A Mantova
Seguitò ne' servi il suo noviziato e gli studii sotto
il medesimo maestro. E 'l padre maestro Benedetto Ferro, ancor vivo, suo
coetaneo e che fu seco in noviziato, narra della sua puerizia quella
ritiratezza, silenzio, quiete, et il rubarsi da ogni giuoco puerile, e lo dice
come in proverbio: «Tutti noi altri a bagatellare, e fra Paolo a' libri».
Entrato già nell'anno 17 della sua età, constituito in stato di professione,
tacita però, com'era uso di quei tempi, ch'ancora non era ben posto in
essecuzione il decreto del concilio tridentino in tal proposito, e quasi tutti
i regolari passavano con professioni non espresse, al che il concilio volse
provedere (che poi l'espressa la fece in Cremona in mano del generale maestro
Stefano Bonuzio, che fu cardinale, solo l'anno 1572, sotto li 10 maggio, ch'era
d'età d'anni 20), s'abbatté in tempo che la congregazione de' servi, (che
comprendeva circa 70 monasterii, tra grandi e piccioli, e fu poi levata e ridotta
in due provincie da Pio V, di Venezia e di Mantova, e si governava sotto i suoi
vicarii generali) teneva allora un capitolo o congregazione generale nella
città di Mantova.
È costume in tali radunanze di religiosi far mostra di
varii essercizii virtuosi, di predicazioni e dispute, ove si mandano i soggetti
piú elevati ad onorar il congresso e far vedere che gl'ordini non sono oziosi,
ma spendono il tempo in sante e lodevoli operazioni. Fu il giovinetto fra
Paolo, che nell'età sua puerile superava di gran lunga nelle scienze anco i piú
provetti, comandato ad esser uno di quelli che in quell'onorato congresso desse
saggio della sua virtú, col difendere 318 delle piú difficili proposizioni
della sacra teologia e della filosofia naturale. Il qual carico con che
felicità lo sostenesse e con che giubilo e stupore di quella venerabile corona,
si può dall'evento argomentare. Però che viveva allora il serenissimo duca
Guglielmo di Mantova, della cui gloriosa memoria è stato tanto scritto. Era
quel prencipe di grandissimo ingegno, cosí profondamente erudito nello scienze,
che difficilmente si discerneva qual fosse maggiore, o la prudenza di
governare, o l'erudizione di tutte le scienze et arti, sino nella musica. Non
aveva un ingegno circonscritto, che, mentre s'applicava alle lettere, scemasse
di quello che conviene ad un saggio governatore de' popoli. Concorrevano alla
sua corte, come di prencipe virtuoso e buon mecenate, da tutte le parti quelli
che nelle scienze et arti avevano qualche straordinaria eccellenza, e tutti
abbracciava, favoriva e largamente tratteneva. E 'l vescovo Boldrino, pastore
di quella chiesa, con essempio di cosí virtuoso prencipe faceva il medesimo.
Egli ancora attendeva alla cura pastorale con ogni carità, pietà e
sollecitudine, massime in provedere di lettori nella sua catedrale. Fu un
singolar incontro che il duca, informato dell'erudizione di fra Paolo, ricercò
i superiori di ponerlo di famiglia nel monasterio di San Barnaba di Mantova, e
l'onorò del titolo di suo teologo; e 'l vescovo lo fece lettore nella sua
catedrale della teologia positiva di casi di coscienza e delli sacri canoni.
Ne' quali carichi, come servisse, con che stupore, non occorre narrarlo, che
può esser creduto da ciascuno. Certo è che per molti anni restò la fama, anzi
ne' padri vecchi resta ancora in Mantova et in tutta la religione, et era come
comun detto: «Non venerà mai piú un fra Paolo».
In questo tempo apprese in Mantova la lingua ebrea piú
perfettamente che in Venezia non aveva fatto. L'occasione di pratticar in corte
e servire quel prencipe gli fece vedere la necessità di sapere l'istoria
secolare, e subito vi fece tanto progresso che, senza ingiuria di tempi o di
persone, è lecito dire che non ebbe mai pari, et usava nel studiarla un modo
che continovò poi sempre negl'altri studii: ch'occorrendogli vedere un'istoria,
un passo di dottrina, un problema o teorema, non interponeva in mezzo un punto,
ma si sarebbe levato da tavola, di letto a mezza notte, et infaticabilmente vi
s'applicava tutto, né si dipartiva sino che non avesse veduto tutto quello che
vedere si potesse, ch'è il confronto d'autori, di luoghi, di tempi, d'opinioni,
e con una sorte di pertinacia voleva non avere occasione di piú tornarci et
esser risoluto una volta sin dove potesse arrivarvi. Et i suoi intrinsechi
affermano ch'anco nell'età piú provetta, alle volte postosi in un problema
matematico o altra speculazione, ci stava a far figure o numeri un giorno
intiero o tutta la notte, non se ne dipartendo che col poter dire o «L'ho pur
vinta», o «Piú non ci voglio pensare».
