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| Pier Iacopo Martello Lo starnuto di Ercole IntraText CT - Lettura del testo |
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ATTO QUARTO SCENA PRIMA Has, Fruh Has.-O il buon Gruh ne deluse, o Anteo non è più morto; o, s’ei cadeo, sua madre toccando, egli è risorto. Poiché fama è tra noi ch’egli abbattuto a forza, nel toccar della terra si rizza e si rinforza. Né falsa è la novella; l’astrologo monarca dalla specola il vide, ché quinci intorno ei varca. E su nostri tre fiumi tutto di un passo arriva dalla prima alla sesta per noi lontana riva.
Fruh.-Pentomi che ai due prenzi scoprii come il Gigante anelava le spose, non men che amato, amante; e se allor Uy rodeva cotal gelosa cura che l’aura errante al viso di Kon gli fea paura, pensa mo qual tremuoto gli sveglierà nell’alma di un rival sì membruto l’innestinguibil salma; e Ban, quel cuor d’acciaio, quell’anima di pietra, che assai più di ogni bella strale ama, arco o faretra, recherassi a dispetto non l’imeneo disciolto, ma che un ben non curato per forza or gli sia tolto. M’aspetto, e sì non fosse, che infuriar del paro vorran contro le spose e il lor rivale amaro. Da lui, spero, asterransi, o ch’ei col fiato solo saprà questi eroini schiacciar sul patrio suolo. E chi vincer mai puote, siasi pur forte in guerra, uom che, in cadendo ancora, più nerbo ha dalla terra?
Has.-Garrulissima donna, s’elle punite andranno, sarà tua lingua in colpa del sofferto lor danno. E, o sia che il re prevaglia o che prevaglia Anteo, tu morrai dal Gigante stracciata o dal Pigmeo; e vedrò il tuo supplicio senza che d’una sola pur consolar ti possa o lagrima o parola, condannato, ahi meschino! sotto i miei tetti umìli a trar de’ giorni il resto miseri e vedovili.
Fruh.-Guai se il Ciel non spirasse genî alle mogli arditi, quando alle mogli addossa sì timidi mariti! Provida la fortuna contempera e compensa con la balda un melenso, col baldo una melensa. Chi puniracci? Il mostro che careggiommi e impose a Fruh sua nuova anchella recargli ambe le spose? I due cugini? E questi vengano pur; gli aspetto fra i due piè del Gigante, securo a me ricetto. Ivi, sedendo in pace, vedrò sulla lor testa del calpestio, de’ calci rovinar la tempesta: gli contendan le spose i regi, e sia ch’io veggia sprizzar tutto il lor sangue, e in polvere la reggia; lui si godan le zite: gli è ver che rosso e bianco ei solleva il sembiante, polputo il petto e il fianco, dove noi curvi alquanto coi nasi in sé ritorti pendiam verso il terreno gracili, grinzi e smorti; ma quelle sue carezze rinunzio alle due belle; troppo gl’irti suoi peli trapungono la pelle. Basta che i labbri accosti; so ben io quel che dico, io, che il provai non certo crudele e non nemico.
Has.-Ma non lo dire almeno due volte al tuo consorte.
Fruh.-Bello è il soffrir tacendo, per goder miglior sorte. Se del suo branzicarmi egli in mercé ne dona lo scettro, e che dirai?
Has.-Già in capo ho la corona che, tua mercé, le tempia mi sfonda e fuor ne spunta.
Fruh.-Sì, ch’io per comun bene non soffrii d’esser punta. Ma ciò che nuoce? Estinti i regi, e omai disfatti gli eserciti de’ nostri ridevoli uomiciatti, sdegnerà l’uom superbo fra la pigmea brigata in città che nol cape la trïonfale entrata, e donandola in premio a chi gli guida in seno le due piccole belle, n’avrem noi regi il freno; e per nostra difesa basterà sol ch’ei faccia vèr le timide genti moto di quelle braccia; e le gru impaurite drizzar più a questo suolo, un grido sol ch’ei metta, non oseranno il volo. Eccoci dunque in pace regnar. Mi disse Anteo voler delle fanciulle far dono a un Euristeo; e si pensan meschine d’essergli spose: oh folli! ché per quel nerboruto son troppo scarse e molli; e per lor non è poco se pòn dall’irte aurate pelli del suo gran manto sortir non scorticate.
Has.-Parti; ch’io dopo a questa fiorita aurea giunchiglia vo’ udir quanto fra i prenzi cugini or si bisbiglia.
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