Abitudini e sapere del Sarpi
Non è da concorrere nell'opinione di quei filosofi che
le nostre facoltà sensitive e mentali siano pure e mere possibilità, perché,
cosí tenendo, non sarebbe che caso e buono incontro di migliore o deteriore
complessione e temperamento. È però cosa certa il temperamento e la
complessione avere gran parte nell'abilità o inablità degl'uomini. Aveva il
padre i sensi i piú sottili et i piú vivaci che per avventura si trovassero in
alcuno, specialmente l'occhio con una vista acutissima e velocissima; il tatto
perfettissimo, con che discerneva cose che parevano insensibili. Era cosa
stupenda ne' cibi composti com'immediate sentiva o il benefizio o il nocumento,
distinguendo infallibilmente l'uno dall'altro a meraviglia. Onde quando è stato
in tempo che con certissime ragioni et evidenza sapeva non esser superflua la
cura di guardarsi da' veleni, non si prese giamai un minimo fastidio, non solo
perché conosceva a pruova, anco miracolosamente, esser ben guardato quello ch'è
in protezzione di Dio, ma ancora per quello che aspetta alla prudenza umana,
teneva sicuro ch'in cibo l'esquisitezza del suo senso l'avrebbe avvertito; e
nel bere, ove piú sta il pericolo, aveva piú oculata provisione. Redondava
questa esquisitezza o passibilità de' sensi nella mente, com'è consequente;
onde era cosa stupenda come tutto gli faceva impressione e vi dimorava
tenacemente. Se entrava in un luogo, portava seco impresse nella memoria
l'imagini delle cose piú minime, delle quali, venendo occasione, mille volte
gli amici gli dicevano come era possibile ch'avvertisse cosí tutte le minuccie.
Se leggeva un libro, (e tutti leggeva quanti n'uscivano alle stampe d'alcun
conto) sapeva tutto, e gli restava impressa la carta, ove aveva veduto ogni
cosa per leggiera che fosse. A me accade ne' libri non vedere se non quello che
so prima o vado cercando, e ben spesso anco lo trapasso in quella sorte almeno
di studio che chiamano vago e senza fine presente et urgente. Ma in lui non si
conosceva a pena questa distinzione, e tutto s'attaccava. E lo stupor era
ch'essendo l'impressione cosí facile, lo scancellamento fosse cosí difficile.
Et in queste eccellenze l'umiltà sua era tale, che mai ad alcuno che di ciò lo
volesse lodare concesse altro se non che si lodava della sua maggior
imperfezzione e d'un'eccellente debolezza, conforme alla quale tutto gli
nuocesse. Et asseverava seriamente ch'egli non ci metteva cura, ma che la sua
gran passibilità et imperfezzione era di ciò cagione. Et alla ragione che fosse
perfezzione, perché la retentiva era cosí facile e stabile, egli diceva che
anzi ciò arguiva debolezza e passibilità maggiore, perché non solo l'oggetto in
lui facesse moto et inferisse passione, ma anco ogni minima reliquia et imagine
lo continuasse. Ma questo problema si lascia disputar ad altri. Da questo e dal
perpetuo studio, nel quale et inanzi e dopo deposto il suo magistrato et
ogn'altra cosa, s'era immerso, credo io che nascesse la esquisita cognizione
ch'aveva.
Cosa mirabile era che non solo sapeva della ragione
canonica le leggi e decreti, ma sapeva i tempi che ciascuno de' canoni era
stato fatto, i fonti onde erano cavati, la causa ch'aveva mosso a fargli. Nella
materia beneficiale, cosí íntricata, cosí moltiplice, cosí varia, sapeva tutte
le raggioni controverse, i progressi, le mutazioni, l'alterazioni. Ma a questa
teorica portò da Roma tutta la prattica di quante congregazioni e tribunali vi
sono, le loro formule, i loro procederi. E, ch'è meraviglia, s'aveva anco come
dipinti nella memoria i luoghi, i siti, le figure, le statue; e quanto aveva
veduto, tutto gli restava impresso. Da questa stessa o passibilità, o
imperfezzione di temperatura (come diceva sempre egli), o sublimità, o felicità
d'intelletto (come l'hanno stimata gl'altri) e non da studio, che si sappia,
che mai facesse di fisionomia, nasceva quella gran cognizione ch'aveva delle
persone. Nella qual sorte di sapere io veramente non truovo in tutto il corso
del tempo che si faccia memoria d'uomo che sapesse quanto lui. E se si
narrassero i successi particolari, come molte volte dalla sola faccia, ma
moltissime dal ragionamento d'una sola volta, come s'avessero nel petto la
fenestrella che ricercava Momo, penetrava la natura, i costumi, l'inclinazioni
e la loro portata, temerei colla pura verità levare la credenza di quanto
scrivo. Ma questa necessità d'osservare tutto minutamente, benché non volesse o
ci mettesse cura, con la longhezza di tempo l'aveva ridotto a tal finezza di
giudizio, ch'anco nella religione tra' frati passò la voce, che poi i malevoli
hanno anco rinovata ne' suoi ultimi anni, ch'egli avesse un spirito. Vanità che
non ha bisogno di confutazione. Da questa radice procedeva quella maniera
maravigliosa di trattare con sodisfazzione con ogni sorte di persone, perché
immediatemente penetrava la natura, inclinazioni, dissegni, e come perito
suonatore ad un sol tocco fa giudizio dell'instromento, cosí con far parlar le
persone, con prestezza ammirabile conosceva i fini, gl'interessi, la portata,
le risoluzini negl'affari, le risposte che dariano. E regolava se stesso nel
procedere, sí che avendo trattato seco di tutte le qualità di persone e di
tutte le regioni, prencipi, sudditi, grandi, mediocri, non si trovarà forsi
ch'al partire non sia restato con altretanta ammirazione, come con senso e col
concetto e testificazione che 'l padre Paolo fosse un grand'uomo.
