Il ridotto Morosini, la «Nave d'oro» e il circolo
padovano del Pinelli
Tornato il padre a Venezia, ripigliò i suoi studii e
la sua ritiratezza da tutti i negozii, frequentando le sue solite virtuose
conversazioni, et il mezato del signor Andrea Morosini, nominato di sopra, era
diventato molto numeroso, perché vi concorrevano gran parte di quelli che
facevano professione di lettere, non solo della nobiltà, de' quali i soggeti
tutti sono riusciti grandi senatori e come stelle in questo firmamento della
Serenissima Republica per bontà, religione, dottrina e prudenza civile, ma anco
v'erano ammessi d'ogni sorte di virtuosi, cosí secolari, come religiosi, anzi
tutti i piú letterati personaggi che capitassero in Venezia, o d'Italia, o
d'altre regioni, non averiano mancato di trovarsi in quel luogo, come in uno
de' piú celebri consecrati alle muse. Io in mia vita non ho veduto essercizii
piú virtuosi; e piacesse a Dio che, come le virtú delli due Andrea e Nicolò zii
sono passate come per eredità ne' nipoti, cosí fosse in Venezia un altro tale
mezato, ove si numeravano alle volte 25 e 30 uomini di virtú insigni.
In questo congresso d'uomini in virtú eccellenti non
aveva ingresso la ceremonia, a' nostri tempi cosa affettata e superflua, che
stanca il cervello de' piú perspicaci e consuma vanamente tanto tempo in un
mentir artifizioso e non significante per troppo significare; ma s'usava una
civile e libera creanza. Era lecito a ciascuno introdurre ragionamento di
qualunque cosa piú gl'aggradisse, senza restrizzioni di non passare d'un
proposito nell'altro; sempre però di cosa pelegrina; e le disputazioni avevano
per fine la cognizione della verità. Rara cosa era la felicità del nostro
padre, che qualunque materia venisse in campo, non solo discorreva
sprovistamente, ma non faceva alcuna differenza nel sostenere o nell'impugnare
alla scolastica qualunque proposizione. Il che faceva con tanta facilità che
rendeva stupore. E nell'età piú matura poi, quando se gli raccordavano questi
essercizii, se ne rideva, come di puerilità.
Ardevano in questi tempi le guerre civili in Francia,
et aveva gusto il padre sentirne ragionare. E continuò quasi sin al fine della
vita il gusto d'intendere lo stato del mondo, e ciò ch'andava succedendo; et
aveva sempre come un'idea generale, che poche volte fallava nel suo giudizio,
s'una nuova che si spargesse fosse vera o finta; e con tanta prudenza su le
cose presenti fabricava il suo giudizio di quelle dell'avvenire, che faceva
meravigliare e ricercar il suo parere com'una pronosticazione. E perché alla
Nave d'oro in Merzaria si riducevano a raccontare gl'avvisi una mano d'uomini
galanti, virtuosi e da bene, tra' quali il buon Perrot francese, che per un
candore di costumi e tenacità nelle cose di religione, chiamavano il vero
israelita, alludendo al detto di nostro Signore: «Hic est verus Israelita in
quo dolus non est», e capitavano anco molti mercanti stranieri, e tali ch'erano
stati non solo per l'Europa, ma nell'Indie Orientali et Occidentali, tenne mezzo
di ridursi anch'egli. E sí come in quella mente tutto s'attaccava, cosí aveva
una destrezza mirabile di far parlar le persone.
Fu il padre in tutta la sua vita di poco parlare, ma
succoso e sentenzioso; arguto, ma senza pontura. Aveva però gusto grandissimo
di far parlar altri, e con una desterità maravigliosa, alla socratica, si
dilettava di far scoprir la gravidanza delle menti altrui. Et egli lo chiamava
far partorire od aiutar a partorire. E nasceva questa desterità dall'esser non
solo versato, ma consumato in tutte le dottrine; perch'egli poteva seguire
ciascuno in quello ove piú valeva: i medici nella medicina, i matematici nelle
matematiche, e cosí nel rimanente. Et in qualunque il caso portasse il
discorso, chi non lo conosceva, si partiva ciascuno persuaso che quella fosse
la sua principal professione. E come s'abbatteva in persona eminente in qualche
scienza et arte, con soavità inesplicabile l'interrogava del tutto, e cavava
quanto fosse possibile, senza ch'egli mostrasse non pur importunità, ma n'anco
curiosità molesta. Ma riceveva in particolare gran gusto in sentire quelli
ch'erano stati per i luoghi, et oculatamente sapevano dare certa relazione de'
siti, de' popoli, de' costumi e delle religioni, avendo conceputo un desiderio
inestinguibile di peregrinare.
Del signor Bernardo Sechini, patrone di quella
bottega, era, tra gl'altri, un figlio che vive ancora, d'ingegno molto
superiore alla professione ch'essercita, cosí per aver bene studiato in
Lovanio, come anco che la natura non è cosí maligna, o parziale, come viene
accusata, e produce nelle persone di non alta fortuna ingegni della maggior
eminenza e capacità. Con questo entrò il padre in gran strettezza, ch'ha
continuata sin alla morte. Di questo si valeva, se capitava qualche persona prattica
de' paesi, per poter aver seco discorsi. E dirò questo di passaggio, che 'l
capitare del padre a quel luogo cominciò del 1586, anni 21 avanti i dispareri
tra la serenissima republica e Paolo V, dopo i quali vedendo ch'erano inventate
tante calunnie e falsità, con danno anco del mercante, piú volte trattò di
levarsi da quella conversazione. Ma il signor Alvise non vi ha mai potuto
consentire, anteponendo la dimestichezza del padre ad ogni detrimento ch'indi
potesse avvenirgli.
