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Pier Iacopo Martello
Lo starnuto di Ercole

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  • ATTO QUARTO
    • SCENA SECONDA Ban, Uy, Has in disparte
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SCENA SECONDA

Ban, Uy, Has in disparte

Ban.-Punirò mia sorella.

Come io soffrirla amante

d’ignoto, di nemico,

di barbaro gigante,

mentre che la sua fede,

la del padre e mia

destinolla al tuo letto?

Così ho già fermo, e fia.

Ma chi sa che non menta

la tisica vecchiarda?

Forse che una calunnia

ci sussurrò bugiarda.

Se non regge l’accusa,

vo’ che vil laccio in gola

strozzi alla mentitrice

la vita e la parola.

 

Has.-Già sento in un capestro

cangiarsi il mio diadema.

 

Uy.-Fosse ver che mentisse:

non so ch’io speri o tema,

so ben che non più dessa

da poco in qua Kon miro

sospirar volta altrove,

se volto a lei sospiro.

Quella fronte accigliata,

ch’anzi ridea serena,

invan tacendo il labbro,

parla di una sua pena,

e di pena che, in core

premuta, uscir non puote

senza che di rossore

le abbrugino le gote.

Cerchisi or chi l’accende,

perché la fiamma è certa.

Di gir sola al Gigante

non s’è poc’anzi offerta?

Quel suo finto coraggio

non è che un vero amore,

che per gir sconosciuto

pon maschera di onore.

Argomento in mio danno;

ma più che penso, io trovo

di sua dubbia incostanza

un indizio ognor novo.

Ma l’amo anche incostante,

né la vorrei punita.

Una lagrima sua

val più della mia vita.

Pentasi, e son felice;

dirle il mio sospetto,

ché il mostrarsi geloso

talor di un qualche oggetto

fa che, rimproverata

chi forse era innocente,

’ve non pria pensava

rivolga alfin la mente,

e s’invogli di quello

che più vietato alletta;

ché non è poi di bronzo

core di giovinetta.

Il rival, che s’accorge

dell’affannata, odioso

con sagaci lusinghe

le rende il suo geloso,

e cogliendo i momenti

ch’ella è cruciata a torto,

l’entra nell’alma afflitta

col farsele conforto:

discreto a contentarsi

ch’ella di furto il guati,

e di sospir lo degni

brevissimi e rubati.

Così dell’uomo ad onta

in feminil beltate

da gelosia soverchia

si crea l’infedeltate.

Ma chi simula a tempo,

chi le fa grazie e vezzi,

quando sa mertar ella

che meno uom l’accarezzi,

eccita in lei rimorso,

che cento volte e cento

punzicandole il core,

vi sveglia il pentimento.

 

Ban.-Rider mi fa cotesto

sottilizzar, che inventa

ragion per lusingarsi

nel mal che ne tormenta,

e che con luci aperte

sul palese suo danno,

più che disingannato

si trova, ama l’inganno.

Tacerò poiché il brami,

ne cercherò s’eguale

desio spinga tua suora

verso il comun rivale,

mentre s’offre ancor ella

d’ir supplicante a lui.

Noi forse un destin pari

sollecita ambidui.

Ma da me non aspetti

la donna mia ch’io spie

s’ami o non ami altrove;

tue sien le gelosie,

o me renda geloso

ch’altri al tirar dell’arco

sia di me più felice

su fera attesa al varco.

 




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