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Fulgenzio Micanzio
Padre Paolo

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  • Turbolenze e contese nell'ordine dei servi
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Turbolenze e contese nell'ordine dei servi

Ma era tempo ch'al tocco della pietra fosse provato oro fino. Piacque a Dio, che guida i suoi per strade laboriose, che fosse cavato dal porto di quiete al pelago tempestuoso di nuove turbulenze. Il che avvenne in questa maniera.

Il favore del cardinale Santa Severina, protettore dell'ordine de' servi, ad instanza del cardinal de' Medici, che fu poi Leon XI, e di Ferdinando, granduca di Toscana, aveva portato al generalato un maestro Lelio Baglioni fiorentino, uomo veramente di gran vivacità, ardito, dotto et anco di vita incolpata, e nel portarlo a quella dignità gl'aperse anco la sua intenzione, e lo ricercò di cooperare con lui che, finito il suo corso, se gli facesse successore maestro Gabriele di Venezia. Il generale, che secondo l'ordinario di tutti che conseguiscono tal dignità, hanno due fini, di perseverare nel carico il piú che ponno e, quando sono necessitati di porlo, farsi un successore a suo gusto, ricevé nel profondo questa dichiarazione del cardinale e nel suo secreto fu risoluto d'attraversarla in tutte le maniere. E perché le ordinarie, che fosse soggetto senza alcuna virtú, senza alcuna litteratura, senza alcun merito, non giovavano, che i continui e gran doni che faceva in corte del cardinale e la grazia appresso il nipote del cardinale, Paolo Emilio, e del cardinal medesimo disfacevano quelle nubi tenere come venti boreali, et erano bastevoli per canonizarlo, non che giustificarlo in corte, prese un'altra strada piú violente, di far conoscere in corte alla congregazione della riforma, che allora era sopr'a' regolari et al papa medesimo, maestro Gabriele per uomo vizioso, scelerato, facinoroso e colpevole di gravissimi delitti. E passò tanto inanzi, che fece sparger per la corte che tutto quello che cavava in far spia, contrabandi, sino di sette umane, in sollecitar cause et ogni altra cosa, ch'è riprensibile in un uomo, non ch'in un religioso che pretendeva il generalato, tutto collava in corte dell'istesso protettore.

Questo divise la povera religione de' servi in due fazzioni, i capi delle quali erano, dell'una maestro Gabriele tra' frati et il cardinale stesso di fuori, ch'imprudentemente interessatovi da maestro Lelio, vi si portava con maggior passione che niuno de' frati; e dell'altra il generale co' suoi fautori, ch'anco ad esso non mancavano appoggi, massime ch'essendo come l'argento vivo, non mancava per le corti de' cardinali e del papa medesimo di far sapere quello che succedeva, amplificando anco l'estorsioni, per profondere nelle corti de' cardinali, et in particolar ch'era levata dal protettore tutta l'autorità al generale, acciò che la grazia e la giustizia dependesse da maestro Gabriele, che tutto vendesse per presenti. Cosa che faceva arrabbiare il cardinale, per l'umore allora corrente sotto Clemente VIII, con tante bolle Contra munerum largitiones; ch'è un male ch'alla corte semper vetabitur et semper retinebitur, come l'astrologia giudiciaria.

