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Fulgenzio Micanzio
Padre Paolo

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  • La visita di Scioppio a Venezia
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La visita di Scioppio a Venezia

Capitò in questo tempo che già le controversie erano composte in Venezia, Gasparo Scioppio, uomo per i suoi scritti alle stampe ben noto al mondo, e veniva da Roma per passar in Germania, come diceva, o perché portasse seco, come fu detto, una scrittura piena d'ignominia contra la republica per darla alla stampa in Germania, et altre scritture piene d'impietà, come quella d'un tal fra Tomaso Campanella dominicano, che per aver voluto tradire Cosenza a' turchi era da' spagnuoli tenuto nel Castello dell'Ovo. In quella documentava il re e governo di Spagna come, sotto varii pretesti di religione, s'appropriassero il papato, ove eccitassero il papa ad intentare nuove controversie a' principi minori, continuandole sino che venisse l'opportunità di levargli i Stati; passando anco come poi i spagnuoli dovessero o voler il ponteficato in uno de' suoi, potendo esser re e papa insieme, overo tenersi il papa istromento dell'oppressione degl'altri. Fosse per questa o per altra causa secreta ch'incorresse l'indignazione publica, cadè nella retenzione di tre o quattro giorni, se furono tanti, e poi per ordine comune ebbe licenza d'andar per i fatti suoi.

Prima di questo accidente volse trattare col padre, e discorsero di materia di lettere longamente, in particolar della dottrina degl'antichi stoici, che professava volere dalle folte tenebre rivocare alla luce, et altri suoi eruditi pensieri, e molto anco di materia di Stato, massime de' protestanti d'Alemagna. E poi ritiratosi col padre, cominciò a rimostrargli che 'l papa, come gran prencipe, ha longhe le mani, e che per tenersi da lui gravemente offeso non poteva succedergli se non male, e che se sino a quell'ora avesse voluto farlo ammazzare, non gli mancavano mezzi. Ma che il pensiero del papa era averlo vivo nelle mani e farlo levare sin a Venezia e condurlo a Roma, offerendosi egli, quando volesse, di trattare la sua riconciliazione, e con qual onore avesse saputo desiderare; asserendo d'aver in carico anco molte trattazioni co' prencipi alemanni protestanti e la loro conversione. Rispose il padre che non aveva fatto cosa per la quale dovesse Sua Santità restar offesa. Aver diffeso una causa giusta. Rincrescergli sommmamemte che tal diffesa si fosse incontrata coll'indignazione del pontefice. Esser stato individuamente compreso nell'accomodamento e non dover presupporre mancamento della fede publica in un prencipe. Quanto al farlo ammazzare, non se ne prender alcun fastidio. Esser cosa machinata contra imperatori, esseguita contra re e prencipi grandi, non contra privati di bassa fortuna come egli era. Ma se pur ciò si dissegnasse, esser preparato al divino beneplacito, e non esser cosí ignaro delle cose umane, che non sapesse ciò che fosse la vita e la morte, e se si debbano, da chi le conosce, o bramare o temer piú del dovere. E se l'avesse fatto prender vivo per condurlo a Roma, tutta la potestà del papa non arrivar ad impedire ch'ogni uomo non sia prima padrone di sé ch'altri, e ch'anco egli sarebbe stato prima padrone della sua vita che 'l pontefice. Ringraziandolo del buon affetto e non curando partito alcuno, poiché la sua causa era cosí congiunta con la publica, che non si potevano disgiungere.

Parvero strane le due proposte di far ammazzare o prender vivo il padre; ma le cose seguite non molto dopo faranno chiaro che 'l Scioppio parlò con fondamento e che erano di già poste in dissegno. Egli partí da Venezia, et in una sua satirica composizione narrando aver avuto congresso col padre Paolo, attesta averlo conosciuto «non indoctum, nec timidum». Ma il padre era tanto buono che non era abile a pensar male, e stimò che fossero concetti del Scioppio; oltre che di sua natura era oltre modo intrepido e, rimesso al divino beneplacito, viveva confidentissimo nella sua innocenza. E se bene piú volte fu fatto avvertire d'aversi cura, perché a' signori inquisitori di Stato (questo è un magistrato supremo in Venezia, al quale capitano le piú occulte trattazioni) veniva dato avviso che si machinasse contra la sua vita, e che per molte volte dalla carità di quei signori venisse certificato et ammonito di guardarsi, mai diede segno di punto curarsi, o per grandezza d'animo, come possono assicurare quelli che molte volte l'hanno esperimentato, o per esser sicuro che non avviene alcuna cosa senza divina disposizione, e che le cose da Dio disposte non possono impedirsi con alcuna cauzione o predizzione; anzi bene spesso le sollecitudini e soverchie cauzioni sono tra le cause degl'evenimenti, massime che in tali accidenti è un travagliarsi nell'incerto et infinito. Certo egli non volse mai mutar punto il suo costumato modo di vivere, e diceva non importar a lui morire piú ad un modo ch'all'altro, pur che si mora giustificatamente, perché era ben sicuro ch'in nissun punto la morte gli sarebbe sproveduta. E tra l'ecellenti virtú di quest'uomo è stato il non aver stimato la vita, ch'è un raro essempio di chi ha altamente radicato nell'animo esser cosa indifferente il vivere et il morire.

 




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