Seconda denunzia al Sant'Uffizio
Una volta in strada essendo il pontefice in lettica,
fece chiamare il padre e lo tenne buono spazio in ragionamenti, che non
toccavano però altro che certi memoriali che gl'erano capitati contro il
generale di quel tempo. Questa cosa insolita et osservata dalla corte, che
tutto osserva, si divulgò fuori ancora, come che fosse nella grazia del
pontefice. Che piú? La vanità di già l'aveva fatto cardinale. Ma questo favore,
né ambito, né ricercato da lui, gli costò una travagliosa persecuzione. Nel suo
partire da Venezia aveva lasciati i suoi amici a' consegli e direzzioni di
maestro Gabriello Colissoni, con cui era stato ben unito in levare della
provincia certe male introduzzioni et aggravii, ch'alcuni superiori facevano a'
piú deboli, che sotto nome odioso di tirannia si detestavano. Ma come avviene
spesso che quello che si detesta in altri, si giustifica in se medesimi, et
essendo la natura di maestro Gabriello, come si vidde poi, d'esser amico del
solo suo interesse, aveva concepito con tre anni d'assenzia del padre Paolo
dalla provincia quel dominio assoluto, al quale con estorsioni molto grandi
anco pervenne. Un solo impedimento se gl'attraversava, l'instante ritorno del
padre, al quale bene sapeva che mai tali prattiche sariano piacciute, e
disperava di poterlo piegare alle sue voglie, perché aveva conosciuto
l'integrità e l'inespugnabilità della sua mente. S'imaginò l'unico rimedio
essere il proporgli quello da che difficilmente anco i piú sapienti posson
guardarsi, la strada degl'onori, perché si trattenesse in Roma. E cominciò
efficacemente a persuaderglielo con lettere, e farglielo proponer da' suoi piú
cari, come che il credito acquistato nella corte potesse fargli strada ad
avanzare la sua fortuna. Il padre, tra l'altre repulse a quel conseglio, per
levarsi una volta il tedio per sempre, rispose in una lettera in cifra, che tra
di loro usavano, alcune parole in discredito della corte, come che in quella si
venisse alle dignità con male arti, e di tenerne esso poco conto, anzi abominarla.
Conservò maestro Gabriello la lettera e la cifra, e dopo finiti i tre anni del
suo carico in corte, ritornò alla patria, alla quiete et a' studii suoi, non
potendo il padre approvar l'estorsioni che nella provincia faceva maestro
Gabriello, e nelle quali veniva mantenuto col favore d'alcuni corteggiani del
cardinale Santa Severina, che però non lo favorivano gratis, facendosi conto
fondato che 'l generalato, al quale fu finalmente portato, gli costava non
manco di quaranta milla ducati (come molti ancora ne sanno molto ben far i
computi e dire i particolari), tutti cavati dall'altrui borse; e coll'essersi
il padre solo dichiarato di non approvarle, e meno consentirvi, vennero a
rottura e dissensione manifesta. Nella quale per prevalere, essendo già entrato
in tanta grazia della corte ch'è stato un stupore, e particolarmente del
cardinale protettore, ch'era anco capo del Santo Offizio dell'Inquisizione,
presentò la lettera con la cifra; per la qual presentazione, se ben il
cardinale non trovò buono il procedere per via del Santo Offizio, come maestro
Gabriello s'era dato a credere, mostrò però implacabile indignazione al padre;
et al solito della moltitudine, che si volta ove il vento spira, benché si
riducesse alla sua quiete, senza intromettersi piú nel governo, vedendo il male
insanabile, con tutto ciò ne fu molto travagliato, non nella sua persona, nella
quale mai né tutta l'arte, né la violenza poté trovar un neo ove attaccarsi, ma
ne' suoi amici, che non essendo essenti dalli diffetti ordinarii, non solo
venivano esclusi dalli gradi et onori, ma ogni peccato veniale vi si cangiava
in mortale colpa. Et il Santa Severina v'adoperò anco l'auttorità del Santo
Offizio, della cui congregazione era capo, con maniere cosí strane e fini cosí
bassi, ch'io non ardisco poner i casi che mi sono stati dati in nota, perché
troppo gran scandalo arrecherebbono al mondo. Vi è però la medicina, che tutti
i fatti inquisiti, con le sue commissioni in ricorso a Roma trovarono
giustizia.
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