Fu questo il tempo nel quale il padre ebbe il maggior
bene et il piú quieto godimento della sua vita. Perché, se bene egli aveva tre
grandi infermità come congenite, e dalle quali teneva d'esser accompagnato alla
sepoltura, flusso epatico, procidenzia dell'intestino retto et un periodico
dolore di capo, oltre il travaglio dell'emorroidi, egli le supportava con tanta
ilarità e serenità di cuore, come se fosse stato il piú sano del mondo e le
reputava come divini favori e naturali ammonizioni del disloggiamento che
l'anima, al suo credere, fare doveva da questa vita. Nel resto si può dire che
si stimasse nel giardino delle delizie e di calcare le rose. Perché quanto a'
bisogni, nessuno n'aveva, perché nulla desiderava, ricchissimo nella sua
povertà, senza entrate, senza alcuna industria ove avanzasse un sol danaro,
senza alcun pensiero, lasciata ogni cura al padre Giulio, senza libri, se non
accomodatigli giornalmente da amici grandi, che tutti leggeva, e ne faceva nel
suo intelletto la piú gran libraria ch'avesse mai prencipe al mondo, colla sua
nudità della cella, col solo vitto tenuissimo che le somministrava il
monasterio, ch'era per lui abondantissimo, astratto da tutte le cure de'
governi. Tutta la sua vita era in tre cose occupata: il servizio di Dio, i
studii e le conversazioni. A quello era assiduo, non pretermettendo mai di
trovarsi a' divini offizii. A' studii dopo l'orazioni private, dava tutta la
mattina, che cominciava sempre avanti il levare del sole; ma d'ordinario
preveniva ancora l'aurora sin all'ora degl'offizii comuni. Il tempo pomeridiano
era diviso ora in operazioni di sua mano, nelle trasmutazioni, sublimazioni e
cose simili, o nelle conversazioni degl'amici, ch'erano i letterati et insigni
personaggi di Venezia, e forestieri che vi capitassero.
Il ridotto in Venezia era nel mezato menzionato e
nella bottega del Sechini, in Padova, ove spesso si trasferiva, la casa di
Vicenzo Pinelli, ch'era il ricetto delle muse e l'academia di tutte le virtú in
quei tempi. Ma che stima facesse del padre il signor Pinelli lo mostrerà questo
successo, del quale sono testimonii viventi, che so di nome, il buon Asselineo
et il signor Sechini. Si trovava in compagnia del signor Pinelli, monsieur
Perrot francese, degno d'eterna fama per la sua integrità, et il signore Marino
Ghetaldo gentiluomo principalissimo in Ragusi, ancor credo vivente, conosciuto
da me in Roma et a Venezia, un angelo ne' costumi e demonio (prendo il nome
solo nella scienza) nelle matematiche. Il suo Apollonius redivivus et
altre sue opere alla stampa lo mostrano avere o nessuno, o pochi pari.
Sopravenne il padre per visitare il Pinelli, il quale allora inchiodato dalle
podagre, fece nondimeno un sforzo grande per andar a riceverlo, come dopo nel
licenziarsi fece anco, volendolo pur accompagnare. Del quale onore fatto ad un
frate maravigliati i sudetti, richiese il Ghetaldi chi fosse quel soggetto, a
cui vedeva fatto sí straordinario onore. A cui rispose il Pinelli (riferisco le
parole sue medesime): «È il miracolo di questo secolo». E ricercando il
Ghetaldi, che ben comprese parlarsi del sapere, in che professione: «In qual vi
piace», disse il Pinelli. Di che vedendolo maravigliato, aggiunse: «Io so,
signore, la vostra eccellenza nelle matematiche, facciamo una prova. Invitarò
con noi il padre a pranso per domani. Abbiate voi in pronto qualche
proposizione di quella scienza che vi paia poter esser pietra di tocco, e
studiatevi tra tanto per esser ben provisto, che ne vedrete prova. Io sarò il
proponente, né voglio saperne da voi cosa alcuna, se non nel lavare delle mani».
E cosí fu esseguito. Non ho potuto saper il particolar problema o teorema, e
ciò che portasse in campo il Ghetaldi. È ben certo ch'al discorso del padre
restò cosí attonito e confuso, che confessò non aver mai creduto ch'un uomo
potesse saper tanto in quella professione; e dopo volse divenire suo intrinseco
amico e conferir con esso tutte le sue invenzioni e quanto nelle matematiche ha
consecrato all'immortalità. Et il buon Perrot gli prese un'affezzione ch'ha
continuata sino che passò a miglior vita, la quale volse testificargli anco
all'ultima infermità, lasciandogli il suo brocchetto d'argento col quale si
faceva dare l'acqua alle mani.
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