SCENA
ULTIMA
Tutti
Kam.-Che
fate in treccie e in gonne?
Fra un esercito inermi
mal spaziano le donne.
Fam.-Non
so qual estro infuso
dell’innata temenza
tolto alle zite ha l’uso.
Kon.-Deh
torcete quei dardi
dal giacente Colosso.
Vittima io per voi m’offro.
Uy.-Vittima? Addosso, addosso.
Neh.-Due
sposi in tal periglio
non soffrano due spose.
Fam.-Non
so vèr chi vi ostenti
tal zelo or sì amorose.
Ban.-Miei
fidi, io vi precedo:
su quelle labbra a tempo
feriam.
Ercole.-Chiù, chiù.
Fruh.-Starnuta.
Mud.--Fuggiam.
Ercole.-Non
è più tempo.
Con le braccia ho già cinta questa
cittade intera,
o che stritolerovvi, o arrestisi ogni schiera.
Uy.-O me precipitato!
Ban.-Chi mi travolge al suolo?
Kam.-Tanto
può uno starnuto
che volar fa uno stuolo?
Ercole.-Sì
ben, che uno starnuto solo e legger de’ miei
può rovesciar voi regi, voi popoli
pigmei;
ma arrossisce in vedervi, la mercé
sua, tremanti
tal che, pugnando, ha in uso prostrar
mostri e giganti.
Anteo sa di qual nerbo sien queste
braccia: a lui
godei tòr quella vita ch’or donar
godo a vui.
Però lieti sorgete, e bassi al suol
quegli archi,
obedite a coloro che il ciel vi diè
monarchi.
Principi, e voi, le belle ch’io
chiesi or ceder voglio
alle vostre paure; rinuncio al regno
e al soglio;
ma di soli due patti vo’ gir securo
altrove:
l’un sia che i vostri incensi fumino
avanti a Giove,
quella Scimia cacciando, cui vili
adoratori
indarno or profumate di non ben
sparsi odori;
l’altro sia che di questi due gobbi
e vecchierelli
l’uno all’altro le incurve terga a
due man flagelli,
sin che sangue grondanti dentro il
vello nemeo
io li ricetti, e un dono ne faccia
ad Euristeo.
Costor mertan la pena di traditori,
e questo
sia il premio a una vil opra, che
giovami e detesto.
Ciò si eseguisca, o Alcide questo
mal fermo asilo
con voi piccola gente rovescerà nel
Nilo;
e agevolmente il puote del maggior
Dio la prole,
che già sostenne in spalla l’oblique
vie del sole.
Giove, perché sua pace con voi
succeda all’ire,
nasconderà del fiume le fonti
all’avvenire,
onde sien queste sponde ricovro a
voi securo.
Per la stigia palude, figlio di Giove, il giuro.
Kam.-E
noi, già tua conquista,
come d’Alcide un dono
godrem, sin che il vorranno
le stelle il patrio trono.
Sacre qui al tuo gran padre
s’alzin meschite ed are,
sien vittime a lui cento
trascolorate arare.
Ed in questa vil coppia,
che il suo gastigo aspetta,
di noi, del Cielo, d’Alcide
termini la vendetta.
Has.-Te’ il premio.
Fruh.-Te’ il tuo.
Has.-Che strazio, ahi!
Fruh.-Che tormento!
Ercole.-Scritto è in Ciel che impunito non
rida il tradimento.
Il fine
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