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Fulgenzio Micanzio
Padre Paolo

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  • L'attentato contro il Sarpi
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L'attentato contro il Sarpi

Sei mesi dopo l'accomodamento successe un accidente che diede molto da dire al mondo e comprobò che 'l Scioppio non aveva parlato in aria, e che gl'iterati avvisi al padre di guardarsi non era        no superflui. Imperoché la sera delli 5 d'ottobre, circa le 23 ore, ritornando il padre al suo convento di San Marco a Santa Fosca,       nel calare la parte del ponte verso le fondamenta, fu assaltato da cinque assassini, parte facendo scorta e parte l'essecuzione, e restò l'innocente padre ferito di tre stilettate, due nel collo et una nella faccia, ch'entrava all'orecchia destra et usciva per apunto a quella vallicella ch'è tra il naso e la destra guancia, non avendo potuto l'assassino cavar fuori lo stillo per aver passato l'osso, il quale restò piantato e molto storto.

Ne' successi umani si fa mirabile la divina providenza, e la prudenza umana piú fugge di vista, constando certo esser nell'azzioni una forza esterna e longa catena di cause fuori di noi, alle quali né il nostro sapere, né alcuna considerazione può arrivare. Erano piú di tre mesi che mai, se non quella sera, il padre fu lasciato che non avesse seco in compagnia, oltre fra Marino, suo servitore, anco il padre maestro Fulgenzio con un compagno di spirito et animoso; perché se bene gl'avvisi di guardarsi erano continui, caminavano però questi religiosi con intiera confidenza, non temendo male, perché sapevano aver operato bene e diffesa causa notoriamente giusta, e credendosi che, passato quel bollire della controversia, nissuno dovesse esser d'animo cosí empio e tirannico che dovesse, dopo cosí solenne accomodamento, presumer di dar al mondo et a tutti i prencipi un cosí scelerato essempio, che vi sia chi pretenda che i prencipi non possino aver persone dotte che sostentino le loro ragioni, senza temere i sicarii. Quella sera fu lasciato dal padre maestro Fulgenzio e dal suo compagno per un caso tale.

Erano due giorni inanzi per casual incendio arse quelle case nella saliciata di San Lio che va verso San Marco, ov'è la strada che viene verso la Merzaria, ora rifabricate di nuovo; e sentendo raccontare maestro Fulgenzio quest'incendio, ch'ancora non s'era potuto estinguere, gli venne voglia e ricercò il padre d'andar a veder, con animo di ritornar a levarlo. Ma sendosi trattenuto tanto che stimò dovesse esser andato a casa per la strada di San Lio, venne al monasterio. Onde il padre quella volta sola in cosí lungo tempo si trovò col solo suo compagno, ch'essendogli dietro, al sfodrar l'arme e gl'archibugi, fu preso da uno degl'assassini e strettamente legato alla traversa ne' bracci, sino che l'altro credé aver levato di vita il padre e piú non lo feriva, avendo lasciato lo stillo nella ferita, e preso in mano gl'archibugí per atterrire alcune persone del popolo che correvano a quella volta e gridavano. E dopo, benché lasciato fra Marino da chi stretto lo teneva, vedendo tre de' sudetti assassini uniti, e dopo sentendo sparare gl'archibugi, immediate, senza pur dar una voce, se ne fuggí sbigottito.

Un vecchio, Alessandro Malipiero, è ben degno d'esser raccordato qui per un'anima sincera e virtuosa, ornata d'una soda pietà senza fizzione, amico della verità. Questo buon vecchio, nobilissimo per nascita, ma piú nobile per l'integrità della sua vita e per una pietà senza fuco e senza superstizioni, et in età decrepita d'un giudizio costante e savio, com'era solito ogni sera accompagnar il padre, a cui portava un amore e venerazione singolare, ch'era tra loro vicendevole, andava un poco inanzi al padre, che coll'avantaggio del ponte l'assassino ebbe piena comodità di colpire e gli diede piú di quindeci colpi di stillo, come fu veduto da alcune donne ch'erano alle finestre, e se ne vedevano i fori nel capello, nel capuccio e nel colare del giuppone, ma tre soli lo ferirono. In che chi non vede una particolare divina protezzione, che levò e la forza e l'ingegno al sicario, che con una leggier punta, o ne' fianchi, o nella schiena, avrebbe potuto spedire quell'innocente, che non si mosse, non disse parola e restò, com'egli riferiva, parendogli nelle due prime stilettate aver sentito come due botti di fuoco in un istesso tratto, e nella terza come se gli fosse caduto gran peso adosso, con certo stordimento, che non fece concetto, se non confuso.

