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| Pier Iacopo Martello Lo starnuto di Ercole IntraText CT - Lettura del testo |
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Scena quarta Ban, Uy. Uy.-Principe, tu non godi? Tu sposo, e con cotesta fronte per le congiunte ciglia, perché sì mesta? Se può guardo fraterno giudicar di sorella, fra le pigmee fanciulle non forse è la men bella, e so ch’essa ti adora.
Ban.-Così nol sapess’io! Bella è, ma è libertade più bella al parer mio; e questo mio, che ad altri parrà misero stato, l’è sol perché mi sforza a farmele un ingrato. Da quel dì che, guidando quattro armellini il carro su cui sedea tua suora ristettero a un ramarro, drago, verde le squame, che mentre il sol ferìa, volubile e traverso s’oppose in sulla via, mise sì disperate strida, ch’io dalla traccia delle fere distratto, abbandonai la caccia; ed accorso a que’ pianti d’uccisa gru col rostro quell’invan fuggitivo divisi orribil mostro. Ben m’avvid’io che grata al suo liberatore la smarrita donzella m’offria sugli occhi il core, semplicetta tremando nel rimirar che fea la del dragon troncata coda, che si torcea. Quinci a me sulle braccia pallida si ritenne, non cedendo ai pietosi conforti insin che svenne. Sospirava, ma senza sguardi, ma senza voce, ’ve nel mar, Nilo detto, va il fiume a metter foce, cui sino ai menti nostri profondo, un aer fosco sulle rive diffonde di bei tulippi un bosco. Io la spruzzo: ella torna in sé medesma, e prega che il suo scorso periglio si taccia, e Ban nol nega. Ma il silenzio si rompa, poich’ella è già mia sposa. Voci d’amor mi disse fra lieta e vergognosa, ed io mesto arrossia che di sue fiamme espresse più la mia bella e nova vittoria a me piacesse; e che il più delle occhiate tutte al suo bel dovute, s’usurpasser le spire del drago in due fendute. Lasso me, che far deggio se un’invincibil forza a lasciar per le fere le vergini mi sforza? Chi schiantar può da un genio a me dagli astri infitto il piacer che stramazzi dai dardi miei trafitto calabron, mostro armato di nero aculeo acerbo, che minaccia ferite nell’ali sue superbo, mentre verde e dorato rotasi in aria, e rugge, e all’un albero e all’altro stermina i fior che sugge? Chi mi torrà de’ timi per l’alte siepi e fosche le invisibili reti disporre a predar mosche, numerosa, importuna e garrula famiglia, che quanto è più cacciata più torna e più bisbiglia? Ferirei negli augelli, se dentro alle lor salme religïon tacesse nascondersi quell’alme, che a tenor del vissuto lor buono o reo costume, o più belle o men belle passano a vestir piume. Sia pur certa tua suora, s’ella da sé mi scioglie, ch’altra io più non accetto, Dea sia pur anche, in moglie. O per Dio, non s’adiri, s’uom nato a seguir belve, precorrerà poi l’albe dal talamo alle selve.
Uy.-Garzon, non so s’io dica felice o sventurato, ch’occhio di giovinetta sinor non ha piagato, e sol rende inesperto gli aspri desir satolli coll’agitar di fere per valli, piani e colli; io darei mille cacce per un crin di donzella, non che per la bellezza, quanta è, di tua sorella, alla cui bionda testa cede, se si somiglia la pari ai capi nostri crescente aurea giunchiglia; né tanti rai la nera luciola avvien che scocchi, quanti ne dan più belli que’ neri e lucid’occhi; né gli anemoni bianchi, quand’anche chiusi stanno, le pareggian le poppe, che vengono e che vanno. Vien per l’erbetta e va del piè legger, che nulla le torce, e su vi sta? Qual dai lattei volando lilii ai giacinti azzurri ne paragona al canto bell’ape i suoi susurri? Chi mai piume più gaie tratte agli angei dipinti meglio s’adatta e mesce negli abiti succinti? O ride o piagne o move, o siede o tace o parla, da quanto è lei, mi nasce ragion per adorarla; e sì, prenze, io l’adoro ch’odio che non s’involi a tutti i guardi umani, ma trattine i miei soli. Quando, non che il germano, ma sin la stessa madre bacia quelle sue guance sì molli e sì leggiadre, quello scoppio innocente mi fa pur gelosia di bocca anche materna, ma che non è la mia. Nel gran niliaco mare vorrei tanta isoletta che ad accor sol bastasse me con la mia diletta: quinci ho in ira il Gigante perché insolente egli abbia mirar d’appresso osato quegli occhi e quelle labbia, e che la ghermitrice lasciva sua manaccia abbia accennato un tocco vèr la verginea faccia. Infin vorrei sua mole trafitta ed abbattuta, perché poteo piacergli bellezza a me piacciuta.
Ban.-Bella delicatezza d’amor! Bel d’imeneo favellarci, sedendo, quando sovrasta Anteo! E dai confin del regno fia ch’egli a noi trapassi per quaranta province con quattro or de’ suoi passi! Pria si pugni e si vinca; poscia all’ombra de’ fiori alterneremo io motti di caccia e tu d’amori.
Fine dell’Atto primo
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