Sarpi si apparta dalla vita dell'ordine
Ritornò a Venezia et all'amata ritiratezza e quiete,
con qualchie gravame delle sue come naturali indisposizioni, essacerbate dal
viaggio e patimenti. E se bene vi restava, come suol dirsi, un poco di mare
vecchio delle passate fortune, tutto però egli con una prudenza incomparabile e
pazienza moderava. Et in questi anni che seguirono parve ch'anco le sue
infermità volessero far pace, che per lo spazio di piú di 25 anni non gli
avevano fatto che tregue brevi e mal sicure. Imperò che del flusso epatico
restò sano, senza saper altra cagione che del periodo suo finito. Aveva di
tempo in tempo fattovi diversi rimedii, cosí per la gran cognizione ch'aveva
della medicina, com'anco per parere de' medici conspicui, eccellenti e celebri,
de' quali aveva in Venezia et in Padova gran familiarità. E per la procidenzia
dell'intestino retto, ch'in passando inanzi con gl'anni poteva renderlo inabile
ad ogni azzione e fissarlo se non in un letto, almeno in una stanza, egli aveva
di tempo in tempo tentate cose assai senza profitto. Poi si diede a trovar
istromento per ritenerlo, e dopo molti, diede in uno finalmente cosí
appropriato, ch'ha potuto portare quel male sin'all'ultimo giorno di sua vita,
senza che l'impedisse da azzione alcuna, piú che se non l'avesse avuto, et è
cosí facile e di sí pronto uso, ch'avendolo comunicato anco ad altri, gli ha
fatti i medesimi effetti, conservandogli al moto, alle azzioni, che senza di
quello, o altro dell'uso medesimo, senza dubbio sarebbono stati in gran pene e
difficoltà.
Durò questa calma circa sei anni, che la sua vita
era, dopo i divini offizii, a quali mai mancava, come s'è detto, senza
impedimento, tutta spesa ne' studii e nella conversazione da' virtuosi. Dalle
note ritrovate, che ancora sono in essere, appare ch'egli in questo tempo
mutasse la qualità de' suoi studii e tutto si dasse, oltre l'istoria
ecclesiastica e profana, quale studio mai intermesse, alla filosofia morale.
Per avventura, ciò che di Socrate si scrive, non è un fatto singolare o pure
volontario, ma come naturale a tutti gl'intelletti ch'hanno del transcendere,
che dopo speculato ove si può arrivare dall'universo, si trasportino totalmente
alla morale, quanto alle cose inferiori unica speculazione dell'umanità. Ciò
nasce o dal desiderio fatto piú intento di migliorarsi, o da qualche
acatalepsia che s'incontri, o da sodo giudizio della vanità anco delle scienze
e della eccellenza della virtú, o della singolarità di quella parte di
metafisica, ch'ha per oggetto l'intelligenza e suoi modi, e l'azzioni umane
interne, o da altro. Certo è che 'l padre Paolo s'applicò a tali studii e vi si
diede tutto.
Per inanzi aveva essaminate tutte l'opere d'Aristotile
e di Platone, che ve ne restano alcune notarelle di parte in parte di quello e
[di] dialogo in dialogo di questo, ma cosí brevi e per il piú con scrivere la
sola prima lettera della dizzione, che si vede chiaramente che overo scriveva a
sé solo, per rammemorativi, overo nella sua vecchiezza dissegnava materia di
qualche opera. Ma credo il primo, perché non si prometteva vita d'un anno, come
ha sempre constantemente affermato. Aveva essaminate anco le dottrine di tutti
gl'antichi filosofi, di tutte le sette, per quanto restano le memorie in
scrittori sparse, e fattone giudizio.
