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Fulgenzio Micanzio
Padre Paolo

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  • L'interdetto di Paolo V contro Venezia
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L'interdetto di Paolo V contro Venezia

In questo tempo si può dire che terminasse i suoi studii quieti e la sua privata vita, e di qua al fine de' suoi anni entrasse in altro mondo, o pur al mondo, e piacque a Dio chiamarlo ad opere alle quali non avrebbe mai pensato doversi applicare. Ma l'uomo non è per sé nato, ma per la patria principalmente e per il bene commune. La disputa se l'uomo savio debbia applicarsi a' governi, altri la trattino. Il nostro padre ci darà l'essempio di non ricusarefatica, né pericoli per il servizio di Dio e della patria; e che l'uomo da bene e sapiente è lontano da quella erronea dottrina, inventata da una turba di sediziosi ingannatori, che della polizia secolare non parlano mai se non come di cosa cattiva, benché sia instituita da Dio, et in cui l'uomo da bene può servire a sua divina Maestà con vocazione tanto pia et eccellente, che o nissun'altra l'uguaglia, o di corso non la supera, cosí nel bene comune, com'in un ossequio della piú suprema pietà, che nella Chiesa sia essercitata, et al quale, sino dalla nascente Chiesa, Dio di tempo in tempo ha chiamati i piú grandi eroi di tutto l'ordine ecclesiastico ancora.

Fu in questo tempo assonto al pontificato il cardinal Camillo Borghese, sanese, Paolo V, che nel fine dell'anno 1605, o perché nel tempo che fu auditore della camera aveva preso grand'inclinazione a fulminar censure, o perché fosse poco bene affetto alla serenissima republica di Venezia, o perché fosse instigato da alcuni religiosi (come io tengo di certo, e n'ho argomenti chiari) ch'a guisa di vipere stracciano et avvelenano il petto del Stato che gli nudrisce, presa occasione da alcune leggi della republica, che pretese esser contra l'immunità ecclesiastica, venne in manifesta dissensione; pretendendo il papa che le leggi fossero non solo ingiuste, ma scancellate et abolite; et all'incontro la republica che fossero giuste e buone et in nissun conto contrarie alla legitima libertà della Chiesa. Bollendo questo disparere fra quei due gran prencipi, alcuni senatori primarii, che per l'innanzi erano stati famigliari del padre, cominciarono piú strettamente conferire con lui di questa controversia, che non s'era potuta celare non solo in Venezia, città che per la sua ampiezza e concorso per il negozio di tutte le regioni, tutto sa e niente può tacere, ma né anco per tutta Italia; e da' suoi ragionamenti confermati nella precedente conoscenza ch'avevano di lui, passarono a fargli dar qualche publica comunicazione di tal negozio. Andò questo fuoco come sotto le ceneri di proposte in risposte e di ragioni per ambe le parti, covando circa due mesi, quando, nell'entrar dell'anno 1606, diede fuori maggiori fiamme di monitorii o comminazioni di censure. Perilché, essendo la materia parte teologica e parte legale, l'eccellentissimo senato venne in risoluzione appresso i consultori di jure elegger anco un teologo e canonista. E dopo aver sentita legger una breve scrittura sopra quell'affare, a questo carico elesse il nostro padre, che poi ha servito 17 anni, non solo per quella facoltà, ma anco per consultore di Stato, anzi si può dire per tutti i carichi. Imperoché per le sue mani, com'è detto, sono passate tutte le sorti di materie, di pace, di guerra, de' confini, de' patti, di giurisdizzione, di feudi, e di qualunque altra sorte di trattati o controversie. Anzi questo può far conoscer quanto universale, fedele e sincero fosse il suo servizio, ch'essendo dopo mancati di questa vita i consultori in jure, uomini d'eterna memoria, Marc'Antonio Pellegrini, Erasmo Graziani, Agostino dal Bene, la serenissima republica si trovava cosí ben servita del solo padre in tutte le sorti d'occorrenze, ch'a quelli non fece successori, come per inanzi costumava, se non uno, il signor Servilio Treo della città d'Udine, e mancato questo, restò il padre solo.

