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| Pier Iacopo Martello Lo starnuto di Ercole IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA QUINTA Ban, Uy, Fam e detti Uy.-Se Anteo vuolsi abbattuto, per me fia spinto a terra. Il furor ch’io mi sento già l’urta e già l’atterra. Ma, perché non a vuoto contr’esso i dardi io scocchi, vorrei lena a quest’arco da’ rai di que’ begli occhi; quinci udia la regina le mie preghiere, ond’essa non indugi al mio fianco la sposa a me promessa. Esca io dalle sue braccia con tal vigor che vaglia a eguagliarmi a un gigante, Pigmeo, nella battaglia. La metà di me stesso mi manca al gran cimento: ella m’integri, e mille giganti io non pavento.
Fam.-Minor premio, o consorte, chieder non può (cred’io) chi per le nostre vite la sua mette in oblio.
Kon.-Questo è un tradirvi, o regi, non un salvarvi. Anteo vedete, e poi mi dite che sperar può un Pigmeo. La pietà dello sposo fa ch’io, negando a lui la destra, io la sua vita salvi, e la patria a vui.
Kam.-Dice ver la mia figlia. Colui ch’è si possente Marte, invincibil stella, che si c'ha in ascendente? Uy, tu della ruina e nostra e tua mi preghi. Grazia, che a te pur nuoce, pietà vuol che si neghi.
Ban.-Troppo dài, padre, agli astri; e non son'io con esso, io, che più di un ramarro mi ho visto al piè depresso? Io, quel che mentre il sole sovra del crin ci sale so saettar sui fiori le stridule cicale? Rado è che a me lo strale scorra dall’arco e falle le colte a mezzo volo qua vespe e là farfalle. Ma non andrem noi soli; v’ha il pigmeismo intero de’ quai ciascun ferisce, o arciero o non arciero, e che feriran tutti al capo, al petto, al grembo dell’omiccion, qual folto e tempestoso nembo. Forse ch’è delle nostre carni la sua più dura perché tien maggior aria la gigantea statura? Se l’usato valore in noi non torpe o langue, quanto è di noi maggiore, verserà maggior sangue.
Kon.-Vergine io vo’ più tosto morir che unirmi a tale, cui l’infausto imeneo si cangi in funerale.
Fam.-Ah figlia, ah figlia, alfine vuoi tu sforzarmi a dire quel che, manifestato, dovria farti arrossire. Che sì, che sì... tu il sai: se il genitor poi m’ode, a temer n’hai gastigo, non certo a sperar lode.
Neh.-Infelice fratello! Da un’implacabil fera riscuoti omai, riscuoti cotesta alma guerriera: cuocasi nel suo foco pur troppo a te palese: non siam d’un sangue alfine da reggere alle offese. Io n’andrò inerme e sola verso il Gigante: i preghi miei forse a noi varranno sì ch’ei pietà non neghi, e che sdegni sì d’alto ferir sui corpi umìli: soglion l’anime forti non meno esser gentili. Né men nel lagrimare forse poss’io di quella, io prostrata, io di aspetto non furia, io verginella.
Kam.-Qual vecchio anzi a me ignoto e della gente nostra (se alla misura io credo) ver noi s’avaccia e prostra?
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