SCENA SECONDA
Ban, Uy, Has in disparte
Ban.-Punirò
mia sorella.
Come io soffrirla amante
d’ignoto, di nemico,
di barbaro gigante,
mentre che la sua fede,
la fé del padre e mia
destinolla al tuo letto?
Così ho già fermo, e fia.
Ma chi sa che non menta
la tisica vecchiarda?
Forse che una calunnia
ci sussurrò bugiarda.
Se non regge l’accusa,
vo’ che vil laccio in gola
strozzi alla mentitrice
la vita e la parola.
Has.-Già
sento in un capestro
cangiarsi il mio diadema.
Uy.-Fosse
ver che mentisse:
non so ch’io speri o tema,
so ben che non più dessa
da poco in qua Kon miro
sospirar volta altrove,
se volto a lei sospiro.
Quella fronte accigliata,
ch’anzi ridea serena,
invan tacendo il labbro,
parla di una sua pena,
e di pena che, in core
premuta, uscir non puote
senza che di rossore
le abbrugino le gote.
Cerchisi or chi l’accende,
perché la fiamma è certa.
Di gir sola al Gigante
non s’è poc’anzi offerta?
Quel suo finto coraggio
non è che un vero amore,
che per gir sconosciuto
pon maschera di onore.
Argomento in mio danno;
ma più che penso, io trovo
di sua dubbia incostanza
un indizio ognor novo.
Ma l’amo anche incostante,
né la vorrei punita.
Una lagrima sua
val più della mia vita.
Pentasi, e son felice;
né dirle il mio sospetto,
ché il mostrarsi geloso
talor di un qualche oggetto
fa che, rimproverata
chi forse era innocente,
là ’ve non pria pensava
rivolga alfin la mente,
e s’invogli di quello
che più vietato alletta;
ché non è poi di bronzo
core di giovinetta.
Il rival, che s’accorge
dell’affannata, odioso
con sagaci lusinghe
le rende il suo geloso,
e cogliendo i momenti
ch’ella è cruciata a torto,
l’entra nell’alma afflitta
col farsele conforto:
discreto a contentarsi
ch’ella di furto il guati,
e di sospir lo degni
brevissimi e rubati.
Così dell’uomo ad onta
in feminil beltate
da gelosia soverchia
si crea l’infedeltate.
Ma chi simula a tempo,
chi le fa grazie e vezzi,
quando sa mertar ella
che meno uom l’accarezzi,
eccita in lei rimorso,
che cento volte e cento
punzicandole il core,
vi sveglia il pentimento.
Ban.-Rider
mi fa cotesto
sottilizzar, che inventa
ragion per lusingarsi
nel mal che ne tormenta,
e che con luci aperte
sul palese suo danno,
più che disingannato
si trova, ama l’inganno.
Tacerò poiché il brami,
ne cercherò s’eguale
desio spinga tua suora
verso il comun rivale,
mentre s’offre ancor ella
d’ir supplicante a lui.
Noi forse un destin pari
sollecita ambidui.
Ma da me non aspetti
la donna mia ch’io spie
s’ami o non ami altrove;
tue sien le gelosie,
o me renda geloso
ch’altri al tirar dell’arco
sia di me più felice
su fera attesa al varco.
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