Entrato che fu nel carico, stimò aver necessità di compagni d'esperimentata fede, a cui tanto potesse credere quanto a sé medesimo, et anco come d'una mano per rivolgere libri. Perché il costume di questi tempi porta che non basta sapere le cose e le risoluzioni con le loro ragioni e fondamenti, ma a questi conviene congionger longa serie d'allegazioni de' dottori dell'una e l'altra legge. E chi non vuol errare sul credito altrui, ch'in tali propositi sovente inganna, gl'è necessario di punto in punto vedere gl'auttori in fonte; cosa di piú fatica che d'ingegno. Per questi fini rivolse l'animo sopra di fra Fulgenzio bresciano, al quale per molti anni aveva fatto il favore d'una stretta familiarità, d'introdurlo ad ordinatamente studiare et insegnato non già con ordinarie lezzioni, che stimava un modo piú pomposo che di frutto, ma alla socratica et obstetricaria, imponendogli di leggere i tali libri o la tale materia, e poi, sopra quella discorrendo, investigare la verìtà, mostrare gl'errori e ben fondare l'intelletto. Modo veramente tanto singolare et eccellente per incaminarsi al sapere, quanto disusato per non servir alla pompa et ostentazione. Tollererà il lettore questo poco di digressione in questo luogo, che serve a levare un'obiezzione fatta alla bontà del padre, non solo da' frati, ma anco da' piú grandi et intimi amici, ch'egli, essendo cosí raro in tutte le discipline, fosse cosí parco nel comunicarle ad altri. E sono passati molti sin al tassarlo di natura invida et ambiziosa, che non godesse in vedere ch'altri sapesse et occultasse i suoi ricchi talenti del sapere. Ma veramente la cosa non sta cosí, anzi ha avuto la piú amorevole e benigna anima in questo particolare, che forse si possa ritrovare; perché comunicava con prontezza inestimabile tutto quello che l'opportunità chiedeva, con una prudenza cosí ammiranda, non tutto a tutti, ma a ciascuno secondo la loro capacità o professione, e nel modo sopradetto. Si potriano qui rammemoarare gentiluomini e religiosi ch'ha fatti perfetti chi nelle morali, chi nelle matematiche, chi nelle naturali. Ma il ridursi ad esponere un auttore ex professo, Aristotile o Platone o san Tomaso o Scoto o Graziano (dalle matematiche in poi, le quali l'insegnarle senza ordine e non insegnarle è tutto uno), questo era cosí contrario al suo genio, che non lo poteva tollerare e l'aveva per un modo pedantesco, che servisse non per sapere e migliorar la sua anima, ma a parlar con sottilità et ostentar ingegno, et anco a farsi pertinace nell'opinioni, piú che scrutatore sincero della verità.

Ritornando alla narrazione, risolse d'aver seco in compagnia il sudetto fra Fulgenzio, il quale allora si ritrovava in Bologna, nel sesto anno di carico di leggere la teologia scolastica, avendo prima letto tre anni a Mantova, et anco dal generale dell'ordine era stato disposto che perseverasse altri tre anni in Bologna, et aveva datovi principio. Ma il comandamento del maestro, che lo ricercava senza eccezzione e con espressione d'averne necessità per la sua vita, gli fece rompere tutti gl'ostacoli, e lasciata la lettura e qualunque speranza che potesse aver conceputa di dignità nella religione, e con sicurezza di quello che in breve gl'avvenne, della confiscazione della sua povera libraria e di quelli mobili che si trovava concessi ad uso, venne ove la carità del suo amato maestro o padre lo richiedeva.

