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ATTO QUINTO
SCENA PRIMA
Ercole con la sola testa in scena, Has, Fruh col turibolo
Has.-Oimè! l’orrida testa,
che ingombre ha di sé stessa
le piazze e i piè alle falde
della montagna appressa!
Quai rivolte oimè d’occhi!
Morrem dalla paura
se non ci seppelliamo
in qualche grotta oscura.
Fruh.-Sai
tu che minacciata
d’ardermi viva io sono?
Se al re obedir ricuso
per me non v’ha perdono.
Vadasi, e non temere.
Fingo obedir, ma tosto
vedrà questo tiranno
chi sono a suo gran costo.
Ercole.-Femminella,
a che tardi? Dove le donne, e dove
la promessa mia preda?
Fruh.-Signor,
figlio di Giove,
tempera quel tuo sdegno:
mi sgommini, mi acciechi
col balenar feroce
di quegli occhi sì biechi:
raddolciscili, e ascolta
se questa tua fedele
merti alfin di provarti
sì strano e sì crudele.
Ercole.-Chi siete, uomini lunghi quanto
d’Alcide un dito?
Fruh.-Detti
Pigmei, minuto
popolo ed infinito,
siam da certa regina
che a sorte avea tal nome.
Ella e noi dalla Terra
nascemmo io non so come.
Costei troppo superba
delle bellezze sue
l’alma Dea degli Dei
cangiò sdegnata in grue;
e poi che l’allungato
collo si vide e il rostro,
il suo genere ingrato
sospinse incontro al nostro;
né scampo altro ci resta
che insidiar l’ova, in cui
quei moccolin di gru
trafiggonsi da nui.
L’età nostra non varca
oltre l’ottavo giro
che il sol fa per li segni
del celeste zaffiro.
Noi feconde natura
fa dal terz’anno al quarto,
e matura una luna
ne’ grembi nostri il parto.
Pasco a noi son le pure
sostanze degli odori,
cui dalle selve nostre
respirano i fïori.
Ercole.-Ma
che dite di selve, se questa terra è sgombra
d’elci, e sol piante umìli qui appena al piè fan ombra?
Fruh.-Che
di’ tu d’elce ignota?
Fann’ombra ai nostri capi
quei che fanla al tuo piede
fiori i più dolci all’api.
Ecco lilii e giacinti,
narcisi e timi e mente,
anemoni e tulippi
spiegar selva eminente.
La viola, il tabacco,
il ramerin, la felce
son poscia alberi eccelsi,
altro che cotest’elce!
Ercole.-Vi
rinunzio gli odori per sei de’ vostri pari,
cui pria girati al foco m’inghiottii, non ha guari.
Fruh.-Tanta
tua crudeltate,
cotesto aver tu domo
tal, che sol fuor che noi
credeam gigante ed uomo,
e che c’era germano;
cotesto amar donzelle
spose elette a due prenzi,
ritrose al par che belle,
contro t’ha concitato
popol, che intorno ai piedi
ti verrà sotto i fiori.
V’ha forse, e tu nol vedi.
Mirerai l’aere pieno
di alati e bei corsieri,
e vi erreran fra l’ale
nascosi i cavalieri,
che sapran di lontano
con dardi avvelenati
in sì esposto bersaglio
ferir da tutti i lati;
né già vile è la turba
che le saette attosca,
né a trafiggere avvezza
solo ape, vespa o mosca
o zanzara o farfalla,
ma carabroni oscuri
e (incredibile audacia!)
tarantole e liguri.
Tu dirai: «Tal che uccise
Anteo di lor si ride»;
pur, s’io taccio un segreto,
fia lor vittima Alcide.
Testimon de’ miei detti
chiamo la Terra e il Cielo,
che senz’altro compenso
morrò, ma nol rivelo.
Ercole.-E qual’è quel compenso cui chiedi, o
vecchierella?
Fruh.-Io
poi non son sì vecchia,
benché non sì donzella.
Vedi quell’uomiccino
che volgesi, e non oso
ti sogguarda in disparte?
Quegli, Ercole, è il mio sposo.
Se da un fier tradimento,
che ai giorni tuoi si trama,
scàmpati una famiglia
pigmea, ch’unica t’ama,
puoi dar meno al su’amore
che, vendicando il torto,
col rovesciar la reggia
sul re lacero e morto,
coronar me regina,
meco innalzando al trono
la metà di me stessa,
dond’hai la vita in dono?
Che a te val questo regno,
questo sì corto impero
di città, che a noi vasta,
non cape Ercole intero?
Sia tradita la patria, ma tu non sii tradito.
Ercole.-Premio condegno all’opra te aspetta, e
tuo marito.
Fruh.-Questo
incenso, i cui fumi
lunge al tuo volto i’ spargo,
chiude vapor che lega
chi ’l fiuta in rio letargo.
Perciò tura le nari,
né l’odorar se vuoi
che al turribulo avanti
reggano i lumi tuoi.
Qua mi spinse il tiranno
vile, ricorso all’arti
de’ medicati odori
possenti a indormentarti;
e su te poi sopito
proromperà l’ascosa
pioggia delle saette
fatale e velenosa.
Dormir dunque t’infingi,
e quando a te s’accoste
de’ nostri agili arcieri
l’innumerabil oste,
spalancando i grand’occhi
e dibattendo i denti
cader l’ardire e l’armi
fa bieco ai combattenti,
e afferrando il tiranno
colla real famiglia,
dello sparso lor sangue
la terra ir fa vermiglia.
Ercole.-Ch’Ercole dormir finga?
Fruh.-Fingilo,
o non verranno.
Bene sta. Dagli aguati
coi prenzi esce il tiranno.
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