Aveva parimente essaminate l'opinioni de' scolastici
cosí de' reali, come de' nominali, ch'egli stimava molto; il che pure consta da
alcune note di simile forma; le matematiche di tutte le spezie, le medicinali,
le anatomiche, i semplici, i minerali, le mecaniche di tutte le qualità, sopra
le quali vi restano note nel modo sopra detto, e quel poco che v'è
d'intelligibile è tutto prezioso e mostra che ricchezza fosse nascosta in
quella minera di quel raro intelletto. Restano ancora lettere de' primi uomini
in erudizione del suo tempo, in quali si vede che ricercavano il parer suo
nelle piú ardue difficoltà delle scienze, particolarmente delle matematiche. E
quando alcuno aveva o osservato, o inventato cosa alcuna peregrina, ne voleva
il suo giudizio. Oh, gran danno, di non vedersi le sue risposte! Ho veduto
certo discorso mandatogli da un Marioti, che in molti capi tratta del flusso e
riflusso, e si vede che 'l padre non l'approvò per saldo dalla copia d'una
lettera, in quale gli dice mandargli ciò ch'intorno al moto dell'acque aveva
egli osservato et inteso. Io deploro l'infortunio delle lettere e la sventura
degl'uomini, che sempre di tempo in tempo si sia perduto quello ch'i
grand'ingegni hanno ritrovato. Che sciagura è questa che nell'istorie ci sia
necessario cominciare da Erodoto, e tutto il precedente (non vanno in questo
rollo le sacre della Bibia, dono di Dio, non industria umana) non sia altro che
favole e sconcerti; nell'astrologia e geografia da Tolomeo; nelle matematiche
da Euclide; e tutto il resto, cioè l'opere di tanti eccellenti spiriti, de'
quali a pena resta il nome, siano perite. Mi cava di penna la deplorazione di
questo infortunio l'esser perito quello che del moto dell'acqua scrisse il
padre, ch'in soggetto tale, cosí mi persuado, avrebbe dato cibo agl'animi di
tanti intelletti in quello sempre famelici, senza pur speranza di poter
incontrare cosa ch'almeno in apparenza gli contenti.
Ma negl'anni seguenti, de' quali parliamo, si vede che
tutto s'immerse in quella sorte di studio, che tutto versa in svellere i vizii
dell'animo, e piantarvi o coltivarvi le virtú. Et in questo ha scritto tanti
librizzoli che si portava addosso, con sentenze e documenti, cosí de' piú
celebri antichi, come anco suoi proprii; che se mai verranno ordinati in luce
si vedrà una raccolta di preziose gemme d'inestimabile valuta. Tre sole cose ho
vedute elaborate alla maniera de' piccioli opusculi di Plutarco; una medicina
dell'animo, in quale applicando gl'aforismi scritti per la sanità e cura del
corpo alla cura e sanità dell'animo, ch'egli constituisce, per quanto pare, in
stato, non in moto, e nell'indoglienza, a quale però mai l'uomo arriva in
questa vita, ordina molti singolari mezzi per conseguire la tranquillità; un
altro opusculo, del nascere dell'opinioni e del cessare che fanno in noi; et
uno che l'ateismo ripugni alla natura umana e non si truovi, ma che quelli che
non conoscono la deità vera, necessariamente se ne fingono delle false. Vi sono
anco due libretti continuati, come una metafisica, ma imperfetti o pieni di
sensi nuovi, e però astrusi. Vi è parimente un breve essame de' suoi proprii
difetti, de' quali s'aveva proposta la cura. Questo meritava cader nelle mani
di quelli che, dopo morte, come cani seguggi, non hanno lasciato viotolo, ove
non siano andati traciando, per investigare qualche odore d'imperfezzione,
ch'avrebbero ben veduto un uomo che non adulava sé medesimo, ma si scrutiniava da
dovero ne' piú rinchiusi recessi del cuore istesso, e vedeva e censurava in sé
medesimo quello ch'ad ogn'altro occhio sarebbe stato invisibile. E quelli che
per il rimanente della sua vita piú di vent'anni intrinsecamente hanno vissuto
seco, santamente ancora attestano non aver potuto osservar alcun tal difetto;
perché forse in quei sei anni di studio nella morale si fosse veramente
medicato, come fanno i veri possessori della sapienza, che studiano non per
parer dotti, ma per esser veramente buoni.
Ma tutto era niente rispetto all'affissione alle
divine scritture, particolarmente del Testamento Nuovo, senza alcun
espositore, ma co' soli testi greco e latino, che leggeva sempre da capo a
fine, e lo ripetiva tante volte, che l'aveva tutto in memoria, et all'occasioni
lo recitava in quel modo stesso, che per la cotidiana frequenza i religiosi
sogliono recitare i salmi ordinarii. E l'attenzione era cosí profonda, che,
secondo che nel leggere osservava di meditare qualche ponto, faceva nel suo Testamento
greco, alla parola o verso, una lineetta di questa sorte --, e col leggerlo
e rileggerlo, non v'era píú riga o quasi parola che non fosse segnata. Il che,
avendo risaputo dopo morte un prencipe grande, per curiosità fece ricercar quel
libretto. Si vede però che l'istesso studio per inanzi avesse fatto del Testamento
Vecchio; et ho veduto il suo breviario, in che recitava l'offizio, segnato
tutto al sudetto modo, ne' salmi specialmente, quali tutti sapeva a mente; e
certo è ch'anco tutto quello che si dice nel celebrar la messa. Di che è
conveniente dimostrazione l'osservato che negl'ultimi anni non si vedeva senza
occhiali, sí che potesse legger una sola parola, o di scritto o di stampa,
senza essi; e pure sempre senz'occhiali celebrò la messa.