Dopo che la controversia tra questi due gran prencipi uscí da termini di potersi metter in negozio per le sole parti, prima che altri principi potessero interponersi, come di poi fecero, per l'accomodamento, era il padre con gl'altri consultori continuamente adoperato dalla publica prudenza, investigando l'eccellentissimo senato come, salva la riverenza debita alla Sede apostolica, dovesse governarsi per mantenere la sua libertà e potestà di prencipe soprano et independente nel suo dominio. Fece il padre diverse informazioni per ordine publico, che si ritrovano, e specialmente un breve trattatello intorno alla scommunicazione, nel quale con somma brevità, e quanto comportava una scrittura da leggersi in un tal sacrario per instruzzione, con somma chiarezza, comprese tutto quello ch'è l'essenziale di quella censura, la sua instituzione, l'uso legitimo della Santa Chiesa, il modo come i prencipi e le republiche si sono governati in tali avvenimenti; (poiché sarà difficile trovare governo tra cristiani cattolici ch'in qualche tempo non abbia patito di tali incontri dalla corte di Roma, dopo che nell'undecimo secolo di Nostro Signore entrò l'abuso d'adoperare l'armi spirituali a fini mondani), tutto comprese brevemente conforme alle Sante Scritture, a' santi concilii, a' sacri dottori antichi, e come in quella debbe il fedele, e specialmente un prencipe pio e cattolico, diportarsi. È stato gran danno che fra l'altre sue scritture pertinenti al publico, che sono molti gran volumi e di prezzo inestimabile, in tutte le materie di Stato, questa non si sia trovata; et egli, ch'in vita teneva sotto chiavi sino a' minimi bolletini e le sue notarelle anco d'una parola ch'al publico spettasse e nel suo fedele servizio avesse scritto, avendo ricercata questa, non la ritrovò mai. Ma v'è ben un certo rudimento, che mostra esser stata la prima abbozzatura del discorso, pieno di sodezza e pietà cristiana. Oltre le sue scritture o consultazioni, delle quali non conviene dir altro se non che l'eccellentissimo senatonota la sua sapienza e prudenza), ha per publico decreto voluto che siano copiate in libri per gl'usi futuri nel governo, fu necessitato contra sua voglia e contro quello ch'in tutta la sua vita s'aveva proposto, a publicare anco alcune opere scritte in questa occorrenza.

Primieramente fu stimato necessario dar un breve racconto al mondo dello stato della controversia, la quale da' scrittori alla corte romana divoti et applicati veniva mascherata e disguisata in modo che restava il popolo ingannato, come che la controversia mossa toccasse la religione, ove d'altro non si trattava che di giurisdizzione. E sul bel principio da Milano uscí una longa scrittura a stampa, e fatta studiosamente capitare et affigere di notte ne' luoghi publici in Bergamo e sul Bergamasco, in quelle terre che nel temporale sono soggette alla serenissima republica e nelle cose spirituali all'arcivescovo di Milano. Conteneva cose essorbitanti: che i sacramenti non sarebbono validi, i matrimonii concubinati, i figli illegitimi, et altre tali cose contrarie alla dottrina della medesima legge canonica. Questo fece vedere la necessità di dare un breve racconto al mondo della verità. E perché il padre non ha mai fatto professione di lingua, nella quale non aveva mai fatto studio, se non per servirsi all'esplicazione de' suoi sensi, raccolse in una scrittura in capi tutto quello che gli pareva opportuno da dirsi, e fu poi dato carico di dargli forma a Giovanni Battista Leoni, uomo versatissimo nella bellezza della lingua italiana, ch'aveva sempre atteso a quella quando fu secretario del cardinale Commendone et altri prelati, e felicemente aveva dato alla stampa molte cose grate a' virtuosi. E dopo esser stato egli un giorno in compagnia del Leoni per ben informarlo, essendo occupato continuamente in cose maggiori, mandò fra Fulgenzio, ch'aveva avuto qualche parte in far quella raccolta e vedere diversi luoghi in fonte negl'auttori, a discutere le materie di capo in capo. E prima che accettare carico publico, per quattro mesi continui, giorno e notte studiò quella materia, per esser prima ben risoluto in sua coscienzia della giustizia della causa veneta e de' suoi fondamenti. E mentre che 'l Leoni s'affaticava in distendere quei sommarii, si raccordò il padre del trattatello in materia di scommunica di Giovanni Gersone, dottor parigino, celebre per esser stato cancelliere della famosa Sorbona di Parigi, per essersi grandemente affaticato nel concilio di Costanza a levare quel longo scisma, che durò 37 anni nella Chiesa romana, et era stato riputato di dottrina e di pietà celebre, e visse e morí con fama di perfetta santità. Lo fece vedere ad alcuni senatori gravissimi, i quali vedendo che pareva scritto di punto in punto per i propositi correnti, con la loro auttorità lo fecero tradur dal padre nella lingua italiana, e prefigergli una breve epistola in fronte; e cosí andò alla stampa. Contro alla qual operetta, avendo scritto il cardinal Bellarmino et attacatosi particolarmente alla lettera sudetta, incaricando l'auttore di falsità nell'interpretazione e di dottrina contraria a quella della Chiesa, e poi confutando anco l'operetta stessa del Gersone, si vidde in necessità il padre di rispondere e diffender la dottrina di Gersone insieme, e mandò alla stampa un libro che vive e che porta il titolo d'Apologia per Giovanni Gersone; nella quale so ch'i' dotti e pii cattolici, e che non antepongono a' fonti chiari o l'ambizione e l'adulare la corte alla propria coscienzia et alla soda dottrina cattolica, non hanno saputo che desiderare, né quanto alla modestia nello scrittore, né quanto alla profondità della dottrina, né quanto alla sufficienza della diffesa. Ma essendo l'opera publica, il giudizio lo facciano i dotti e pii professori della verità.

