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| Pier Iacopo Martello Lo starnuto di Ercole IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA ULTIMA Tutti Kam.-Che fate in treccie e in gonne? Fra un esercito inermi mal spaziano le donne.
Fam.-Non so qual estro infuso dell’innata temenza tolto alle zite ha l’uso.
Kon.-Deh torcete quei dardi dal giacente Colosso. Vittima io per voi m’offro.
Uy.-Vittima? Addosso, addosso.
Neh.-Due sposi in tal periglio non soffrano due spose.
Fam.-Non so vèr chi vi ostenti tal zelo or sì amorose.
Ban.-Miei fidi, io vi precedo: su quelle labbra a tempo feriam.
Ercole.-Chiù, chiù.
Fruh.-Starnuta.
Mud.--Fuggiam.
Ercole.-Non è più tempo. Con le braccia ho già cinta questa cittade intera, o che stritolerovvi, o arrestisi ogni schiera.
Uy.-O me precipitato!
Ban.-Chi mi travolge al suolo?
Kam.-Tanto può uno starnuto che volar fa uno stuolo?
Ercole.-Sì ben, che uno starnuto solo e legger de’ miei può rovesciar voi regi, voi popoli pigmei; ma arrossisce in vedervi, la mercé sua, tremanti tal che, pugnando, ha in uso prostrar mostri e giganti. Anteo sa di qual nerbo sien queste braccia: a lui godei tòr quella vita ch’or donar godo a vui. Però lieti sorgete, e bassi al suol quegli archi, obedite a coloro che il ciel vi diè monarchi. Principi, e voi, le belle ch’io chiesi or ceder voglio alle vostre paure; rinuncio al regno e al soglio; ma di soli due patti vo’ gir securo altrove: l’un sia che i vostri incensi fumino avanti a Giove, quella Scimia cacciando, cui vili adoratori indarno or profumate di non ben sparsi odori; l’altro sia che di questi due gobbi e vecchierelli l’uno all’altro le incurve terga a due man flagelli, sin che sangue grondanti dentro il vello nemeo io li ricetti, e un dono ne faccia ad Euristeo. Costor mertan la pena di traditori, e questo sia il premio a una vil opra, che giovami e detesto. Ciò si eseguisca, o Alcide questo mal fermo asilo con voi piccola gente rovescerà nel Nilo; e agevolmente il puote del maggior Dio la prole, che già sostenne in spalla l’oblique vie del sole. Giove, perché sua pace con voi succeda all’ire, nasconderà del fiume le fonti all’avvenire, onde sien queste sponde ricovro a voi securo. Per la stigia palude, figlio di Giove, il giuro.
Kam.-E noi, già tua conquista, come d’Alcide un dono godrem, sin che il vorranno le stelle il patrio trono. Sacre qui al tuo gran padre s’alzin meschite ed are, sien vittime a lui cento trascolorate arare. Ed in questa vil coppia, che il suo gastigo aspetta, di noi, del Cielo, d’Alcide termini la vendetta.
Has.-Te’ il premio.
Fruh.-Te’ il tuo.
Has.-Che strazio, ahi!
Fruh.-Che tormento!
Ercole.-Scritto è in Ciel che impunito non rida il tradimento.
Il fine
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