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| Pier Iacopo Martello Lo starnuto di Ercole IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA SECONDA Fam, Kon, Neh. Fam.-Figlia, non figlia e nuora, svegliando i Numi a sdegno, voi fiaccole, voi pesti siete alla patria, al regno. Volesse Iddio più tosto ch’espormi a un tanto affanno che incenerita un rogo m’avesse il mio prim’anno, né mi avesse il secondo tratta alle nozze, u’ trassi meco il destin che in figlia, per legge, io t’adottassi. Qual rossor? Qual silenzio? Di vendere arrossite dei german, dei mariti, dei genitor le vite. Delle madri io non parlo, poiché l’età mia vecchia mal giunta al settim’anno, già a finir s’apparecchia. Deh da un bel pentimento a replicar le note tacciute al Nume offeso, chiamisi il sacerdote.
Kon.-Madre, io non so qual ira ne accende ai Numi avante, a pregar ch’Ei ci atterri sugli occhi il buon Gigante, ch’oltre l’esser sì forte, sì colorito e bello, da comun genitrice pur nacque a noi fratello. Se l’avessi tu visto sorriderci d’appresso, qual sei tenera d’alma, nol brameresti oppresso; anzi lo brameresti vendicator dell’onte con cui le gru rapaci stridonci in sulla fronte, e n’astringono i nostri a insidïar la cova e a isterilirne i nidi, schiacciandone ognor l’ova. Lo spazïoso petto del generoso Anteo far di sé un ampio scudo può al popolo pigmeo, mentre a un million volante di gru darà la caccia a un agitar per aria dell’agili sue braccia; e potria, se a una madre fidarsi osa una figlia, non spiacer forse, e forse non spiace alle sue ciglia. Nega, o madre, il consenso, ch’io ’l nego agl’imenei del mio cugin geloso, non dirò de’ Pigmei, ma del sol che mi guarda: giugne a spiacergli insino che d’odorar mi piaccia vïola o gelsomino. Scusa, o madre, un sincero parlar di verginella, che Uy ricusa in faccia di Neh, che n’è sorella, e che non paga anch’essa del prenze a me germano, negheria volentieri d’offrire a lui la mano.
Fam.-Neh ancor la sua regina in suocera ricusa? Certo è che l’error piace a chi non se ne scusa, e fastosa è più tosto che il pregio in lei si adempia d’un’infida al consorte ed agli Dei di un’empia.
Neh.-Doveva io cantar teco, mentre tacea la stessa bocca, onde a me fo legge, della mia principessa? Né il titolo d’infida comune è ad ambeduo. Com’ella il mio germano, forse io ricuso il suo? Ma nol desio; né abborro l’alta, torosa e vasta mole del pro’ fratello, che tanto a noi sovrasta quanto a quelle sue chiome bionde, ricciute e belle dall’alto immenso azzurro sovrastano le stelle.
Fam.-Kon, tu mi pagherai l’ardor presuntuoso. Cieco antro, insin che vivi, a te prometto in sposo.
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