Il Leoni scrisse, ma come quanto all'eleganza e dolcezza della lingua diede anco soverchia sodisfazzione, cosí in quello che toccava il corpo sodo e la sostanza in niun modo sodisfece. E veramente è impossibile che chi non è per se stesso capace d'una materia, ad informazione altrui ne possa scrivere bene sodamente; e quanto piú per l'erudizione della lingua e forma di lei s'affaticherà negl'ornamenti, tanto piú l'opera riuscirà vuota di buoni sensi. Non piacque neanco agl'altri che la lessero. E perché in questo mentre in diverse parti erano usciti alla stampa un stuolo di libretti pieni di somma petulanza et impudenza, e ne' quali o senza toccare la controversia si consumavano in maledicenze contra la serenissima republica et in concetti sediziosi con i popoli, o pervertivano afatto lo stato della causa, per poter confutar i proprii fantasimi et imbrattare la carta in vana diceria et adulatorie declamazioni, o leggermente toccato quello che si trattava, divertivano a materie impertinenti, fu stimato necessario che per ordine publico il padre Paolo scrivesse egli medesimo; e scrisse l'opera che corre sotto il suo nome e porta il titolo di Considerazioni sopra le censure, della pietà e sodezza della quale sono giudici gl'intendenti, e se le confutazioni fattele contra sono confutazioni o confessioni d'una causa disperata.

E perché contra questa, come contra un bersaglio, indirizzarono le loro saette una moltitudine di scrittori (de' quali è cosí abondante l'età nostra) che de' loro studii o scritti hanno per fine il guadagno o gl'onori piú che la verità, tra tutti ritrovando ch'un padre Bovio, carmelitano, aveva scritto manco spropositi, volse ch'a questo fosse risposto col libro chiamato Le confirmazioni, che porta il nome di maestro Fulgenzio, il quale se merita laude, tutta debbe esser attribuita al padre, col cui indirizzo et aiuto fu composto. Sua è anco, et opera di corso di penna, oltre la fatica di vedere le lettere e documenti publici. L'aggiunta e 'l supplimento all'istoria degl'Uscochi del già monsignore Minucio. L'opusco De jure asylorum Petri Sarpi iurisconsulti, ch'è il nome ch'al secolo portava il padre Paolo, è l'estratto d'una sua scrittura, d'ordine publico fatta, per dar regola uniforme di proceder in questa materia dell'immunità de' luoghi sacri in tutto il serenissimo dominio, e però piú ampla nel suo originale, e come fu presentata al publico, contenendo leggi particolari e trattazioni in ciò passate co' sommi pontefici et un capitulare per la prattica. Ho veduta in mano d'alcuni del governo una longa scrittura a penna, che tratta dell'Offizio della santa Inquisizione di Venezia e di tutto lo Stato, fatta pure di comandamento publico. E se bene pare ristretta solo agl'usi della serenissima republica, è però una pezza singolarissima, degna, per le cause isquisitissime e rarissime che contiene, che tutti i prencipi come gemma preziosa la procacciassero, non solo a peso d'oro, ma come già i libri di Democrito. Ma si può credere che quei signori che l'hanno ne conoscono il valore e siano per tenerla come le gemme.