Varii accidenti gl'occorsero nel tempo che stette in
Mantova. Egli, tra le conversazioni ch'aveva avute in quella città, godeva
sommamente in ragionar di quella di Camillo Olivo, ch'era già stato segretario
del cardinal Ercole di Mantova, che fu legato nel concilio di Trento, e
commendava questo personnaggio di gran bontà, pietà et erudizione. Con tutto
ciò non aveva potuto fuggire gl'infortunii; perché, essendo incorso quel
cardinale nella indignazione di Pio IV per le cose del concilio, i colpi a che
la grandezza non lasciò soggetto il padrone, vennero a cader sul servitore e fu
per via degl'inquisitori molto travagliato, col tenerlo longamente in carcere dopo
la morte del cardinale suo signore. Onde, benché uscisse libero, perché anco il
pontefice venne a morte, però non poté mai rientrare in grazia della corte
romana, onde viveva privatamente in Mantova. Il gusto principale che riceveva
fra Paolo in conversare con lui era perché lo trovava d'una moderazione
singolare, erudito, e che, per esser stato col cardinale a Trento, aveva avuto
gran maneggio in quelle azzioni e sapeva tutte le particolarità de' negozii piú
secreti, et aveva anco molte memorie, nell'intendere le quali fra Paolo
riceveva molto piacere. Perché, essendo da fresco terminata l'azzione
conciliare ch'aveva per cosí longo corso d'anni tenuto il cristianesimo in
somma aspettazione, era negl'uomini di spirito, massime in un intelletto tale,
gran curiosità d'intendere come realmente le cose fossero passate; e di tutto
aveva fatto note di suo pugno.
Prese anco stretta famigliarità col padre inquisitore
dell'ordine domenicano, fra Girolamo Bernerio da Correggio, che da Sisto V fu
poi fatto cardinale d'Ascoli, della congregazione del Santo Offizio e
protettore dell'ordine de' servi, con chi continovò la servitú sino che visse.
Il quale quanto stimasse fra Paolo si dirà a basso, ove sarà necessario farne
menzione. Tutte le persone letterate che capitavano a quella corte trattavano
anco seco, perché egl'era di già cosí passato avanti in tutte le scienze, che
non solo dava sodisfazzione a tutti, ma gli lasciava con maraviglie, perché in
ciascuna era cosí profondo, anco in quella giovenil età, come se in quella sola
versando avesse applicato tutto lo studio. Et il servizio di quel prencipe non
richiedeva meno. Perché secondo che alla sua corte capitavano persone di varie
professioni, voleva che 'l suo teologo trattasse e disputasse con loro di tutte
le cose che venivano sul tappeto. Et egli stesso sempre moveva di fatto qualche
quesito stravagante, et alle dispute publiche, ove si trovava sprovistamente,
comandava a fra Paolo di argomentare a qualche conclusione, alla quale non
s'avrebbe pensato. Come tra l'altre una volta (che servirà d'essempio d'altri
infiniti) in una tesi teologica, che Cristo nostro Signore morisse d'età di
trentatré anni, nel che ogni mediocre ingegno sarebbe stato bene impacciato. Ma
fra Paolo, col confronto degl'evangelisti per la Pasqua, come se avesse sotto
l'occhio tutta la concordanzia evangelica, e con allegazioni d'Eusebio, con
stupore di tutti di quell'intelletto, ridusse a sí stretto passo il rispondente
di dire d'Eusebio: «Historia est, non vera narratio»; et il duca diede nelle
risa, dicendo: «Padre, istorie sono a voi queste di sant'Alessio del vivo e del
morto, e l'altre che vendono i ceretani». E con questo susurro finí la disputa.