Di questo fonte procedeva quella velocità di sapere
immediatamente rispondere a tutti in tutte le materie che gli venivano
proposte. Del che porterei qualche prova, se non parlassi di cosa che tante
centenara e migliara di persone ancor viventi hanno sperimentata e dirò in
tutte le materie.
Nell'istorie sacre e profane faceva trasecolare col
rispondere co' fatti precisi, co' luoghi, tempi, occasioni, come se la sua
fantasia fosse la tavola, ove mirasse tutte le cose successe. Sono capitati in
Venezia di nostro raccordo varii virtuosi in separate professioni. Un
oltramontano, ch'aveva fatto studio isquisito nelle proprietà della calamita, e
credeva, e con buona ragione, saperne quanto alcun altro, fu introdotto a
colloquio col padre, e trovando che non poteva portare né speculazione, né
esperimento che 'l padre non sapesse, e molto piú e con le sue raggioni e
fabrica degl'istromenti, restò cosí attonito, che non sapeva ove si fosse. Le
piú rare invenzioni d'istromenti, machine per misure, per pesi, per orologi,
per le matematiche e per le militari, per tutti i propositi, gli venivano fatti
capitare da vedere e farne il giudizio. Cosa stupenda! come se non avesse mai atteso
ch'alle mecaniche, immediate comprendeva il dissegno e giudicava se poteva
servir all'effetto preteso o non; il modo di megliorargli, o facilitargli, o
farne d'altri per l'istesso, che opposizioni, che difetto. In tanto grandi
ingegni ancor viventi, che comunicandogli i suoi pensieri sopra l'inventare
qualche nuovo istromento di sopradetti fini, testifichino essi con che velocità
giudicava s'era possibile, o no; e s'era possibile, come si potesse facilitare;
e se 'l suo giudizio gl'è mai riuscito fallace. Ma piú dicono quelli che
gl'hanno fatto vedere di tali stromenti, prima che di spiegargli col dirgli:
«Questo è un istromento o da pigliar siti, o da misurar viaggi, o da levar
pesi, o saper ritornar in luoghi incogniti per le strade medesime» con che
facilità gli prononziava che cosa fossero. Le particolarità farebbono un
volume.
Il signor Alfonso Antonini (cavaglier delle piú
sublimi virtú morali, civili, politiche e militari che possono render un
gentiluomo amabile), dopo che per veder le guerre andò cercando in Germania et
in Fiandra, e cosí con l'osservazione in altri, come coll'essercizio della sua
persona, e maggiormente dell'ingegno in osservar tutte le cose, si portò ad un
grado di perizia militare al quale rari arrivano, fu dalla Serenissima Republica
richiamato al suo servizio per i moti d'Italia. Ma questi caduti in un stato
che piú si potevano chiamare rumori di guerra che guerra aperta, non avendo
potuto ottener licenza di partire per trovarsi ove la guerra si faceva sentire,
si diede tutto a rimeditare le cose osservate, massime gl'ordini del prencipe
Maurizio d'Oranges, et insieme vedere Polibio e gl'altri autori, ne' quali si
può imparare gl'ordini della milizia romana antica e d'altri popoli; e con
questa occasione, scrisse anco come si potesse ben ordinare la milizia al
presente. Ma avendo conceputo nella sua mente l'invenzioni di molti stromenti e
machine militari, volse passar a Venezia a conferir col padre i suoi pensieri e
ricevere il suo giudizio, e caduto accidentalmente nella materia de' specchi,
nella quale l'Antonini aveva da fresco posto molto studio, il padre non solo
gli discorse sprovistamente della fabrica di molti specchi, per effetti che
paiono aver del miracoloso, ma immediate presa la carta e la penna gli formò le
figure colle sue ragioni dimostrative, come se allora venisse dallo studiare
Halazen, Vitellione e gl'altri di tale professione; e pure si faceva conto
ch'erano piú di quaranta anni che non avveva versato in tali auttori.
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