Queste sono l'opere del padre Paolo che si sono vedute manuscritte correre, o a stampa sotto il suo nome solo, o di certo sono reputate sue, benché in varie occorrenze fatte. Perché il Trattato dell'interdetto, posto per proposizioni, fu compilato per comune consenso delli sette teologi ch'in questo tempo la serenissima republica uní per essaminare quella materia. Dopo è corsa opinione in molti luoghi, ma in Roma hanno publicato per cosa indubitata, ch'egli fosse l'auttore dell'Istoria del concilio tridentino, spiegata in otto libri e stampata in lingua italiana in Londra, che poi è stata tradotta in tutte le lingue in Europa piú comuni: argomento che sia opera non ordinaria. E può esser che Roma n'abbia preso argomento dall'esser certo che 'l padre Paolo per longo tratto d'anni con somma cura andava raccogliendo quanti documenti poteva con amicizie, con spesa, non risparmiando fatica, intorno la celebrazione di detto concilio, e non solo in Italia, ma anco fuori. E nel tempo che gl'era lecito conversare con gl'ambasciatori de' prencipi, che fu anco dopo l'esser teologo e canonista, sino che fu fatto consultore di Stato, ebbe l'ingresso in tutte le secrete.

Era stato intrinsichissimo di quelli di Francia, di Ferrier, di Messe e di Fresnes, e di Ferrier particolarmente, che s'era trovato nel sudetto concilio e n'aveva gran memorie e lettere, che sono il fondamento piú sicuro e reale dell'istoria. Ha fatto di ciò argomento, benché lieve, l'inscrizzione, ch'è «Pietro Soave Polano», ché l'anagrammatismo riviene a «Paolo Sarpio Veneto», il nome e cognome del padre. Ma a questi incontri la materia è infinita e la fatica vana.

Sia come si voglia, sono di parere che 'l giudizio del sapere del padre non si possi fare da' scritti suoi, se non fosse con la discrezione, che come sottil artefice può da una sol unghia conoscere la grandezza del leone, e come nell'istorie, che dalla misura d'un solo dito si comprese per regola di proporzione la grandezza e vastità del colosso di Rodi. Imperoché nell'opere scritte nella necessità di quei dispareri piú fu lo studio in quello che conveniva tacere che dire. Potrà ben, chi leggerà, avvertire la gran modestia con che parla in un tempo, che con scandalo alla posterità egli era stato lo scopo di tutte le penne maligne, petulanti e tinte di piú veleno di calonnie e maledicenze che d'inchiostro. Contuttociò, come non irritato mai, osservò con ogni isquisitezza piú tosto di diffendere la causa che stimava giusta, che rispondere alle detrazzioni.

Si sono ancora vedute le rubriche di 206 capitoli d'un'opera, che si vede ch'egli aveva nell'idea, della potestà de' prencipi, le quali danno indizio che dovesse esser la piú bella et importante composizione che sia mai comparsa al mondo. E se ne può far argomento dall'estesa ch'egli ha fatta de' tre primi capitoli solamente; la prima abbozzatura de' quali di mano del padre istesso è capitata in mano dell'illustrissimo signore Giorgio Contarini. Quel signore, ch'oltre la nobiltà dell'illustrissima sua casa, ha congionta una vivacità d'ingegno incomparabile et un giudizio singolare et altre doti che lo rendono cospicuo, facendo raccolta di molte cose peregrine, massime de' non volgari scritti de' piú grand'uomini, ha procurato questa, e con prudenza non la lascia uscire di sua mano, a mio credere perché, sendosi mandate quelle rubriche in diversi paesi ove si trovano uomini celebri in dottrina et erudizione, per incitargli, se sia possibile, ad intraprender l'impresa di scriver quell'opera, di cui il padre ha lasciata la sola idea, il spargersi de' tre sudetti capitoli già abbozzati potria piú tosto levar l'animo a chi che sia, ch'incitarlo all'impresa, per dubbio di non aggionger ad un capo umano un collo equino e membri difformi. Che del rimanente questo signore, oltre la sua propria credenza che potesse trovar in un frate un groppo di tante virtú eccellenti, dopo che ne venne in conoscenza e si fece con la conversazione intrinseco, non l'onorò, ma, si può dire, l'adorò come un nume; perché il grande suo ingegno gli faceva penetrare l'eccellenza di quell'anima; e dopo morte nissuno è stato piú ardente in onorarlo. Fu egli quello che dopo morto, mentre chi piú doveva meno ci pensava, come avviene in tali casi, ne fece fare l'effigie in gesso et in tela, per poterlo poi, come ha fatto, scolpire in madreperla, intagliar in rame. E non gl'essendo queste imagini riuscite di gusto, fa ogni cosa per averne l'effigie in marmo. Tutti affetti del suo cuore generoso et argomenti dell'intelletto sublime.