Le fazzioni nelle religioni sono un male dell'umanità, che non  si spoglia coll'entrar ne' chiostri, che non occorra tante volte che porta seco il nome di fratarie, e sono cose terribili. I bianchi e neri, i guelfi et i gibellini non furono cosí atroci, se non perché erano per necessità legati insieme nelle città, nelle case e spesso anco ne' letti geniali stessi. E si fanno tra' regolari alla spartana, ch'ambe le parti fanno prima la guerra a' neutrali. L'innocente padre, che godeva una virtuosa quiete, stette sino che puoté renitente; ma finalmente fu necessitato dichiararsi in parte. E non potendo per suo onore e per le dichiarazioni inanzi fatte, approvare l'estorsioni e le rapine che, per donar a Roma, maestro Gabriello faceva, si trovò unito d'interessi col generale. E se ben egli era desideroso o di raddolcire l'amaritudine, o d'indurre le cose a termini civili, che nelle religioni si dice de' voti o suffragii, non fu mai possibile. Anzi maestro Gabriele passò seco ancora alla criminalità, e lo querelò a Roma all'Inquisizione di tener comercio con ebrei. E per aiutar la querela, sfodrò la lettera di sopra menzionata, con le contracifra, e lo fece querelar anco in Venezia da un suo nipote, perché, trattandosi di composizione, e rispondendo quello (che credeva la fazzione di suo zio molto superiore) che nel capitolo avrebbe aspettato l'inspirazione dello Spirito Santo, aveva risposto il padre che conveniva operare co' mezzi umani; maestro Santo (che cosí si chiamava) l'accusò al Santo Offizio di Venezia ch'avesse negato l'aiuto del Spirito Santo. Ma quel tribunale, essaminati i testimonii ch'erano presenti a quella trattazione, non stimò giusto n'anco chiamar il padre, ma estinse l'azzione senza pur dirgli parola. Et in Roma il ponto della lettera con la cifra pose il padre in pessimo concetto d'esser nemico delle sue grandezze et in secreto non ardirono però formarvi sopra giudizio di religione. Ho sentito io stesso piú volte alcuni, non so se mi dica ignoranti o maligni, che rappresentavano argomento irrefragabile contro l'integrità del padre l'esser stato denunziato tre volte al Santo Offizio dell'Inquisizione: in gioventú da maestro Claudio da Piacenza, e nell'età matura da maestro Gabriele per quella lettera in cifra contra la corte, e questa da maestro Santo suo nipote; come se l'esser denunziato fosse gran nota; et in vero, ove si tratta della dottrina della fede e della religione, non è cosa che non sia gravissima. Ma a questa opposizione et a questi, che non riguardano al fine del giudizio, ma al principio, senza ch'io dica altro, faccia risposta il padre Maffeo giesuita, che nella vita del padre Ignazio, ora santo canonizato, fa menzione che nove volte fu posto al Santo Offizio dell'Inquisizione (s'io non erro nel numero), con questa differenza, che 'l santo vi fu chiamato, essaminato et assolto, et il nostro padre tre volte sole, né mai chiamato o essaminato. E poi dicano quanta forza abbia l'argomento loro, che ne segua o che padre non fosse buono, o che quel magistrato non fosse giusto in ricevendo le querele.

Ma della communicazione con eretici, benché niente fosse provato, fu però fatto grave impressione nella mente di Clemente VIII, che se ne raccordò. E quando il padre fu proposto al vescovato di Nona, confessando saper ch'egli fosse uomo di lettere e di molta capacità, aggiunse anco non meritar dignità dalla Chiesa, per le prattiche che tenute avea con eretici. Il che però altro fondamento non aveva se non ch'essendo la città di Venezia tale, che da tutte le parti del mondo invita, non solo per ragione di negozio mercantile a vederla, ma anco quelli ch'hanno gusto delle cose mirabili, e ritrovandosi il padre sin allora in concetto d'un de' piú letterati ch'avesse il mondo, i professori delle scienze, che non solo d'Italia, ma ancora dall'altre regioni, e massime i gran personaggi, stimavano degna cosa delle loro peregrinazioni il vedere et aver congressi litterati con un uomo ch'in tutte le professioni non solo poteva dar loro sodisfazzione, ma licenziargli con maraviglia. Et egli, che sapeva che non solo i termini d'umanità e civilità, ma le più rigorose regole canoniche non obligano a schifare chi che si sia, se nominatamente et in individuo non sia dalla Chiesa condannato, senza ricercar altro, tutte le sorti di forestieri faceva degni della sua virtuosa conversazione.