Non ho potuto sapere se in questo sessennio avesse
dalla sua assiduità et immersione ne' studii altri che due deviamenti. L'uno fu
ch'essendo creato vescovo di Ceneda Leonardo Mocenigo, ch'era uno di quelli che
molte volte, benché non tanto frequentemente come gl'altri, interveniva in quel
glorioso congresso di tanti celebri personaggi del ridotto Mauroceno, volle il
padre prima instruttore nella professione canonica, et in quello ch'oltre la
litteratura che possedeva, era conveniente al suo nuovo stato episcopale, e di
poi per compagno per andar a Ferrara, ove trovandosi papa Clemente VIII, doveva
esser essaminato e consecrato. L'altro fu la famosa difficoltà, che per la
potenza delle fazzioni domenicana e giesuitica resta tuttavia indecisa,
dell'efficacia della grazia divina, detta De auxiliis, della quale tanto
è stato detto e tanto scritto.
Alla contemplazione di questa lo trasse il vescovo di
Montepeloso, che prima era stato suo intrinseco amico, maestro Ippolito da
Lucca, uomo di molte lettere scolastiche, ma di maggior fama di bontà. Questo,
avendo letto molti anni la teologia nello studio et università di Ferrara, era
anco confessore di madama la duchessa d'Urbino e molto confidente servitore,
quando Alfonso, ultimo duca di Ferrara, venne a morte. Fu quella principessa in
cattivo concetto appresso i buoni, d'aver poco fedelmente procurato il bene di
Cesare da Este, et il padre sudetto anco esso, o per verità, o per intrinseca
servitú con quella principessa, fu in fama sinistra d'aver nelle confessioni e
raggionamenti, corrotto prima con larghe promesse e gran speranza, persuaso
alla duchessa d'aderir alla fazzione ecclesiastica. Ne ebbe immediate una lieve
ricompensa dal cardinal Aldobrandino del sudetto piccolo vescovato nel Regno;
ma fu sempre trattenuto in Roma, deputato per uno de' prelati che essaminassero
la sudetta controversia, et egli, a cui era ben nota l'erudizione del padre,
procurò con lettere, con ogni sforzo, di farlo andar a Roma, con ampie
promissioni. Dopo, vedendolo risoluto a non aprire la bocca a quei ventosi
gonfiamenti, l'indusse per l'amicizia a rivedere quella materia, e con lettere
comunicargli i suoi sensi. Ma questo non dové essergli di gran deviamento,
perché già aveva sottilissimamente letti e studiati tutti i padri antichi et in
tutti aveva una prattica singolare. Ma Agostino in particolare, in cui s'ha la
dottrina spettante a quel ponto piú ch'in tutti gl'altri insieme (e si può dire
che gli due tomi sesto e settimo, oltre il decimo, non abbino altro scopo),
l'aveva cosí familiare, che non si poteva toccare un luogo, al quale egli
subito non mettesse mano, et al sentirlo allegare, non sapesse s'era fedelmente
portato, e ch'egli non potesse continuare in recitarlo piú a longo, e dire
gl'antecedenti e conseguenti, come si fa d'auttore meditato e pratticato. Non
resta ne' scritti ritrovati memoria alcuna; ma ben si vede dalle lettere
responsive del sopradetto vescovo che per molti mesi, di spazzo in spazzo, gli
scriveva di questa materia, e cose che, facendo supremo onore a quel prelato,
sempre lo muovevano a stimular il padre d'andar a Roma, ma invano. Egli era,
per quello che dalle sudette lettere appare, dell'openione di san Tomaso,
ch'egli nominava, di san Paolo e di sant'Agostino, contro gl'antichi e moderni
pelagiani e semipelagiani. Vi resta solo in tal proposito una breve scrittura,
in quale appare ch'ad instanza d'un prencipe esplicasse lo stato di quella
controversia nella lingua italiana e quali siano le opinioni de'
controvertenti, con le loro esplicazioni e principale fondamento. Cosa breve,
ma che dimostra la lucidezza di quella mente e la felicità dell'esplicarsi
nelle cose piú ardue.
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