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| Pier Iacopo Martello Lo starnuto di Ercole IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA TERZA Uy, Neh Neh.-German, tu mi facesti tramortir di paura col giugnermi improvviso.
Uy.-La gelosa mia cura qua mi sospinse, e in punta di piè me ne venia per osservar non visto che fea la bella mia; mentre già non mi piace quel dimorar voi donne sole fra quel ministro e quello Dio Mamonne, ché sì l’un come l’altro guatar d’occhio non bieco suol l’incaute donzelle, tant’ama il trescar seco.
Neh.-Erri, o german, nel farla da amante e da geloso con chi scordar ti puoi di averne a gioir sposo. Ama ella altrove, ed ama (chi ’l crederebbe?) Anteo; ama il Gigante; or vedi se pensa ad un Pigmeo. Osò la balda e schifa le fiamme sue leggiadre vantar, non che a tua suora, ma in faccia anche a sua madre; e sgridata da questa non arrossì, ma il viso alle torve minacce scompose in un sorriso. Mud già scandalezzato fuggissi, e in un fuggio d’avventar morsi in atto con lui lo stesso Dio. Poco a lei cal che il regno, che il padre suo si serbi; di nozze gigantee pasce i pensier superbi; ed invan, tua mercede, spera che uscir si veggia dal suo fianco l’erede del regno, or questa reggia. Ama che il successore dovuto al patrio trono sia nel piccol suo grembo del suo Gigante in dono, quasi che senza anch’essa ingigantir ne possa concepir mole eguale di carni, nervi e d’ossa. Ma poiché scaltra o stolta le nozze tue ricusa, s’io Ban del par rifiuto, ne ho tutta in lei la scusa. Nato di una sirocchia del nostro re, ben puote regnar, sin ch’egli vive, qual figlio, un suo nipote; ma da me, se regina sarò, fratel, ben vedi che a te, non al consorte, sol nasceran gli eredi sudditi di coloro che alla real famiglia darà chi è del re nostro nipote assunta in figlia; e avvenir può che Anteo dal Ciel si privilegi, sì che da Kon sua sposa per lui nascano i regi. Aggiugni anche, io non posso lieta accoppiarmi a tale che sol bruttar nel sangue de’ mostri ama il suo strale; e che cento donzelle tutte daria per due penne, trofei strappati dai vanni ad una grue.
Uy.-In ver provvidi e saggi fur gli avi nostri; e merta loda quella lor legge, ché a noi le proli accerta. Poiché incerto talvolta fa l’adulterio il padre; ma sia fida o non fida, la madre ognor fu madre; e per via femminile securo ognor succede al di lei sangue avito chi gir ne merta erede; onde i titoli e i nomi tal che alla luce uscio trae non dal genitore ma dal materno zio. Spesso il padre deluso dal femminil riggiro, suoi credendo quei parti che d’altrui seme usciro, nudriria l’altrui schiatta schernito, e con diletto di chi lascivo avesse macchiato il di lui letto; ma rinunziando i figli alla prosapia altrui, dalla sua donna ad altri congiunta, ei prende i sui. Questa legge ha qui spenta la gelosia, ma tutta a buttar nuove frondi s’è nel mio cuor ridutta; né so chiuder quest’occhi sì che non spiino ognora se al ciel o al suol si volga, o ad uom, chi m’innamora. Vorrei gli occhi alla nuca per rimirarmi addietro; vorrei ch’ogni parete fosse a’ miei guardi un vetro che la rappresentasse veridico e sincero, qual è, non sol negli atti, ma qual sin nel pensiero: e cercar nel suo cuore, ma non trovarvi unquanco, altro desio che quello del sempre avermi al fianco. Ma tu, suora, m’uccidi nel pingermi l’ingrata del forestier Colosso pur troppo innamorata. M’udrà Ban, m’udrà il padre, m’udrà, se vienmi innante, quella corporatura sì enorme e sì arrogante.
Neh.-Ecco il prenze, o germano, deh non abbandonarmi. Ve’ come atroce in vista suona nell’orrid’armi. Ti par quello un sembiante, un portamento, o frate, da pretendere il core da femminil beltate? Non dico esser me bella; ma pur, se il mio simìle mi dipinge lo specchio, l’imago ha del gentile, o non ha almen sembianze come le sue sì rozze. Taci di me e, se vuoi, parla delle tue nozze.
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