Alle volte veniva a questo astretto anco da' padroni, come quando monsieur d'Evreux, poi cardinal di Perrone, veniva da Roma, ove infruttuosamente prima aveva trattata la riconciliazione d'Enrico IV, e passò per Venezia, furono deputati a tenergli compagnia l'illustrissimo Luigi Lollino, poi vescovo di Belluno, nelle lettere greche et umanità senza pari, et il padre, che lo fecero piú giorni quasi sempre in discorsi di Stato o di lettere. E quel gran cervello che diceva aver in Italia trovato pochissime persone d'erudizione insigne, si sa ch'in Padova, in casa del signor Vicenzo Pinelli, et in altre occasioni celebrò il padre per un ingegno transcendente. E fu in quella occasione che, lodando il Lollino et il padre il gran sapere di quel prelato e la suprema saviezza nel disputare e confondere quelli con chi disputava, massime di religione, per termine di modestia disse, ch'oltre l'avere trovati gl'ugonotti in Francia senza erudizione, massime ne' padri vecchi, concilii et istorici, gl'aveva anco trovati colerici et impazienti. Onde, oltre la dottrina, una delle prime cose ove egli nelle dispute con loro mirasse, era con argutezza e motti mettergli in colera, e che ciò fatto, aveva la vittoria certa. E veramente quel spirito tanto elevato aveva quell'attitudine, osservandosi nelle sue dispute di religiosi dogmi uscite a stampa, una maniera molto arguta e fuor di modo irritativa.

L'occasioni di questo genere venivano frequenti. Ma la passione et ignoranza, ch'in questo secolo ha reso la religione tessera delle fazioni, et il desiderio degl'emuli di portarsi inanzi a Roma come piú zelanti, come vedeva a comparir a visitar il padre alcuno vestito all'oltramontana, immediate se lo fingeva un eretico, come quell'altro che denonciò al Santo Offizio il suo predicatore, perché, avendo allegato Abacuch, lo riputò luterano, e disse essersene accorto a quel cuch. Ma la divina providenza con queste graduazioni andava come accostumando l'innocente suo servo alle calunnie ingiuriose di quel governo, che, nel progresso della sua vita, per esser stato servo fedele a sua divina Maestà, al suo principe et alla santa Chiesa, da piú alta mano, per prova della sua invitta e constante pietà, gli dovevano esser preparate, e per prova d'una eroica pazienza.

Le turbulenze domestiche durarono molti anni, con un ardore implacabile d'ambe le parti, et ebbe occasione il padre di far vedere la sua moderazione in raffrenare gl'impeti de' suoi aderenti; la sua mansuetudine in non offendere alcuno mai, benché offeso; l'ugualità e serenità della sua anima in non si perder mai per incontri cattivi, che furono molti, né prender gonfiezza o troppo confidenza per prosperi successi che accadessero, come di necessità avviene in tutte le longhe contenzioni, benché non siano che di negozii o fazzioni; la sua singolar prudenza in raddrizzare tutto quello che poteva all'accommodamento; ma sopra tutto una dolcezza d'animo incomparabile, che mai fosse veduto adirarsi, mai si rissentisse pur in parole. E con tutto ciò fu assai sventurata la sua virtú, perché non sodisfece allora, né agl'aderenti suoi, né al generale, con cui era unito, né al cardinale protettore. Gl'aderenti, che nella fazzione portavano piú affetto che prudenza, l'accusavano di fredezza, e che portasse i negozii come se non gli premessero punto sul vivo, quasi che la loro leggierezza dovesse turbare la quiete d'animo tanto composto e tanto superiore. Il generale, ardente per natura, e che come gli veniva promossa qualche nuova difficoltà e controversia, ne faceva festa e soleva dire: «Mi chiamano al mio giuoco», avrebbe voluto che 'l padre non stasse su la sola diffesa, osservando il benefizio del tempo, e sempre spargendo semi alla pacificazione et al sedare i moti, ma avesse dato ne' rotti, e portasse egli ancora alla causa affetto veemente et effetti rissentiti. Il cardinale, ch'aveva per sicuro ch'il precipizio del generale gli dasse la causa vinta, attribuiva al padre tutti i consegli ne' quali i negozii non gli lasciavano luogo per attraversargli.