Le donne alle finestre alzarono i gridi et il signor Malipiero si rivolse in dietro e, vedendo lo stillo nella testa del padre, con un sforzo lo cavò fuori e cominciò gridare agl'assassini, che gli due immediate vidde con le pistolle in mano, che presero per strada San Marciliano e di in Corte Vecchia della Misericordia, in fine della quale avevano la gondola et i compagni che gl'aspettavano, e si salvarono in casa del nunzio residente in Venezia, donde quella sera istessa passarono al Lido, ove anticipatamente avevano preparato una peotta a dieci remi e ben armata, che gl'attendeva, e con quella se n'andarono verso Ravenna, o, come altri dissero, verso Ferrara. Divulgato il caso et inteso che gl'assassini s'erano ricoverati in casa del nunzio, fu cosí grande la sollevazione del popolo et il concorso, ch'essendo già notte si trovò quella casa circondata, e con voci d'ignominia e clamori popolari, si vidde l'istessa persona del nunzio in pericolo manifesto, e l'eccelso consiglio de' Dieci fu astretto mandargli numerosa e publica guardia per impedire che non nascesse qualche grave inconveniente.

Non furono cosí subito seguitati gl'assassini per un altro strano accidente. Si erano introdotti i comedianti, e quella sera a San Luigi, ove era il teatro, si recitava una di quelle comedie, che chiamano opera con intermedii, e v'era concorso tutto il vicinato, che per le contrade di Santa Fosca oltre ogni usato non si vedeva la solita frequenza; il che serví a' sicarii di piú certa ritirata. L'essecutore di questo assassinio fu un Ridolfo Poma, che, prima mercante in Venezia e stimato uomo d'onore e poi fallito, s'era ritirato a Napoli per riscuotere certi suoi crediti, e di a Roma, ove fu ben veduto. E restava con maraviglia ogn'uno dell'intrinsichezza presa col cardinale Borghese, che l'introdusse anco al zio papa, e favoritamente gli fu promesso far ricevere monache due figliuole, ch'aveva lasciate nello Stato di Venezia. E faceva restar attoniti i suoi amici, a' quali scriveva che di breve avrebbe riscossi i suoi crediti e sarebbe ancora da loro veduto in stato grande, e constò da sua lettera sino aver conceputo speranza d'esser cardinale. Questo fu il condottiere, insieme con un Alessandro Parasio anconitano, e compagni gli furono dati un Giovanni da Fiorenza, figliuolo di Paolo, che prima, per poter star in Venezia senza sospetto tanto che si maturava questo tradimento, s'era fatto rollare in una compagnia de' soldati, la quale doveva servire sotto un capitano per le navi destinate in Soria et Alessandria; et un Pasquale da Bitonto, parimente soldato d'un'altra compagnia, uomini esperimentati in simile professione, come da' loro gravi bandi (che tutti erano banditi) si può argomentare. La spia, o guida, fu un prete, Michiel Viti bergamasco, solito offiziare in Santa Trinità di Venezia, che non lasciò dubitare quanti mesi precedessero questo bel effetto prima che fosse mandato alla luce; poi che questo prete la quadragesima antecedente, sotto specie d'aver gusto delle predicazioni del padre maestro Fulgenzio, andava ogni mattina in convento de' servi alla porta del pulpito, che risponde alla parte di dentro, e cortesemente trattava con lui, ricercandolo anco di qualche dubbio di coscienza. E continuò di poi sempre a salutarlo et anco andar in convento a visitarlo, parlandogli sempre di cose spettanti all'anima. Cosí facilmente et ordinariamente la religione è fatta istromento delle piú gran sceleraggini di quelli che o sono caduti dalla destra, o affascinati da più potente errore, con ubbidienza cieca si lasciano guidare.