Produce la natura a certi tempi ingegni cosí atti a
qualche scienza particolare, ch'in molte età poi non se ne vede di simili. Tali
sono stati nelle passate molti famosi. Nella nostra il Vieta nell'algebra, il
Gilberto nelle speculazioni delle virtú magnetiche, Galileo nella cognizione
del moto. Il cervello di fra Paolo pareva avere questa rara eccellenza in
tutte; ma nelle matematiche era cosa incomparabile, perché tutto quello che
restava degl'antichi e de' moderni scritto era una minima parte di quello
ch'egli sapeva. Aveva anco voluto saper tutto quello che si diceva
dell'astrologiche, la vanità o inutilità delle quali assolutamente disprezzò
sempre, perché il futuro o non si può sapere, o non si può schiffare. Sul fine
quasi del suo partire di Mantova gl'avvenne un bel accidente. Il duca, ch'alle
cure gravi del governo frametteva volontieri il piacere delle burle e facezie,
temperando sapientemente le sue noie con detti e fatti gioviali e piacevoli,
aveva nelle sue stalle de' cavalli, de' quali, all'essempio de' suoi maggiori,
nudriva una razza di tanta stima, che si racconta per vero che nella giornata
sotto Pavia 1525, Francesco I re di Francia era montato sopra un cavallo avuto
in dono dal marchese di Mantova, e Carlo V parimente nelle guerre si valeva di
cavallo dell'istessa razza avuto in dono. Aveva, dico, il duca Guglielmo una
cavalla pregna, che doveva partorire un mulo, et avvicinato il parto volse che
fra Paolo stasse tutta una notte, in quale s'aspettava con i stromenti
astronomichi, perché notasse, come fece, l'oroscopo e 'l ponto natale di quella
bestia, il sito del cielo e la positura delle stelle. Il che fatto e, ridotto
in forma d'apotelesma, ne fece quel prencipe mandar copia a tutti i piú celebri
astrologi d'Europa, cosí in Italia, come fuori, con questa narrativa: che nella
casa del duca era nato un bastardo nel tal ponto. E so dire che per molto tempo
si cavò spasso quel prencipe in farsi leggere i giudizii che da diverse parti
gli venivano: e chi faceva quel bastardo cardinale, chi gran capitano, chi gli
pronosticava trionfi, chi le mitre, sino a' papati.
Corse una voce, e fu cosí creduta ch'ancora oggidí non
si è estinta, che fra Paolo, non sodisfatto di quell'azzione volesse partire
dal servizio di quel prencipe, temendo che da un cervello bizarro, che cosí la
giovialità di quel gran signore era chiamata, finalmente gl'arrivasse qualche
cattivo incontro. E veramente il padre narrava di quel prencipe
grand'eccellenza dell'ingegno, ma anco de' bizarri gusti, che in suo tempo
gl'aveva veduto prendersi. Ma egli medesimo ha anco sempre seriamente affermato
che non fu da ciò mosso, né dall'essempio d'un altro frate dell'ordine
medesimo, chiamato maestro Cornelio da Codogno, ch'incorso l'indignazione del
duca, da cui era parimente trattenuto, fu posto in carcere, d'onde fuggí,
lasciando universal opinione, per la gran diligenza per riaverlo nelle mani,
che fosse per farlo morire. Anzi, sempre confermava che 'l duca aveva tutte le
raggioni, et il duca onorò il padre col darnegli conto e la scrittura istessa
originale, che vive ancora e m'è stata mostrata, che mosse quel gran prencipe a
sí giusto sdegno; et è che, morto il cardinale Ercole Gonzaga, un certo
giovane, che si portava per suo figliuolo, non gli parendo ricevere da'
magistrati pronta giustizia nell'essecuzione di certi beni da lui pretesi, in
forma di supplica presentò al duca un reale libello famoso, tassandolo da
usurpatore, ingiusto tiranno, minacciandogli la divina vendetta e citandolo
avanti il tribunale di Dio. Sopra di che carcerato, propalò che maestro
Cornelio teologo stipendiato gl'aveva formata la scrittura cosí indegna. La
fama portò queste due cagioni del suo partire di corte, et il corso del tempo
gli diede tanta forza, ch'ancora ne' piú vecchi dura, e pure è indubitamente
falsa. Ma la vera causa del suo partire, il che fece con buona grazia di quel
prencipe, fu perché quella vita di corte era totalmente contraria al suo genio
e perché la sua fama nella religione lo faceva perpetuamente importunare
dagl'amici e da' superiori, che dissegnavano valersi dell'opera sua in carichi
di quella.
|