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| Pier Iacopo Martello Lo starnuto di Ercole IntraText CT - Lettura del testo |
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ATTO PRIMO Scena prima Kam, Has. Kam.-Popoli, una novella; dimani a noi s’oscura la metà del pianeta, che lume è di natura. Suol presagir l’ecclissi pur troppo a questo suolo delle gru armate i pugni di pietra, il fatal volo. Deh allontani pietoso lo Ciel dai capi nostri quei volubili colli, quei lunghi acuti rostri.
Has.-Altro che gru, signore, stese per l’aria in riga, contro i sudditi tuoi l’invido Ecclissi istiga. Ci sovrasta un gigante, cui, se si paragone tua sublime statura, mal giugne al suo talone; e parrà nel confronto di quella orribil mole, quasi mamola a fronte di rosa o girasole, arbori smisurati, ma che coi fior né anco giungon l’uno alla coscia del mostro, e l’altro al fianco. Otto volte hai tu visto scorrer per ogni segno l’osservato pianeta da che nascesti al regno, pervenendo a cotesta felice età canuta, della qual fra i mortali maggior non fu vissuta. Fosse de’ tuoi pur stato l’ultimo il settim’anno, poiché dovea l’ottavo serbarti a sì gran danno. E tu che altrui predici, fiso ai lumi celesti, le instituite sventure, la tua non prevedesti?
Kam.-Che di’ tu di gigante? Nessun di noi maggiore per quest’ampio universo mai sorse abitatore, trattone il solo Anteo, cui, se il romor non erra, a noi tutti gemello partorì l’alma Terra; e adunò le misure di tante genti e tante in quella enorme e sola che nome ha di gigante. Sì un million di Pigmei con l’unica ed immensa macchina equilibrando, l’un con gli altri compensa.
Has.-Alla riva del mare, che tacito nasconde la fonte alle correnti sue dolci e fertil onde, pascevam misti odori fra l’alte selve assisi di cilestri giacinti, di candidi narcisi. Kon sedeasi nel mezzo, Neh lo assisteva, e a quelle facea bel cerchio un coro di paggi e di donzelle. Quand’ecco in una conca (oh che gran conca! ell’era tal che qui coprirebbe una provincia intera) un uom, ch’uom fue creduto, perché a noi pure assembra nell’esterna apparenza del volto e delle membra: ma alle sole sue tempie distratte e smisurate, sarian le piazze anguste di nostra ampia cittate; e l’ombra sua si stende di là, cred’io, dai segni dei lontani confini che cerchiano i tuoi regni. Qual gran monte di carne prende allor terra, e il piede sembra eccitar tremuoto fra noi, mentre là fiede, e schiacciando le selve di questi e di quei fiori, fea con lo stropicciarli più sorgerne gli odori. Noi fuggiti lontani sotto dei fior non tocchi ci ascondiam fortunati dai due terribil occhi. La moglie mia, seguendo tua figlia e Neh, a cavallo salir qual di colomba e qual di papagallo; ma il color della piuma verde purpurea e varia rese le tre mal caute visibili per l’aria, sì che, sdegnando il mostro che preda tal gli scappi, colla man gesteggiando dirai che già le attrappi: ma gli alati corsieri con cento rote e cento fan che il pugno deluso stringa sinora il vento. Temo alla moglie mia che quella sua colomba alle dita grifagne pur troppo alfin soccomba.
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