Prima di questo essecrando successo per innumerabili volte aveva maestro Fulgenzio osservato che quasi infallibilmente, nel ritornar a casa col padre e con la compagnia, s'incontravano sul ponte di Santa Fosca, o poco di qua o di , ora con uno, ora con due soldati, che dopo constò esser i sicarii. E perché gli vedeva fissamente risguardar il padre e talvolta, trapassati, rivoltarsi a guardargli dietro, di ciò l'avvisò. Ma di ciò fu ripreso di troppa curiosità e sospizione perché alle cose che debbono succedere nissuno avvedimento umano può trovare impedimento.

Prima di ritornar al padre ferito, tollererà il lettore un poco di trastemporazione e digressione sopra i sicarii, perché l'animo non restarebbe contento senza udirne gl'avvenimenti. Fu verificato per documenti publici che, nel venire Ridolfo Poma con i compagni a Venezia, levò mille scudi dalla camera d'Ancona, et essendo dopo il fatto a Ravenna con la nuova dell'uccisione del padre Paolo, furono onoratamente ricevuti, e fu detto ch'anco dalla camera di Ravenna avessero altri mille scudi; ma non l'affermo, perché non consta di certo. Gli si providde di carrozza e di compagnia armata, e nell'altre città di Romagna andavano con gl'archibugi in apparenza di trionfo. Cosí venivano accarezzati da' governatori, sino ch'in Ancona, ove essendo per mare precorsa la fama che 'l padre era ferito, ma non morto, parve molto scemarsi l'allegrezza. Arrivarono a Roma, ove, se bene furono ricevuti et assegnatigli trattenimenti, non però fu sodisfatto alla loro aspettazione; e dimorarono in Roma sino che tutti capitarono male: prete Michiel Viti fu posto in Torre di Nona (non ho potuto sapere qual fosse la causa o pretesto), ove trovandosi un frate de' servi carcerato, questo a molti di quell'ordine riferiva di pazze cose sentitele dire, che gl'erano state promesse, e le maniere di questo negozio, ch'egli diceva gran servizio da sé fatto alla Chiesa. Al Poma, nel farlo prendere dal barigello, fu d'archibugiata ucciso sugl'occhi suoi, o ferito onde morí, un figlio ch'aveva seco, et egli mandato a Civitavecchia, ove miseramente morí in carcere. S'è veduto gl'anni dopo in Venezia un altro figliuolo del Poma, giovine di gran statura e di bellissimo aspetto, ma del tutto forsennato, e però scherzo de' fanciulli, stracciato mezzo ignudo e mendicando anco. Era nato come un essempio della punizione di Dio, che passa da' padri ne' figliuoli con una visita terribile. Degl'altri tre non so dire i successi particolari, o qual di loro fosse decapitato nella rocca di Perugia. Certo è che tutti capitorono male.

Questo fu l'evento certo. Ma perché in Roma, dopo avergli et assicurati e stipendiati qualche tempo, appresso si venisse in risoluzione di carcerargli e scacciargli, come l'effetto è palese, cosí la causa è in occulto, come d'ordinario avviene delle risoluzioni de' prencipi grandi. Fu detto esser stata la loro impazienza dell'effettuazione delle promesse, ch'al Poma portò la fama esser stata di diecimila scudi, et agl'altri anco molto grandi, per quali si dassero a straparlare del cardinale Borghese e del papa medesimo con termini stravaganti, scoprendo troppo distintamente quello che, per non esser stato perfettamente esseguito, non aveva intiera lode, né anco da quelli che possono darla alle cose fatte, e stava meglio occulto. Fu detto sino che gli fosse attribuito, che trattassero d'ammazzare Borghese et anco il pontefice. Tale è la fecondità di trovare cause nelle corti et in Italia particolarmente.