Viene a proposito di questo luogo il raccordare il manifesto torto che gl'hanno fatto gl'ecclesiastici di concepire contro di lui un odio cosí arrabbiato et ingiusto per i suoi scritti o per i suoi diportamenti per il tempo ch'è stato al publico servizio, poiché ne' suoi s'è astenuto da ogni recriminazione, et ha servato tutte le leggi d'un vero teologo e riverentissimo della Sede apostolica e della pontificia dignità et auttorità. E piacesse a Dio che tutti fossero tali, che sarebbe in altra venerazione, e la venerazione piú ampiamente estesa. E quanto a' scritti altrui, non credano gl'ecclesiastici ch'in quel tempo mancassero le persone che rispondevano in forma a tante calonnie e maledicenze contra la serenissima republica et i difensori della sua causa. Ma il padre Paolo per comandamento publico si riduceva co' sei colleghi nella canonica ad essaminare tutto quello che veniva presentato per dar alle stampe; e sopra tutto s'attendeva che non vi fosse cosa di che potesse la corte restar offesa. E restano ancora tante scritture non permesse ad esser stampate per questo rispetto. Et è degna d'eterna memoria la gran pietà della republica, che, per questo effetto, oltre l'essame sudetto, aveva anco deputato tre senatori de' piú celebri per età, meriti et onori, i quali, dopo fatta la relazione da' sudetti teologi, rivedevano ancor essi ogni cosa prima che si dasse alle stampe, con riguardo rigorosissimo che si stasse nella causa e non si offendesse la parte contraria, la quale [come ricambiasse] questa pietà è noto al mondo, et hanno dato eterno scandalo alla religione cattolica che siano venuti a tale, ch'appresso loro non altro sia religione cattolica, se non quanto è il loro interesse et arbitrio.

E perché ne' scritti ch'in quel tempo e dopo ancora a varii propositi sono usciti a stampa (s'averanno vita, di che v'è poca apparenza e minor ragione, salvo che favoriscono le pretensioni della romana corte) le maledicenze contra il nostro padre sono innumerabili, le imposture e le calonnie le piú impudenti e le piú notoriamente false, che forse mai contra alcuno fossero inventate, di questo non doveranno gl'uomini saggi, pii e prudenti prendersi maraviglia, ma raccordarsi ch'in tutti i secoli non sono mancati de' simili pestiferi scrittori, che per servir alla corte hanno finti tanti trattati sotto nome di celebri scrittori e santi padri, corrotte le vere narrazioni, portate leggende favolose, e sopra tutto ammorbato il mondo con imposture et infamazione di quelli, l'opere de' quali non potevano né estinguere, né confutare. Ma dopo che sono state suscitate le moderne religioni piú attacate agl'interessi della corte, questa licenza d'alterare, corromper, mentire, fingere, calonniare è fatta cosí grande, ch'in comparazione tutti i secoli e tutte le sette restano canonizate, non che diffese; perché non ha piú limite tal impudenza, fondata oltre i luoghi comuni, che la maledicenza trova facile adito e che la falsità si dice in brevi clausule, ma la confutazione è difficillima e ricerca longhe narrazioni, che con impazienza sono lette, e da pochi, e che uscita una calonnia, pochissimi sono quelli che stimino aver interesse nella discolpa del calonniato o nell'investigazione del vero, massime che da una parte sono gran premii et allettamenti, dall'altra poco o nissun mondan avanzo. Ma di píú hanno questi moderni le proprie ragioni d'esser in questa materia, com'è l'antico detto: «gnaviter impudentes», ch'è la sicurezza che, per notoria che sia l'impostura, l'attacherà però a molti, et indubitatamente ad un numero si può dire innumerabile de' loro devoti e dependenti, che, senz'altra discussione della verità, tutto ricevono sul credito loro, come già facevano i discepoli ne' misterii eleusinii o, per più in proposito parlare, i seguaci de' gnostici, manichei et altre tante sette, a cui era unico argomento di credere ogni essorbitanza: «ipse dixit». E questo era necessario dire quanto a' scritti.