Durò questa dissensione sin all'anno 1597, ch'ebbe, se non l'estinzione, almeno un sopimento, nel quale il padre solo conseguí quel fine, benché non intieramente, al quale mirava, della pacificazione della sua provincia; ma con un scherzo della divina providenza (che non è minore nelle cose da noi stimate minime, che nelle massime) che dimostrò la vanità de' dissegni umani. E però è necessaria questa digressione.

Un frate, Giovanni Battista Perugino, per sopranome il Lagrimino, fosse perché aveva le lagrime in arbitrio, uomo misto e scaltro, fuggendo il castigo de' commessi delitti che 'l generale era per dargli, venne in Venezia, ove la grandezza della città e la comodítà di star nascosto fa arditi molti di tal specie di riffuggire. Ma questo non ebbe necessità di stare nelle scosagne, bastò fuggire dal generale per farlo ben venuto al provinciale, ch'era maestro Gabriele. Per far danari, cominciò con licenza del nunzio a fare l'essorcista, com'ho veduti molti di questa razza fuggitiva e che non può vivere in obedienza dare di salto in questa via compendiosa, di goder piaceri e far avanzi. Perché se ben è certo che Dio permette qualche volta alle creature umane le vessazioni de' spiriti maligni, è però consenziente alla ragione et armonia della nostra fede che di raro lo fa, e con causa. Ma la comodità degl'essorcisti fa ch'a loro per tali vessazioni siano le piazze piene del sesso muliebre, e che i moti subiti e veementi d'umori matricali et anco l'infermità contratte, o per licenziosa vita, o per communicazione de' mariti, tutte vengono per scontrature o malie. E gl'essorcisti non gli mancano, perché aggionta la sua benedizzione a medicamenti piú violenti, e con destrezza di mano fanno di belle mostre, cavando dallo stomaco degl'infermi cose che non vi entrarono, né vi potrebbono capire. Ma è bella osservazione che, per guarire la maggior parte di questi mali, il vero rimedio è contrario all'altre curazioni, cioè cacciarne i loro medici, e, per il contrario, scoperto uno di questi medici essorcisti, saltano fuori un mondo di queste infermità quasi incognite, ove non sono curatori.

Il nostro Lagrimino, tra le sue venture, ebbe la cura della moglie d'un marzaro, all'insegna del Gallo in Merzaria, per nome Deffendi. E come avviene d'ordinario, la prattica andò longa. Il frate, oltre gl'essorcismi in chiesa, la visitava anco in casa, e non finí questa tresca ch'il marito si avvidde mancargli in bottega tanta quantità di rasi, mussoli, tele di gran prezzo, che fu per vacillare nel credito. Fece ritener per la giustizia il suo garzone, il quale confessò che 'l frate gl'aveva, con saputa della moglie, fatto torre le dette robbe, e nel dar conto, disse averne portate gran somma a maestro Gabriele e non poca parte in corte del nunzio. E restò esplicato il misterio perché aveva bel fare il generale instanze che 'l Lagrimino era apostata e si facesse carcerare, che né 'l provinciale, né il nunzio l'ascoltavano, ma lo trattavano da persecutore. Il marzaro, che vive ancora, non specolando piú oltre, se non che costui era frate de' servi, veduto qualche frate, con querimonia gli narrò il fatto; e la andò di modo che fu cavato copia del processo e fatta capitar in Roma al generale, ov'era anco maestro Gabriele. Il qual generale portò il caso et il processo avanti il governatore di Roma, che, vedendo una ribalderia tale, né sapendo i favori che maestro Gabriele aveva in corte, lo fece sprovistamente carcerare. Non credo ch'in vita sua il Santa Severina si mostrasse mai tanto esser uomo, né facesse palese ch'anco i grandi sono uomini e soggetti agl'affetti stessi che la piú bassa plebe. Gridò, strepitò, batté de' piedi, maledí, andò dal papa, dal governatore. Non poté però cavare il prigione senza la dilazione di molti giorni. Perché anco il Lagrimino, ch'era passato in Umbria, fu carcerato in Roma, et in confronto sostenne le cose sudette. E benché dopo fosse fatto ridire, e caricato su 'l generale, e liberato, sparí però dal mondo senza esser Enoch.

