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| Pier Iacopo Martello Lo starnuto di Ercole IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA TERZA Kam, Gruh, e detti Kam. -Voi qui trovo opportuni ad ascoltar novella che Gruh ne arreca: oh Cieli, per non noi non v’ha una stella?
Gruh.-La mia grue strepitando coll’ali sue veloci sovra me, non ha guari, librossi in queste voci: «Gruh, quel comun germano che tu mirasti estinto, da inferiore statura (chi ’l crederia?) fu vinto. Certo figlio di Giove, dalla cui man fur domi quanti avea l’universo gran mostri, e c’ha due nomi, l’uno Alcide, Ercol l’altro, lo qual coll’ampie altere terga dal precipizio assicurò le spere, lui già aveva più fiate lottando al suol sospinto, ma che pro, se atterrato Anteo non giacea vinto? Ché dalla genitrice Terra vigor traendo, a rinnovata lotta risorgea più tremendo. Ercole allor che feo? Lui ripugnante invano avvinciando ne’ fianchi coll’una e l’altra mano suso in aria elevollo torcentesi, e le braccia e le gambe agitante, e tutto spuma in faccia, sinché ansando, anelando, fra quel doppio e tenace vincolo il respir stretto diè poi l’ultimo scoppio. D’un leon, ch’ei strozzossi, cinte s’ha l’irte e gialle spoglie, e nodosa clava si reca in sulle spalle. Voi fra poco il vedrete tutta occupar la piazza della gran testa, e ombrarvi tutti della sua mazza. Ite, piccola gente, garzoni e pargoletti, non sposate e sposate donzelle e vecchi inetti, ricevete in trionfo, pria che il sol empia il giro, l’a voi promessa pace. Me chiama Dite: io spiro». Tacque, e il collo allentato cadendole, e le due ali, divenne a un tratto cadavero la grue, che col puzzo de’ membri giacenti in sull’arena l’aure odorate intorno corrompe ed avvelena.
Kam.-Ecco dunque il Gigante Alcide, e non Anteo qual credevam germano del popolo pigmeo. Né prometton gli aspetti che amico a noi fia quello che trasse l’alma al nostro magnanimo fratello. Ben mirai dalla torre, nel misurar ch’io fea la per metà smorzata gran lampada febea, sotto il fianco lasciarsi e selve e monti, e in spalla costui quella recarsi spoglia narrata e gialla, che d’un passo valcava più fiumi, ed impugnava noderosa pesante lunghissima una clava. Calcolai sul quadrante le gigantee giunture, pari ad undici nostre, quant’elle son, stature; là dove era già fama quella superba e tanta macchina antea de’ nostri pareggiarsi a sessanta. Quindi chiaro io deduco dal calcolo evidente che in definirlo Alcide l’Oracolo non mente.
Ban.-Credo alle tue misure, non all’oracol vano di una grue, che del puzzo infama il monte e il piano. Foll’è chi da’ nemici amor s’aspetta o zelo: parlerà da Mamone, se parlar vuolci il Cielo. Ma quest’Ercol temuto, come pigmei vedracci o in folte selve ascosi, o in concavi sassacci? Noi ben vedremlo; e gli archi su lui scoccando, aguati gli tenderem di colpi non visti e inaspettati. Albero smisurato s’alza a quest’aure in seno, che in pinguissime foglie dilata il suo veleno. Queste in olio spremute bastano a trar di vita, se punta d’esso intinta ne infligge una ferita. Del micidial tabacco tanta è la forza, e questa nell’unte mie saette minaccia or la sua testa. Ma, perché lui vegliante colpir non è securo, Mud lavori un incenso di grato odor, ma impuro, che un sonnifero esala si forte a chi s’incensi che, abbagliando le nari, penetra e lega i sensi. Fruh il turibolo n’arda, e curva a lui presenti sé stessa, e adoratrice l’incensi e l’addormenti. Allor certo bersaglio fia de’ nostr’archi il forte, e passerà dal sonno quest’Ercole alla morte. Ma, o ch’io vinca o ch’io cada, libera alle sue voglie resti colei che indarno legar tu mi vuoi moglie. Diasi in premio al mio rischio, se n’esco, i dì romiti condur fra cento mostri per me presi o feriti; e, s’io moro, abbian l’ossa lor pace infra le selve, ove in trofeo disposti sien teschi atri di belve.
Uy.-Io pur di lento rospo, ma orribile e diverso che, sgominando i boschi, saltellava traverso, medicai nelle spume gli aguzzati miei strali; e ben me li promette quel sugo al reo fatali. Ma non spero ventura se Kon da’ suoi bei guardi virtù altronde insperata non spira a questi dardi. Ma, se in faccia a quegli occhi mai soggiacessi a morte, vedova non soggiaccia più ad uom la mia consorte. Ombra, io m’abbia il conforto che donna a me promessa, se a me l’invola il fato, involi altrui sé stessa, poiché, oimè, se con dubbio della sua fè morissi, qual del mio più agitato spirto andria fra gli abissi?
Kam.-Fruh vada, e con incensi leghi al gigante i lumi; e quando avvinto ei giaccia dai tenaci profumi, uscite alla grand’opra, e i dardi avvelenati a noi colla sua morte rendan più amici i fati. Ciò segua, e disporrassi poi delle due donzelle a piacer della sorte che scritta è sulle stelle.
Fine dell’Atto quarto
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