Quello ch'io stimo piú verisimile, e che mi è stato accertato da un prelato ch'ancor vive, è ch'in questi tempi, essendo morto Ridolfo imperatore, e dovendogli succeder il fratello Mattias, mandò il pontefice il cardinal Mellini suo legato in Germania per intervenire a quell'azzione, per le pretensioni ch'hanno i pontefici nella creazione degl'imperatori. Nel ritorno del cardinal in Roma riferí che i cattolici di Germania ricevevano scandalo ch'in Roma fossero trattenute persone, ree di cosí essecrando delitto, onde gl'eretici prendevano occasione di publicare scritti nefandi contra la persona del papa e con l'ignominia di tutto l'ordine de' cardinali. Penetrò al pontefice questa narrazione, o fosse aiutata, per non dargli i diecimila scudi promessi, dal loro parlare ardito, che l'irritasse. Certo è che diede ordine che fossero licenziati da Roma, benché con trattenimenti in altri luoghi. Il che parve loro cosa aspra, che si diedero a lamentarsi d'esser traditi, e che queste non erano le promesse loro fatte, con quali s'erano posti ad evidente pericolo di morire ne' patiboli, mancandosegli ora di fede, in maniera ch'anco fra' turchi sarebbono d'infamia, irritando tanto quegl'animi de' grandi et impazienti d'ogni lieve ingiuria, che gl'avvenne l'infortunio narrato; provando l'antico detto: «Non piacer ad alcun prencipe i traditori»; e «La divina giustizia con piede zoppo giongere i piú veloci cursori».

Ora ritornando al ferito padre, la prima cosa, legate le ferite e coricato in letto, fu prepararsi nella sua anima verso Dio, per prender, come la mattina seguente fece, la santissima communione con somma umilità, pregando tutti i padri, che con molte lagrime erano assistenti, di scusarlo se per l'impedimento delle sue ferite non poteva molto parlare, como avrebbe desiderato, per poter con maggiori dimostrazioni del dolore de' suoi peccati chieder perdono a Dio. Et essendo venuto, com'è l'ordine di questo governo, l'avogador a prender il suo essame, ch'era il signor Girolamo Trivisano, oggidí general in Candia, gli disse non aver nemico alcuno, che sapesse; non aver conosciuto alcuno; pregare l'eccelso consiglio de' Dieci che, come egli di cuore perdonava a chi l'aveva offeso, cosí volesse non farne alcuna dimostrazione, se non quanto poteva servire al guardarsi, quando avesse piacciuto a Dio prolongargli ancora la vita. Ben dimostrando in fatti, come cristiano e figliuolo del celeste Padre, l'ubidienza debita al santo Evangelio, e come filosofo aver diradicato dall'anima ogni spirito di vendetta ch'è una sorte di selvaggia giustizia, ma profondamente inserta della natura. Ma non fu atto singolare di questa offesa, ma servato inanti e dopo in tutta la sua vita, di non procurare giamai vendetta in cosí gravi offese che gl'avvennero. Et il piú che mai si sia sentito uscire da quella benedetta bocca, in caso d'ingiurie e torti, anco atrocissimi, di parole, scritture o fatti, era con un volto sereno: «Videat dominus et requirat». Seppe il suo caso il general Filippo alessandrino la seguente mattina in Treviso, e venne in diligenza a visitarlo, essendo stati amici intrinsechi, che udendo onde veniva il fatto, restò attonito, e con fra Fulgenzio, con cui aveva communicate le sue commissioni, non sapeva piú formar parola.