Ma nell'azzioni meritarebbe il padre Paolo che la sua memoria fosse dagl'ecclesiastici sempre benedetta. E testificherà per sempre tutto l'eccellentissimo senato, tutta la republica, quanto ingiustamente gli fosse opposto ch'egli o cercasse d'eccitar mai contra l'immunità ecclesiastica legitima, o consigliasse mai cosa alcuna che ridondasse in diminuzione dell'auttorità della Sede apostolica. Testificheranno con quanta arte, con che singolar prudenza temperasse alle volte l'ardore, ch'anco ne' piú pii cittadini suol accendere il zelo della propria libertà contra chi n'è riputato offensore o usurpatore della sua giurisdizzione. Testificheranno la suprema riverenza con che ha sempre parlato e scritto de' sommi pontefici e della Sede apostolica. Né però con questa moderazione puoté fuggire che non fosse citato in Roma a rendere conto della dottrina scritta.

Alla citazione egli rispose con un manifesto, ch'è in stampa, provando cosí chiaramente la nullità della citazione e l'impossibilità di trasferirsi a Roma, ch'ancora resta senza confutazione. E le cose seguite mostreranno se poteva fidarsi e s'era giusto che (come umilissimamente supplicava) gli fosse prima assegnato luogo sicuro ove diffendersi, che proceder piú oltre. Al che senza aver risguardo, si passò a Roma (per quel ch'è stato sparso in voce, che non se n'è veduto documento legitimo) al dichiararlo in corso nelle censure e pene ecclesiastiche, benché fosse detto che dal manifesto restarono cosí sorpresi, che non vennero alla publicazione. Formò anco una longa scrittura, che dopo si seppe esser stata presentata al papa medesimo, in quale succintamente raccolse molte eresie formali e tiranniche dottrine, trovate ne' scrittori della parte del pontefice difensori. Poi quanto a' suoi scritti s'offeriva che, se lasciato quel modo ambiguo e capzioso della sua citazione, perché vi fossero proposizioni eretiche, scandalose, erronee, offensive delle pie orecchie respective, (con tale parola forense rendendo il tutto inintelligibile), ma come egli da' scritti degl'ecclesiastici aveva sul particolare e nominatamente raccolte e notate le proposizioni cattive, cosí fosse fatto delle sue, s'offeriva andar in qualunque luogo de' cattolici sicuro, per ivi disputarle con chi si fosse, e di retrattare prontamente, se gli fosse mostrata cosa che ricercasse retrattazione. Il che anco a bocca replicò a Sua Santità l'ambasciatore e la sudetta scrittura portò seco e la comunicò a' prelati in Roma, che la vollero.

Parve che Dio, giusto giudice, nel tempo stesso che se gli levava contra cosí gran borasca di persecuzione, volesse da altra parte confortarlo e consolarlo; e come non suole Sua divina Maestà lasciar a' servi suoi peso maggiore di quello che colla santa grazia ponno portare, accrescendogli le fatiche della sua carità, e le persecuzioni da cosí alta mano, lo risanò di quelle gravi infermità, che sino dalla sua gioventú aveva con invitta pazienza tollerate, e nella debolezza della sua complessione si trovò cosí sano come si potesse desiderare, colla sola procidenzia sopranominata, che niente stimava, avendo coll'instromento trovato modo che non gl'impedisse le azzioni; e la retenzione d'orina non lo travagliò piú sin all'anno 70 di sua età, che nel tempo di che parliamo n'aveva 55.

L'azzioni di questo anno del padre dariano materia di troppo longo discorso. La pietà con la quale l'eccellentissimo senato si diportò dopo grave offesa e cosí continuate ingiurie verso la santa nostra cattolica religione, la riverenza verso il pontefice stesso, che gl'aveva fatto l'ingiuria, la prudenza del suo governo, la carità verso i subditi, si vede in parte nella relazione particolare fatta dal padre d'ordine publico per memoria, che poi dopò non si sa come sia andata in stampa, ma è certo che stampata venne di Francia, et è poi stata ristampata.