Vidde benissimo il cardinale che non era piú possibile nel capitolo che instava in Roma crear generale maestro Gabriele. Pose però il generale sotto giudizio, lo fece trattener in Santa Maria in Via per carcere, particolarmente per l'accuse del Lagrimino d'esser stato subornato; e scrisse, e di suo ordine furono fatte nell'ordine tante essorbitanze e violenze, con pretesti, con cause e senza cause, adoperando gl'inquisitori, che non le crederebbe chi non le avesse vedute. Fra queste, nel capitolo provinciale di Venezia ch'instava e doveva celebrarsi in Vicenza, creò presidente con breve papale il vescovo di quella città, Michel Priuli, uomo di gran senno e prudenza, che vedendo da un canto la disposizione de' frati, e dall'altro i comandamenti del cardinale, non sapeva trovar partito. E vedendo gl'animi delle fazzioni accesi, fu incitato dalla fazzione favorita dal cardinale ad una novità, mai piú tentata, di ricercar i rettori di fare intervenire nel monasterio alcuni sbirri, acciò non nascesse disordine, ma veramente per intimorire, se non violentare l'altra parte. Ma questo fece peggio, perché ostinò le parti e fece durar il capitolo otto giorni, che si suol spedire in poche ore. E questi sbirri, che viddero la reduzzione di circa ottanta frati senza alcuna arma, a pena i coltelli, avevano deposti gl'archibugi carichi e l'arme in abbandono ne' claustri in certe tavole ivi per loro poste, et essi senza altro pensiero se ne stavano o nella cantina a bere, o nella dispensa, o per il monte a spasso. Rodevano i frati la catena in vedere un stuolo di simil gente senza proposito alcuno, cosa mai piú fatta e di cosí cattivo odore alla religione, consumare le sostanze che dovevano alimentare i religiosi. Essacerbavano i spiriti le ponture e motti de' piú appassionati, che dicevano che, non arrendendosi agl'ordini del cardinale, molti sariano caduti in una prigione et anco in galera, de' quali come gocciole disponevano. E l'ultima, che quasi cavò la pietra, fu ch'una sera venne da Vicenza al monasterio di Monte, ove il capitolo si teneva, il vescovo con un altro breve papale, oltre quello della presidenza, venutogli da Roma a Vicenza in quaranta ore, che dava ordine che potesse il presidente cacciare di capitolo il vicario del generale, e con amplissima auttorità di sospendere, trasferire, prolongar il capitolo e fare ciò che stimasse opportuno; restando qualche persona sensata con piú riso che maraviglia che per un'azzione capitolare, cosa di tanto poco rilievo, già si vedessero due brevi apostolici, il papa entrato nella comedia dopo gran cardinale, con l'auttorità Sanctorum Petri et Pauli, ch'era «magno conatu nugas agere», come dice l'adagio.