Alla sua cura, seguendo l'antico instituto di fuggire ogni ostentazione e parere nell'infermità, se pure si debba ammettere non piú d'uno, voleva ch'il solo signor Alvise Ragoza, giovane, ma molto discreto e nella chirurgia di mano placida e legatura non grave, gl'attendesse. Ma la condizione della persona et i publici rispetti lo costrinsero a lasciare che fosse nella sua cura posta mano da quasi tutti i piú celebri e fisici e chirurgici di Venezia, oltre quelli che, d'ordine publico, ci vennero da Padova, tra' quali Girolamo Fabrizio Acquapendente, amico vecchio et ammiratore delle virtú del padre. E questo fu comandato di star sempre in convento, assistente insieme col signor Adriano Spigelio, che pure successe anatomico in Padova, sin a tanto che si vedesse ove terminava il male, a vita o morte, perché dell'uno [o] dell'altro fu molto lungo il dubbio et i giudizii. Perché, oltre che le ferite erano gravi per se stesse, e molto piú per la complessione del ferito, tanto estenuato per natura, ch'anco sano pareva un scheletro, cosí distintamente se gli potevano numerare gl'ossi, come per l'uscita del sangue, che lo lasciò appunto come essangue, e stette piú di venti giorni che non si poteva muover punto, né alzar una mano, s'aggionse ancora un'altra accidentale gravezza al male, ch'era reale, la moltiplicità de' medici, ch'è un male proprio de' grandi. Perché ad alcuni pareva che le ferite, colla negrezza de' labri, dassero argomento d'arma avvelenata, e qui alle teriache ne' medicamenti, che cagionarono infiammazioni; ad altri pareva ch'avessero sini; e qui a tagliare. Onde il paziente fu astretto tollerare tanto da' medici, quanto dal male, che fu molto longo con varie recrudescenzie e pronostichi di vita e di morte.

In tutto questo corso il padre si portò colla sua solita pietà e costanza, nella quale era mirabile, non tralasciando ne' dolori framettere alcuno de' suoi detti. Come una volta mosse a riso tutti i medici e chirurgici, che non erano meno di dodici, perché nel medicarlo, dicendo l'Acquapendente non aver medicata ancora la piú stravagante ferita, prontamente il padre disse: «E pure il mondo vuole che sia data stilo Romanæ Curiæ». La sera stessa posto in letto, intendendo esser ivi lo stilo, che gl'era restato nella testa, se lo fece portare e volse co' deti maneggiarlo, et immediate disse: «Non è limato». Poche ore dopo corse una fama che i sicarii fossero presi. Fanno fede quelli che si trovarono presenti e vivono, che di questo solo mostrò gran dispiacere, e disse: «Potriano manifestare qualche cosa che dasse scandalo al mondo e nocumento alla religione». Il che si può creder dicesse, perché già era certificato che direttamente si fossero ricoverati in casa del nunzio, e del tumulto sopra narrato. In tutto il corso dell'infermità mai diede un segno di senso di dolore, come nel medicarlo, nel tagliarlo per ampliare i fori che, essendo di stilo e profondi, secondo l'arte, ricercarono dilatazione. E perché l'osso della mascella destra superiore era rimaso rotto, piú volte quando pareva la ferita tendente a sanità, la natura facendo abscesso per mandar fuori le schiengie, rinovò le infiammazioni sempre con accessi di febre considerabili, sino che totalmente fu guarito, rimanendo le cicatrici in faccia ne' luoghi dell'ingresso et uscita dell'arma.

Voleva il signor Alessandro Malipiero lo stilo, parendogli avervi sopra giurisdizzione per averlo cavato fuori della piaga. Ma considerando il successo, se non pieno di miracolo, almeno d'una particolare dimostrazione della divina providenza e custodia specialissima dell'innocente padre, si contentò che fosse appeso a' piedi d'un crocifisso nella chiesa de' servi, ove ancora si trova con l'inscrizzione: «Dei filio liberatori». Ebbe il seguente alle ferite la nuova della morte di monsieur di Maisse, di cui sentí dolore immenso, che dimostrò al signor Pietro Asselineo col dirgli: «Noi abbiamo perso il nostro monsieur di Maisse: questa è ben grave ferita, che non ha rimedio». Et in questa condizione umana, che tra amici si sia o spettatore o spettacolo, come il padre amava sinceramente, cosí nella perdita sentiva gran scontento e doglia.

