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ATTO QUARTO
SCENA PRIMA
Has, Fruh
Has.-O
il buon Gruh ne deluse,
o Anteo non è più morto;
o, s’ei cadeo, sua madre
toccando, egli è risorto.
Poiché fama è tra noi
ch’egli abbattuto a forza,
nel toccar della terra
si rizza e si rinforza.
Né falsa è la novella;
l’astrologo monarca
dalla specola il vide,
ché quinci intorno ei varca.
E su nostri tre fiumi
tutto di un passo arriva
dalla prima alla sesta
per noi lontana riva.
Fruh.-Pentomi
che ai due prenzi
scoprii come il Gigante
anelava le spose,
non men che amato, amante;
e se allor Uy rodeva
cotal gelosa cura
che l’aura errante al viso
di Kon gli fea paura,
pensa mo qual tremuoto
gli sveglierà nell’alma
di un rival sì membruto
l’innestinguibil salma;
e Ban, quel cuor d’acciaio,
quell’anima di pietra,
che assai più di ogni bella
strale ama, arco o faretra,
recherassi a dispetto
non l’imeneo disciolto,
ma che un ben non curato
per forza or gli sia tolto.
M’aspetto, e sì non fosse,
che infuriar del paro
vorran contro le spose
e il lor rivale amaro.
Da lui, spero, asterransi,
o ch’ei col fiato solo
saprà questi eroini
schiacciar sul patrio suolo.
E chi vincer mai puote,
siasi pur forte in guerra,
uom che, in cadendo ancora,
più nerbo ha dalla terra?
Has.-Garrulissima
donna,
s’elle punite andranno,
sarà tua lingua in colpa
del sofferto lor danno.
E, o sia che il re prevaglia
o che prevaglia Anteo,
tu morrai dal Gigante
stracciata o dal Pigmeo;
e vedrò il tuo supplicio
senza che d’una sola
pur consolar ti possa
o lagrima o parola,
condannato, ahi meschino!
sotto i miei tetti umìli
a trar de’ giorni il resto
miseri e vedovili.
Fruh.-Guai
se il Ciel non spirasse
genî alle mogli arditi,
quando alle mogli addossa
sì timidi mariti!
Provida la fortuna
contempera e compensa
con la balda un melenso,
col baldo una melensa.
Chi puniracci? Il mostro
che careggiommi e impose
a Fruh sua nuova anchella
recargli ambe le spose?
I due cugini? E questi
vengano pur; gli aspetto
fra i due piè del Gigante,
securo a me ricetto.
Ivi, sedendo in pace,
vedrò sulla lor testa
del calpestio, de’ calci
rovinar la tempesta:
gli contendan le spose
i regi, e sia ch’io veggia
sprizzar tutto il lor sangue,
e in polvere la reggia;
lui si godan le zite:
gli è ver che rosso e bianco
ei solleva
il sembiante,
polputo il
petto e il fianco,
dove noi curvi alquanto
coi nasi in sé ritorti
pendiam verso il terreno
gracili, grinzi e smorti;
ma quelle sue carezze
rinunzio alle due belle;
troppo gl’irti suoi peli
trapungono la pelle.
Basta che i labbri accosti;
so ben io quel che dico,
io, che il provai non certo
crudele e non nemico.
Has.-Ma
non lo dire almeno
due volte al tuo consorte.
Fruh.-Bello
è il soffrir tacendo,
per goder miglior sorte.
Se del suo branzicarmi
egli in mercé ne dona
lo scettro, e che dirai?
Has.-Già
in capo ho la corona
che, tua mercé, le tempia
mi sfonda e fuor ne spunta.
Fruh.-Sì,
ch’io per comun bene
non soffrii d’esser punta.
Ma ciò che nuoce? Estinti
i regi, e omai disfatti
gli eserciti de’ nostri
ridevoli uomiciatti,
sdegnerà l’uom superbo
fra la pigmea brigata
in città che nol cape
la trïonfale entrata,
e donandola in premio
a chi gli guida in seno
le due piccole belle,
n’avrem noi regi il freno;
e per nostra difesa
basterà sol ch’ei faccia
vèr le timide genti
moto di quelle braccia;
e le gru impaurite
drizzar più a questo suolo,
un grido sol ch’ei metta,
non oseranno il volo.
Eccoci dunque in pace
regnar. Mi disse Anteo
voler delle fanciulle
far dono a un Euristeo;
e si pensan meschine
d’essergli spose: oh folli!
ché per quel nerboruto
son troppo scarse e molli;
e per lor non è poco
se pòn dall’irte aurate
pelli del suo gran manto
sortir non scorticate.
Has.-Parti;
ch’io dopo a questa
fiorita aurea giunchiglia
vo’ udir quanto fra i prenzi
cugini or si bisbiglia.
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