggiunse: «E quello
unico è della Terra
figliuolo, e a noi fratello».
Tosto io sotto un gran tronco
di pallide vïole
ad osservar ricovro
l’orror di quella mole;
e la grue, che l’altezza
degli alberi trapassa
col volubile collo,
lo curva e a me s’abbassa.
Quand’ecco io colui miro
non, come noi, d’odori
pascersi, ma di belve
quanto di voi maggiori!
Una ve n’ha fra l’altre
di chiome lunghe e gialle,
stretta nel dorso e larga
del petto e delle spalle,
con unghioni alle zampe
falcati, e ch’aurea snoda,
con cui flagella il fianco,
nervosa ispida coda.
La nudrice leone
lei nominò, che rugge
ed assalta il Gigante,
che stassi e non la fugge;
ma l’afferra alle zanne,
la spacca, e l’anche ardenti
carni di vivo sangue
strepitar fa tra i denti.
Mostro al leon succede
con foschi orridi peli,
ch’orso s’appella, e ritto
vien su due piè crudeli,
con gli altri due che quasi
braccia distende, a lotta
sfida il grosso uomiccione,
che gli s’avventa allotta
e lo abbatte e lo strozza;
poi scorticato e nudo
sel divora, com’era
sanguinolento e crudo.
«Colui» disse «è un nemico
vostro qual’io, ma presto
verran, credo, i momenti
ch’ei più non siavi infesto;
e allor che spento ei rieda
nel ventre alla sua Terra,
non vuol placato il Cielo
che più sia fra noi guerra».
Oggi appunto ha sett’anni
da che primier lo vidi,
quand’oggi me la grue
trasferì a certi lidi
di dove un mar scoversi,
che bagna il cielo e spande
l’acque, oh quanto del Nilo
nostro più gonfio e grande;
del qual trattone un sorso
ne sputai l’onde amare
che non, come le nostre,
son dolci. Oh quello è un mare!
Là mirai senza moto,
senza respir, senz’alma
occupar molt’arena
stesa d’Anteo la salma
(che Anteo l’estinto mostro
dalla mia grue si chiama);
e ben cento avoltoi
di sé diseta e sfama.
Poi la mia rapitrice
qua mi riporta, ed ella
dei cangiati destini
m’invia con la novella.
Kam.-Oh
noi per l’abbattuto
nemico Anteo felici!
Or sì, le gru placate,
che non v’ha più nemici.
Forz’è ch’or ci sien miti
gli erranti lumi e i fissi;
e che il favor ne tempri
le collere all’Ecclissi.
Fam.-Bene
o mal che ne avvegna,
sia caso o sia destino,
bello dopo i successi
vantarsene indovino!
Uy.-A
che più differirmi
dunque le nozze? O mia
Kon già divegna, o ch’io
morrò di gelosia.
Kam.-Pria
vo’ di decollate
purissime colombe
al buon Mamone
Uy.-(Oh spasimi!)
Kam.-svenare un’ecatombe.
Ban.-Ed
io cento lucerte
sacrificar prometto
nelle fragranti perse
del florido boschetto.
Fam.-Ma che piangi, o mia figlia?
Kon.-Piango
i fati inumani,
che atterrando i giganti
minacciano i sovrani.
Uy.-Misero,
ch’ella piagne
l’amante anch’ombra.
Neh.-In
core
stiasi, e
mel fenda o squarci,
ma taccia il mio dolore.
Fine dell’Atto
terzo
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