Non poteva la serenissima republica fare dimostrazioni maggiori, né della stima del padre, né del publico dispiacere dell'accidente, né della munificenza, sua ordinaria proprietà, né della carità verso chi la serve. Imperoché alla nuova del caso, l'eccellentissimo senato, che era ridotto, essendo venerdí, immediate si licenziò senza proceder píú oltre, e con un mormorio universale di condoglienza, restando riddotto il consiglio de' Dieci, che ha cura de' casi gravi criminali, e concorsero tanti senatori al convento de' servi quella sera, che pareva ch'in quello si volesse tenere il senato. Mandò al monasterio danari per spendere nella cura. Oltre il concorso de' senatori primarii, che ordinariamente lo visitavano, fu mandato a visitare ogni giorno per publiche persone, e sovente volse che i medici andassero nell'eccellentissimo senato a dare relazione dello stato del padre, e con ricca ricompensa di collana e medaglie creò cavaglier il signor Acquapendente per esser stato alla cura. E quanto all'assicurar il padre per l'avvenire, fece tutto quello ch'era imaginabile. A' sicarii, che presto furono scoperti, e con le particolarità narrate, ove fossero venuti, ove andati, diede bandi de' maggiori che quell'eccelso consiglio soglia dare per eccesso di sorte alcuna. Fece un proclama in stampa, con premii amplissimi al popolo e cadauno che mai per alcun tempo, venendo occasione ch'alcuno tentasse d'offendere il sudetto padre, si sollevasse ammazzando o prendendo gl'attentori di qualunque offesa; et i stessi premii propose ancora a chi manifestasse alla giustizia alcuna machinazione o trattato contro il sudetto padre. Diede facoltà al padre d'avere chi l'accompagnasse con abilità di portar arme di qualunque sorte. Et acciò che potesse mantenersi, gli fece accrescimento di stipendio e prese parte che del publico gli fosse pagata una casa a San Marco, ove potesse abitar sicuramente.

Ma il padre fu risoluto di non mutar il suo instituto di vita e supplicò di poter viver in monasterio tra' suoi frati, co' quali ave va sin a quella età vivuto, asserendo ch'egli mai non avrebbe saputo vivere altrimente, essendo quella la sua vocazione. Nel che fu gratificato col solo fargli fare alcune picciole fabriche aggionte            alla sua camera, dalla quale per un picciolo corridore et una scala potesse aver comodità d'entrar in barca, a fine che occorrendogli nel publico servizio talora ritornare di notte al monasterio, non restasse esposto all'insidie. La necessità lo costrinse ancora a mutare nell'esterno in parte il suo tenor di vita. Imperoché, se bene dal principio la serenissima republica l'aveva assonto al suo ser            vizio e gl'aveva assegnato stipendio convenevole, egli però sin a questo tempo non aveva voluto valersi di piú che la necessità richiedesse, senza punto declinare dal rigore della sua religione e povertà, contento del semplice vitto e vestito, senza alcuna alterazione. Ma in questo accidente fu costretto primieramente non caminar a piedi per terra da' servi a San Marco, sendogli necessario passar per viotoli, che danno gran comodità a chi avesse voluto levargli la vita, ma usare la comodità delle gondole. Onde ne' se deci anni seguenti ha costumato andar in barca, smontando a Rialto per fare quella poca strada della Merzaria, sicura per esser tanto frequentata, e per essercizio quotidiano per non si rendere inabile a caminare.

Parimente vidde necessario aver almeno due compagni, uno che lo servisse et uno per scrittore. A questo, ch'è stato fra Marco, avendo in due sole poste speso prima 600 ducati, e poi 50 di buona valuta all'anno; et a fra Marino 300 di banco da lui posti a dieci per cento, acciò ch'avesse un sussidio fermo, e poi quaranta all'anno. Et oltre di questo, nel convento trovò necessario slargare la mano a' maneggiatori del pane e del vino et a' cuochi, ad alcuno de' quali ha donato sino 60 ducati in un anno. Né alcuno chi leggerà questa vita stimerà imprudenza o prodigalità, ma necessaria diffesa della vita. È passato anco a donar largamente all'occorrenze, e spender per il convento. Le quali cose conciliandogli maggior benevolenza et interessando molti nella sua conservazione, lo stringevano a non rimaner in quella sua rigida deliberazione di non ricever le provisioni dalla publica munificenza assegnate; le quali gli diedero abilità d'essercitare gl'atti della liberalità, l'abito della cui vírtú aveva come naturale ch'anco nella sua povertà non negò mai cosa che gli fosse domandata, o del danaro, se n'aveva, o de' libri. E se non era cosa a lui necessaria, il darla era infallibilmente donarla. Et in questi ultimi tempi, ch'aveva piú che dare in elemosina e doni, a chi lo ricercava di prestito ha dato tanto che chi lo sa afferma a buone prove ascendere sopra duemila ducati. E la sua maniera di prestare era con questo termine, che volentieri, ma con condizione che non gli fosse ritornato il prestito, s'egli non lo ridomandava, come volendo donare senza ch'il donato avesse anco questa inferiorità d'aver ricevuto. E sovente poi aveva in bocca un detto: «Imitiamo Dio e la natura, che per molto che diano, mai prestano, e fuggiamo il comune errore che il prestare è perdere la cosa o l'amico, non averlo in rossore o disgusto».