Ma per il nostro proposito, le memorie che restano in tutte le istorie delle tragedie lagrimose che sono successe quando i pontefici sono passati a scommunicare prencipi e publicar interdetto, e quelle medesime anco che sono avvenute quando con tali censure la serenissima republica è stata ingiuriata, paragonate co' successi di questa, che pur durò sedeci mesi, potrebbe far degno d'eterna memoria e canonizar il padre per uno de' piú pii, santi, benemeriti e prudenti religiosi che mai servendo prencipe con fede incorrotta servissero anco la santa Chiesa et i pontefici medesimi, se fosse vero quello che i scrittori della parte ecclesiastica hanno in tanti libri a stampa publicato, che tale fosse la riputazione del padre, che le sue consultazioni fossero come oracoli ricevute et esseguite. Perché con tanta mansuetudine fu proceduto contro que' religiosi che o per scropolosità di coscienzia (che furono pochi), o per fazzioni et interessi disubidivano agl'ordini publici, che nissuno fu assolutamente nella vita punito per alcuna offesa, et a rarissimi levata la libertà d'andare ove volessero. Cosa che non si troverà nell'altre occorrenze, nelle quali la serenissima republica contro gl'offensori usò la potestà datagli da Dio di vendicare l'ingiurie de' malfattori. E veramente la natura del padre era cosí mite, che bene si confaceva con la publica clemenza; né mai consultò, ch'anco nelle piú gravi offese publiche non raddolcisse le deliberazioni, quanto ad uomo vivente fosse possibile, e non iscusasse tutto quello ch'era di scusa capace. In somma, mai serví di stimolo ad altro ch'a la mansuetudine. Di freno non occorreva servire alla prudenza del governo, ma bene a' particolari ardenti e nelle scritture in particolare ch'essaminava per le stampe. Nelle sue tutto lo studio era in tacer quello che potesse offender, non in quello che potesse dir in diffesa, che la materia era amplissima; e la fatica era in ritagliare, non in aggiungere. E chi ha veduto i suoi originali, può far fede quanto bramasse stare nella causa, senza lasciar scorrer la penna a cosa ch'anco per interpretazione potesse esser tirata ad offesa; se bene la maliziosa sottilità degl'adulatori ha mostrato che non è cosa cosí moderatamente detta che non sia soggetta alle prave esposizioni.

Aveva la fazzione della corte, tra l'altre arti per superar in questa controversia, tenuto anco questa, di mandare diversi sotto varii pretesti per sviare, o con promesse, o con minaccie, o con ambi questi mezzi, quelli che servivano la serenissima republica, particolarmente quei religiosi che facevano il collegio de' sette teologi, come anco gli venne fatto di desviare due dal debito della loro conscienzia. E veramente gl'offizii furono cosí violenti, tanto delle minaccie, quanto delle promesse, che se non fosse stata la troppo chiara giustizia della causa veneta e la troppo notoria infamia d'abbandonarla dopo averne essaminata, conosciuta e diffesa la giustizia, ogni piú saldo cervello avrebbe potuto vacillare. Tale però era il concetto, anco degl'istessi nemici, dell'integrità del padre, ch'avendo tentati tutti gl'altri, con tutte le machine da crollare la debita fede, col padre non ardirono mai di fargli muover parola. E certo è che, partendosi da Roma il generale de' servi, maestro Filippo Ferrari alessandrino, amico intrinseco del padre, papa Paolo gli diede strettissime commissioni di rimuover dal servizio della republica i due del suo ordine, fra Paolo e fra Fulgenzio, con ampie promesse; et il generale rispose che quanto al padre Paolo non sperava di far frutto. Et andato dal cardinale d'Ascoli, con cui il padre era stato molto intrinseco, e comunicatogli il suo pensiero di tentare questa rivolta, gli disse il cardinale apertamente ch'aveva veduti i scritti del padre e lo conosceva, che però era opera persa e da non tentare. Conosceva quel grande e dottissimo prelato la sodezza delle ragioni venete, la incorruttibilità del padre e l'animo impenetrabile dagl'allettamenti della corte, ambizioni, commodi e terrori. E quando don Francesco di Castro venne ambasciatore straordinario del re Cattolico a Venezia per trattare l'accomodamento, aveva seco persone religiose di portata, che però nissuna osò parlar al padre. Un solo una volta gettò la rete, ma indarno. Un Martino Asdrale vallone, uomo eccellente per spiare, venne a Venezia per sazietà e mala sodisfazzione della corte, e di longa mano s'avviò a pratticare alla bottega del Secchini sopranominata. Nissuno di lui aveva piú distinti avvisi di quello ch'in Roma si faceva spettante a questa controversia, nissuno era piú libero in dannare la furia del pontefice. Era di non assurdo ingegno, e con molta prattica uscí poi anco a destramente proponer l'animo vindicativo del pontefice, gettando fondamenti al dissegno che gliene fosse fatto precetto publico; e può esser vero.

 




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