La fazzione a cui favore tanto si faceva, era ridotta nella comitiva del vescovo, et entrò tumultuariamente e con gridi nel monasterio, e per solennizar il trionfo, fece anco portar inanzi due spade nude in alto, con certe acclamazioni piú convenienti a plebe ch'a religiosi. Questo cagionò tanta alterazione ch'immediate una mano di gioventú, la notte stessa, che le porte stettero aperte, introdussero nelle celle con gran silenzio numero di quei bravi vicentini con cui tenevano conoscenza, e furono risoluti la mattina, mentre il vescovo e capitolo fosse ridotto, come si faceva, nel refettorio, e gli sbirri lasciati gl'archibugi in abbandono, secondo l'ordinario (che tra longhi e corti non erano meno di quaranta), dare di mano a quelli e far quel rissentimento che l'ira e le tante offese gli somministrassero. Sostennero costoro quanto puotero di trattare con alcuno che ne potesse avvisare il padre Paolo; ma troppo è difficile che cosa saputa da molti non si palesi. N'ebbe l'odore, et è certo che con gran fatica, vegliando gran parte della notte, alcuni pregando, ad altri comandando, e tutti illuminando del pericolo a che si mettevano, della leggierezza delle cose che si trattavano, del scandalo che sarebbe nato, ch'essendo a tutti la sua auttorità veneranda, acquietò il moto.

Ma ben vidde esser di necessità terminare quelle discordie che non si sarebbono piú contenute ne' confini di farla co' voti, ma sarebbono passate a cose maggiori. Perché fatto quel principio e presa una risoluzione cosí terribile, s'avrebbe da molti imparato a farne d'altri simili. E non è ne' governi freno piú sicuro che il sapersi ch'i mali grandi siano possibili. Per tanto risolse il padre fare l'ultimo sforzo per levare quelle divisioni, il che non si poteva fare se non andando egli in persona a Roma. Ma gl'attraversava la denoncia sopradetta della lettera con la cifra, e della communicazione con eretici. Perché, se bene vedeva l'insussistenza, e che 'l cardinale protettore non s'era mosso per instanze sopra ciò fattegli, benché ad inquisitori fossero state da lui commesse contra frati cause di leggierissimo rilievo ch'anco s'estinguevano, passato che fosse il ponto di votare in un capitolo, ch'era uno de' fini di tali menate, nondimeno considerava quello che può fare un grande sdegnato, ch'ha in mano il giudizio, come Santa Severina, capo della congregazione del Santo Offizio, e ch'in Roma, sotto Clemente, sapeva quanto fosse stato vicino al papato, e che non era totalmente estinto il dubbio se la sua elezzione fosse valida. Perciò Clemente pasceva l'umore del cardinale col lasciargli fare ciò che voleva. Oltre ch'era veramente un grand'uomo, attivo e che poteva e sapeva condur ogni negozio ove voleva, come è facile a' grandi valersi d'ogni pretesto e giustificare ogni cosa dopo fatta. E consultò co' suoi intimi sopra questo pericolo; et essendo i pareri che non potesse ricever danno, massime che da una gran quantità di lettere del cardinale (che sono ancora in essere, e le ho vedute, quando pensavo fare questa vita come un'istoria epistolare e ponerle dopo per argumento di quanto si scrive, se la longhezza e moltitudine non me lo dissuadeva) constava averlo in concetto di somma integrità, di gran prudenza e d'averlo desiderato in Roma et interessato nella corte. Ma il padre facetamente raccordò la favola che la volpe prudente, al bando fatto dal leone degl'animali cornuti, si ascose, dicendo che, s'avesse voluto il leone che le sue orecchie fossero corna, chi avrebbe per lei tolta la diffesa? Risolse però d'andare. Ma come era suo solito d'essere cosí confidente nella divina providenza, come se le cause seconde si fossero per niente, e nondimeno tralasciare mezzo alcuno, come se le cause seconde fossero produttrici degl'effetti, ottenne prima buone lettere da amici all'ambasciatore per la serenissima republica in Roma et a molti gran prelati di corte; poi con lettere aperse tutto il fatto al cardinale d'Ascoli, ch'esso ancora era della congregazione del Santo Offizio, con cui aveva sempre continuato servitú e commercio anco di lettere, e da quello fu essortato andare.

 




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