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Fulgenzio Micanzio
Padre Paolo

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  • A Roma, procuratore generale dell'ordine
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A Roma, procuratore generale dell'ordine

Ma non poté longamente continuare in questo ocio santo e virtuoso, perché la fama della sua prudenza et abilità ne' governi dopo tre anni lo trasse da quello, si può dire, giardino delle delizie spirituali al campo spinoso delle fatiche di spirito e del corpo, e nel capitolo generale fu con comune consenso creato procuratore di corte, detto procurator generale. Questa è la suprema dignità di quell'ordine dopo il generale; et in quella, in quei tempi che la religione fioriva grandemente d'uomini dottissimi, non erano assonti se non soggetti d'isquisitissima prudenza, perché il carico porta seco di difender in Roma tutte le liti e controversie che vengono promosse in tutta la religione, e la necessità di comparire alle corti e congregazioni per sostenere le cause che vengono portate alla corte, e di dottrina singolare, cosí per poter orare inanzi il sommo pontefice ne' giorni destinati a quell'ordine, e perché i procuratori di corte spesso vengono da' sommi pontefici adoperati nelle congregazioni, come anco nel leggere nella Sapienza una publica lezzione dell'ordine medesimo.

In quei tre anni ch'abitò in Roma, oltre la prudenza incomparabile con che trattò i negozii della religione, fu conosciuta la sua grand'attitudine a cose maggiori, e d'ordine del sommo pontefice intervenne in diverse congregazioni, ove faceva bisogno discorrere nell'azzioni occorrenti sopra difficoltà importanti in dottrina. In queste conobbe e prese strettissima familiarità col padre Bellarmino, ch'interveniva nell'istesse e fu poi cardinale, e durò l'amicizia sin al fine della vita. Conobbe anco il dottor Navarro, ch'allora era in Roma per la causa famosissima dell'arcivescovo di Toledo, e narrava con molto gusto d'aver molte volte avuto ragionamenti con uno de' dieci compagni del padre Ignazio ch'ancor viveva, e credo fosse il padre Bobadiglia; nel che però non vorrei errare. Ben ci è memoria che spesso lo ritrovava a far essercizio in certi luoghi rimoti, e che gli pareva pieno d'una santa semplicità, e gli diceva liberamente non esser mai stata la mente del padre Ignazio che la sua compagnia si riducesse qual era, e che, se fosse ritornato al mondo, non l'avrebbe riconosciuta, perché era ogn'altra cosa da quello ch'ei l'aveva fatta.

Col cardinale Santa Severina, protettore, come si portasse, si vidde che, solo di tanti, si partí con sua buona grazia e riputazione: che non è poco con un prelato che, quelli che gl'andavano a verso senza contradirgli, chiamava uomini da poco et adulatori; e quelli che vivamente se gl'opponevano e dicevano intrepidamente le sue ragioni, odiava come troppo liberi et arditi.

Ma sopra tutto era entrato in tanta grazia del cardinale Castagna, che fu poi pontefice dopo Sisto V e chiamato Urbano VII, che ne riceveva gusto supremo. Et è verisimile ch'essendo quel prelato d'una mansuetudine piú ch'umana, di vita innocentissimo e di costumi irreprensibile, la similitudine causasse e congiungesse gl'affetti. Non lo visitava mai il padre, che con ilarità di faccia il cardinale non gli mostrasse che tanto piú grata gl'era la visita, quanto piú frequente, e dopo che partí da Roma, continovò la sua servítú. La brevità del tempo che visse nel pontificato, che furono tredeci soli giorni, non lasciò vedere se, assonto a quella sede, fosse per continovar il suo favore al padre, per il concetto in che l'aveva di soggetto incomparabile di dottrina, costumi et abilità. Da chi si trovò presente ho testimonio che, quando gli venne la nuova della morte, senza alcun segno d'alterazione, disse: «Ideo raptus est, ne malitia mutaret intellectum ejus».

Ebbe occasione anco di passar a Napoli per presedere vicegenerale a capitoli e visitare, ove conobbe e conversò con quel famoso ingegno Giovanni Battista Porta, il quale, anco nelle sue opere mandate in luce, fa onorata menzione del padre Paolo come di non ordinario personaggio, et in particolare della perspettiva specolare.

Il tempo del suo carico di procuratore generale in corte s'incontrò nel principio del pontificato di Sisto V, il quale (credesi per il rispetto ch'essendo stato frate, sapeva molto la portata delle persone insigni delle religioni et aveva informazione delle qualità del padre) l'adoperò in congregazione et altri maneggi piú frequentemente del consueto. Trovossi nella discussione della materia se 'l duca di Gioiosa capucino era dispensabile; nella quale da chi volse adulare furono dette tante essorbitanze dell'illimitata potestà, anzi omnipotenzia pontificia, che il padre Bellarmino con voce sommessa disse al padre: «Queste sono le cose che hanno fatto rivoltar la Germania, e faranno l'istesso alla Francia et altri regni».

 




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