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| Pier Iacopo Martello Lo starnuto di Ercole IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA SESTA Gruh e detti Gruh.-Mi prostro, ecco, a monarca, che riconosco io tale alla corona, al manto, all’aria alta e reale.
Kam.-Ma te non conosc’io. Chi sei?
Gruh.-Signor, Gruh vedi per una grue rapito da bambolo, ai tuoi piedi. Tu allora eri fanciullo, né rammentar già puoi miei cangiati sembianti; né anch’io ravviso i tuoi. Una grue smisurata nel cominciar degli anni m’involò tra le fasce, fidandomi a’ suoi vanni; e nell’arida Libia me trasferendo a volo, sovra teneri fiori mi coricò nel suolo. Di quell’aria odorata là mi pascea, quai pure nudron voi degli odori l’aure esalanti e pure. Così crebbi, ed allora ch’io più non gìa carpone e che s’aperse il raggio su me della ragione, la rapitrice mia, che me di giorno in giorno, visitando amorosa, volavami d’intorno, e che in nostra favella (senti mirabil mostro) apriva alle parole suo lungo, acuto rostro: «Io son» disse «Pigmea da Giove» (e Giove un Nume dicea maggior d’ogni altro) «dannata a vestir piume, perché ardii millantarmi, bella fra voi famosa, del suo talamo degna non men che la sua sposa. Né qui ferma il suo sdegno lo Dio tuonante: ei spira fra la vostra e mia schiatta inimicizia ed ira, che per tratto di tempo né pur s’estingue o langue fra noi volanti e voi Pigmei nel comun sangue. Ma, perché il mio paese non odio, abbench’io sia avida di una reggia ch’io peno a dir ‘fu mia’, né mi piaccion le stragi, cosa a veder ti trassi che alla timida gente de’ tuoi per te dirassi. Scorgi là quel gran mostro?» E il becco allor volgea quasi additando un uomo che immenso al ciel sorgea, d’un’altera statura sì macchinosa e tanta che de’ nostri uomiciatti pareggiasi a sessanta. A me attonito allora colei soggiunse: «E quello unico è della Terra figliuolo, e a noi fratello». Tosto io sotto un gran tronco di pallide vïole ad osservar ricovro l’orror di quella mole; e la grue, che l’altezza degli alberi trapassa col volubile collo, lo curva e a me s’abbassa. Quand’ecco io colui miro non, come noi, d’odori pascersi, ma di belve quanto di voi maggiori! Una ve n’ha fra l’altre di chiome lunghe e gialle, stretta nel dorso e larga del petto e delle spalle, con unghioni alle zampe falcati, e ch’aurea snoda, con cui flagella il fianco, nervosa ispida coda. La nudrice leone lei nominò, che rugge ed assalta il Gigante, che stassi e non la fugge; ma l’afferra alle zanne, la spacca, e l’anche ardenti carni di vivo sangue strepitar fa tra i denti. Mostro al leon succede con foschi orridi peli, ch’orso s’appella, e ritto vien su due piè crudeli, con gli altri due che quasi braccia distende, a lotta sfida il grosso uomiccione, che gli s’avventa allotta e lo abbatte e lo strozza; poi scorticato e nudo sel divora, com’era sanguinolento e crudo. «Colui» disse «è un nemico vostro qual’io, ma presto verran, credo, i momenti ch’ei più non siavi infesto; e allor che spento ei rieda nel ventre alla sua Terra, non vuol placato il Cielo che più sia fra noi guerra». Oggi appunto ha sett’anni da che primier lo vidi, quand’oggi me la grue trasferì a certi lidi di dove un mar scoversi, che bagna il cielo e spande l’acque, oh quanto del Nilo nostro più gonfio e grande; del qual trattone un sorso ne sputai l’onde amare che non, come le nostre, son dolci. Oh quello è un mare! Là mirai senza moto, senza respir, senz’alma occupar molt’arena stesa d’Anteo la salma (che Anteo l’estinto mostro dalla mia grue si chiama); e ben cento avoltoi di sé diseta e sfama. Poi la mia rapitrice qua mi riporta, ed ella dei cangiati destini m’invia con la novella.
Kam.-Oh noi per l’abbattuto nemico Anteo felici! Or sì, le gru placate, che non v’ha più nemici. Forz’è ch’or ci sien miti gli erranti lumi e i fissi; e che il favor ne tempri le collere all’Ecclissi.
Fam.-Bene o mal che ne avvegna, sia caso o sia destino, bello dopo i successi vantarsene indovino!
Uy.-A che più differirmi dunque le nozze? O mia Kon già divegna, o ch’io morrò di gelosia.
Kam.-Pria vo’ di decollate purissime colombe al buon Mamone
Uy.-(Oh spasimi!)
Kam.-svenare un’ecatombe.
Ban.-Ed io cento lucerte sacrificar prometto nelle fragranti perse del florido boschetto.
Fam.-Ma che piangi, o mia figlia?
Kon.-Piango i fati inumani, che atterrando i giganti minacciano i sovrani.
Uy.-Misero, ch’ella piagne l’amante anch’ombra.
Neh.-In core stiasi, e mel fenda o squarci, ma taccia il mio dolore.
Fine dell’Atto terzo
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