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Pier Iacopo Martello
Lo starnuto di Ercole

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  • ATTO QUINTO
    • SCENA PRIMA Ercole con la sola testa in scena, Has, Fruh col turibolo
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ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

Ercole con la sola testa in scena, Has, Fruh col turibolo

Has.-Oimè! l’orrida testa,

che ingombre ha di sé stessa

le piazze e i piè alle falde

della montagna appressa!

Quai rivolte oimè d’occhi!

Morrem dalla paura

se non ci seppelliamo

in qualche grotta oscura.

 

Fruh.-Sai tu che minacciata

d’ardermi viva io sono?

Se al re obedir ricuso

per me non v’ha perdono.

Vadasi, e non temere.

Fingo obedir, ma tosto

vedrà questo tiranno

chi sono a suo gran costo.

 

Ercole.-Femminella, a che tardi? Dove le donne, e dove

la promessa mia preda?

 

Fruh.-Signor, figlio di Giove,

tempera quel tuo sdegno:

mi sgommini, mi acciechi

col balenar feroce

di quegli occhibiechi:

raddolciscili, e ascolta

se questa tua fedele

merti alfin di provarti

strano e sì crudele.

 

Ercole.-Chi siete, uomini lunghi quanto d’Alcide un dito?

 

Fruh.-Detti Pigmei, minuto

popolo ed infinito,

siam da certa regina

che a sorte avea tal nome.

Ella e noi dalla Terra

nascemmo io non so come.

Costei troppo superba

delle bellezze sue

l’alma Dea degli Dei

cangiò sdegnata in grue;

e poi che l’allungato

collo si vide e il rostro,

il suo genere ingrato

sospinse incontro al nostro;

scampo altro ci resta

che insidiar l’ova, in cui

quei moccolin di gru

trafiggonsi da nui.

L’età nostra non varca

oltre l’ottavo giro

che il sol fa per li segni

del celeste zaffiro.

Noi feconde natura

fa dal terz’anno al quarto,

e matura una luna

ne’ grembi nostri il parto.

Pasco a noi son le pure

sostanze degli odori,

cui dalle selve nostre

respirano i fïori.

 

Ercole.-Ma che dite di selve, se questa terra è sgombra

d’elci, e sol piante umìli qui appena al piè fan ombra?

 

Fruh.-Che di’ tu d’elce ignota?

Fannombra ai nostri capi

quei che fanla al tuo piede

fiori i più dolci all’api.

Ecco lilii e giacinti,

narcisi e timi e mente,

anemoni e tulippi

spiegar selva eminente.

La viola, il tabacco,

il ramerin, la felce

son poscia alberi eccelsi,

altro che cotestelce!

 

Ercole.-Vi rinunzio gli odori per sei de’ vostri pari,

cui pria girati al foco m’inghiottii, non ha guari.

 

Fruh.-Tanta tua crudeltate,

cotesto aver tu domo

tal, che sol fuor che noi

credeam gigante ed uomo,

e che c’era germano;

cotesto amar donzelle

spose elette a due prenzi,

ritrose al par che belle,

contro t’ha concitato

popol, che intorno ai piedi

ti verrà sotto i fiori.

V’ha forse, e tu nol vedi.

Mirerai l’aere pieno

di alati e bei corsieri,

e vi erreran fra l’ale

nascosi i cavalieri,

che sapran di lontano

con dardi avvelenati

in sì esposto bersaglio

ferir da tutti i lati;

né già vile è la turba

che le saette attosca,

né a trafiggere avvezza

solo ape, vespa o mosca

o zanzara o farfalla,

ma carabroni oscuri

e (incredibile audacia!)

tarantole e liguri.

Tu dirai: «Tal che uccise

Anteo di lor si ride»;

pur, s’io taccio un segreto,

fia lor vittima Alcide.

Testimon de’ miei detti

chiamo la Terra e il Cielo,

che senz’altro compenso

morrò, ma nol rivelo.

 

Ercole.-E qual’è quel compenso cui chiedi, o vecchierella?

 

Fruh.-Io poi non son sì vecchia,

benché non sì donzella.

Vedi quell’uomiccino

che volgesi, e non oso

ti sogguarda in disparte?

Quegli, Ercole, è il mio sposo.

Se da un fier tradimento,

che ai giorni tuoi si trama,

scàmpati una famiglia

pigmea, ch’unica t’ama,

puoi dar meno al su’amore

che, vendicando il torto,

col rovesciar la reggia

sul re lacero e morto,

coronar me regina,

meco innalzando al trono

la metà di me stessa,

dond’hai la vita in dono?

Che a te val questo regno,

questo sì corto impero

di città, che a noi vasta,

non cape Ercole intero?

Sia tradita la patria, ma tu non sii tradito.

 

Ercole.-Premio condegno all’opra te aspetta, e tuo marito.

 

Fruh.-Questo incenso, i cui fumi

lunge al tuo volto i’ spargo,

chiude vapor che lega

chi ’l fiuta in rio letargo.

Perciò tura le nari,

né l’odorar se vuoi

che al turribulo avanti

reggano i lumi tuoi.

Qua mi spinse il tiranno

vile, ricorso all’arti

de’ medicati odori

possenti a indormentarti;

e su te poi sopito

proromperà l’ascosa

pioggia delle saette

fatale e velenosa.

Dormir dunque t’infingi,

e quando a te s’accoste

de’ nostri agili arcieri

l’innumerabil oste,

spalancando i grand’occhi

e dibattendo i denti

cader l’ardire e l’armi

fa bieco ai combattenti,

e afferrando il tiranno

colla real famiglia,

dello sparso lor sangue

la terra ir fa vermiglia.

 

Ercole.-Ch’Ercole dormir finga?

 

Fruh.-Fingilo, o non verranno.

Bene sta. Dagli aguati

coi prenzi esce il tiranno.

 




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