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Pier Iacopo Martello
Lo starnuto di Ercole

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  • ATTO QUINTO
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SCENA ULTIMA

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Kam.-Che fate in treccie e in gonne?

Fra un esercito inermi

mal spaziano le donne.

 

Fam.-Non so qual estro infuso

dell’innata temenza

tolto alle zite ha l’uso.

 

Kon.-Deh torcete quei dardi

dal giacente Colosso.

Vittima io per voi m’offro.

 

Uy.-Vittima? Addosso, addosso.

 

Neh.-Due sposi in tal periglio

non soffrano due spose.

 

Fam.-Non so vèr chi vi ostenti

tal zelo or sì amorose.

 

Ban.-Miei fidi, io vi precedo:

su quelle labbra a tempo

feriam.

 

Ercole.-Chiù, chiù.

 

Fruh.-Starnuta.

 

Mud.--Fuggiam.

 

Ercole.-Non è più tempo.

Con le braccia ho già cinta questa cittade intera,

o che stritolerovvi, o arrestisi ogni schiera.

 

Uy.-O me precipitato!

 

Ban.-Chi mi travolge al suolo?

 

Kam.-Tanto può uno starnuto

che volar fa uno stuolo?

 

Ercole.-Sì ben, che uno starnuto solo e legger de’ miei

può rovesciar voi regi, voi popoli pigmei;

ma arrossisce in vedervi, la mercé sua, tremanti

tal che, pugnando, ha in uso prostrar mostri e giganti.

Anteo sa di qual nerbo sien queste braccia: a lui

godei tòr quella vita ch’or donar godo a vui.

Però lieti sorgete, e bassi al suol quegli archi,

obedite a coloro che il ciel vi diè monarchi.

Principi, e voi, le belle ch’io chiesi or ceder voglio

alle vostre paure; rinuncio al regno e al soglio;

ma di soli due patti vogir securo altrove:

l’un sia che i vostri incensi fumino avanti a Giove,

quella Scimia cacciando, cui vili adoratori

indarno or profumate di non ben sparsi odori;

l’altro sia che di questi due gobbi e vecchierelli

l’uno all’altro le incurve terga a due man flagelli,

sin che sangue grondanti dentro il vello nemeo

io li ricetti, e un dono ne faccia ad Euristeo.

Costor mertan la pena di traditori, e questo

sia il premio a una vil opra, che giovami e detesto.

Ciò si eseguisca, o Alcide questo mal fermo asilo

con voi piccola gente rovescerà nel Nilo;

e agevolmente il puote del maggior Dio la prole,

che già sostenne in spalla l’oblique vie del sole.

Giove, perché sua pace con voi succeda all’ire,

nasconderà del fiume le fonti all’avvenire,

onde sien queste sponde ricovro a voi securo.

Per la stigia palude, figlio di Giove, il giuro.

 

Kam.-E noi, già tua conquista,

come d’Alcide un dono

godrem, sin che il vorranno

le stelle il patrio trono.

Sacre qui al tuo gran padre

s’alzin meschite ed are,

sien vittime a lui cento

trascolorate arare.

Ed in questa vil coppia,

che il suo gastigo aspetta,

di noi, del Cielo, d’Alcide

termini la vendetta.

 

Has.-Te’ il premio.

 

Fruh.-Te’ il tuo.

 

Has.-Che strazio, ahi!

 

Fruh.-Che tormento!

 

Ercole.-Scritto è in Ciel che impunito non rida il tradimento.

 

Il fine

 




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