SCENA TERZA
Kam, Gruh, e detti
Kam.
-Voi qui trovo
opportuni
ad ascoltar novella
che Gruh ne arreca: oh Cieli,
per non noi non v’ha una stella?
Gruh.-La
mia grue strepitando
coll’ali sue veloci
sovra me, non ha guari,
librossi in queste voci:
«Gruh, quel comun germano
che tu mirasti estinto,
da inferiore statura
(chi ’l crederia?) fu vinto.
Certo figlio di Giove,
dalla cui man fur domi
quanti avea l’universo
gran mostri, e c’ha due nomi,
l’uno Alcide, Ercol l’altro,
lo qual coll’ampie altere
terga dal precipizio
assicurò le spere,
lui già aveva più fiate
lottando al suol sospinto,
ma che pro, se atterrato
Anteo non giacea vinto?
Ché dalla genitrice
Terra vigor traendo,
a rinnovata lotta
risorgea più tremendo.
Ercole allor che feo?
Lui ripugnante invano
avvinciando ne’ fianchi
coll’una e l’altra mano
suso in aria elevollo
torcentesi, e le braccia
e le gambe agitante,
e tutto spuma in faccia,
sinché ansando, anelando,
fra quel doppio e tenace
vincolo il respir stretto
diè poi l’ultimo scoppio.
D’un leon, ch’ei strozzossi,
cinte s’ha l’irte e gialle
spoglie, e nodosa clava
si reca in sulle spalle.
Voi fra poco il vedrete
tutta occupar la piazza
della gran testa, e ombrarvi
tutti della sua mazza.
Ite, piccola gente,
garzoni e pargoletti,
non sposate e sposate
donzelle e vecchi inetti,
ricevete in trionfo,
pria che il sol empia il giro,
l’a voi promessa pace.
Me chiama Dite: io spiro».
Tacque, e il collo allentato
cadendole, e le due
ali, divenne a un tratto
cadavero la grue,
che col puzzo de’ membri
giacenti in sull’arena
l’aure odorate intorno
corrompe ed avvelena.
Kam.-Ecco
dunque il Gigante
Alcide, e non Anteo
qual credevam germano
del popolo pigmeo.
Né prometton gli aspetti
che amico a noi fia quello
che trasse l’alma al nostro
magnanimo fratello.
Ben mirai dalla torre,
nel misurar ch’io fea
la per metà smorzata
gran lampada febea,
sotto il fianco lasciarsi
e selve e monti, e in spalla
costui quella recarsi
spoglia narrata e gialla,
che d’un passo valcava
più fiumi, ed impugnava
noderosa pesante
lunghissima una clava.
Calcolai sul quadrante
le gigantee giunture,
pari ad undici nostre,
quant’elle son, stature;
là dove era già fama
quella superba e tanta
macchina antea de’ nostri
pareggiarsi a sessanta.
Quindi chiaro io deduco
dal calcolo evidente
che in definirlo Alcide
l’Oracolo non mente.
Ban.-Credo
alle tue misure,
non all’oracol vano
di una grue, che del puzzo
infama il monte e il piano.
Foll’è chi da’ nemici
amor s’aspetta o zelo:
parlerà da Mamone,
se parlar vuolci il Cielo.
Ma quest’Ercol temuto,
come pigmei vedracci
o in folte selve ascosi,
o in concavi sassacci?
Noi ben vedremlo; e gli archi
su lui scoccando, aguati
gli tenderem di colpi
non visti e inaspettati.
Albero smisurato
s’alza a quest’aure in seno,
che in pinguissime foglie
dilata il suo veleno.
Queste in olio spremute
bastano a trar di vita,
se punta d’esso intinta
ne infligge una ferita.
Del micidial tabacco
tanta è la forza, e questa
nell’unte mie saette
minaccia or la sua testa.
Ma, perché lui vegliante
colpir non è securo,
Mud lavori un incenso
di grato odor, ma impuro,
che un sonnifero esala
si forte a chi s’incensi
che, abbagliando le nari,
penetra e lega i sensi.
Fruh il turibolo n’arda,
e curva a lui presenti
sé stessa, e adoratrice
l’incensi e l’addormenti.
Allor certo bersaglio
fia de’ nostr’archi il forte,
e passerà dal sonno
quest’Ercole alla morte.
Ma, o ch’io vinca o ch’io cada,
libera alle sue voglie
resti colei che indarno
legar tu mi vuoi moglie.
Diasi in premio al mio rischio,
se n’esco, i dì romiti
condur fra cento mostri
per me presi o feriti;
e, s’io moro, abbian l’ossa
lor pace infra le selve,
ove in trofeo disposti
sien teschi atri di belve.
Uy.-Io
pur di lento rospo,
ma orribile e diverso
che, sgominando i boschi,
saltellava traverso,
medicai nelle spume
gli aguzzati miei strali;
e ben me li promette
quel sugo al reo fatali.
Ma non spero ventura
se Kon da’ suoi bei guardi
virtù altronde insperata
non spira a questi dardi.
Ma, se in faccia a quegli occhi
mai soggiacessi a morte,
vedova non soggiaccia
più ad uom la mia consorte.
Ombra, io m’abbia il conforto
che donna a me promessa,
se a me l’invola il fato,
involi altrui sé stessa,
poiché, oimè, se con dubbio
della sua fè morissi,
qual del mio più agitato
spirto andria fra gli abissi?
Kam.-Fruh
vada, e con incensi
leghi al gigante i lumi;
e quando avvinto ei giaccia
dai tenaci profumi,
uscite alla grand’opra,
e i dardi avvelenati
a noi colla sua morte
rendan più amici i fati.
Ciò segua, e disporrassi
poi delle due donzelle
a piacer della sorte
che
scritta è sulle stelle.
Fine dell’Atto
quarto
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