Mutò anco in questo, che da quel tempo indietro sino che visse, non conversò piú fuori della sua camera nel monasterio, se non ne' luoghi publici, chiesa e coro, intervenendo a' divini offizii e refettorio per la mensa, essendo stata dopo la sua vita come eremitica e totalmente solitaria, per quanto il servizio publico lo tollerasse, et il suo mondo ristretto nella sua povera cella et in quel tramite ch'è tra Rialto e San Marco, ch'è la sola strada della Merzaria, spendendo tutto il tempo negl'essercizii della sua anima, ne' studii mai interrotti e nel servizio publico e del prossimo privato, sendo venuto a tale, ch'in tutte le materie veniva consultato et a tutti rispondeva con tanta mansuetudine e profondità, come se fosse stato di tutti avvocato. Et in questo particolare entrano due cose maravigliose. L'una che mai gli fu proposta materia nella quale prontamente non rispondesse con tanta sodezza, come se quella fosse stata unica sua professione, e non era risoluzione o risposta cosí sprovista, che non paresse longamente e con gran studio meditata e da non potersi migliorare; et in sedici anni non si potrebbe per avventura trovare una sorte di materia in quale non fosse consultato; perché anco da' tutte le città suddite in casi i piú difficili era ricercato il suo parere, de' testamenti, de' matrimonii, de' fidecomissi, d'eredità, sino di ponti d'onore in far paci. Lascio i toccanti rispetti publici e la sostanza del governo.

Nella materia beneficiale, tanto astrusa e moltiplice in tutti i generi di controversie ecclesiastiche, è gran cosa ch'in tante mai mettesse il piede in fallo, che la corte di Roma medesima abbia potuto trovare in che reprovare un suo giudicio. Ma tutte le volte ch'è occorso avere i consulti di diversi, anco delle piú famose università e collegii, s'il padre ha avuto parere diverso da quelli che rispondevano ad instanza della parte, sempre nelle giudicature è stato il fine tale, che mostrava il padre aver toccato il punto. In tutte le liti de' privati sempre le sue risposte sono state gl'oracoli. E si può qui chiamare la coscienza di tanti che vivono a riconoscer questa verità e se in tante consultazioni, che passano le migliara, egli ha mai errato nel suo giudicio. Questo è il disvantaggio di chi scrive la vita di questa anima divina, che quelle cose che potrebbono parer iperbole e retoricazioni, non arrivano ad esprimere quello ch'è, e fu molto piú infatti di quello che si narra.

Delle cose di governo non conviene dir altro se non che l'eccellentissimo senato, idea della prudenza politica cristiana, lo sa. L'altra cosa, certo rara, sarà che avendo cosí liberalmente prestato servizio nelle cause private, cosí ecclesiastiche, come secolari, come se riputasse la forza de' doni, magica, a cui la fizzione assoggettando anco gli dei, ammoniva gl'uomini a guardarsene, mai ha voluto ricever ricognizione da chi che sia pur di minima cosa; che qualch'altri avrebbono et hanno arrichito di somme grandissime di contanti, e non posero opera in un decimo de' negozii. E non è che molti, conosciuto il merito, non abbiano provato di riconoscerlo; ma a gloria di Dio e di questa eccellente creatura, nissuno dirà mai ch'abbia ricevuto cosa pur minima, contento del solo premio di far bene. E se dopo il servizio di Dio e del publico gl'avanzava tempo, non perdeva un sol momento di leggere, farsi leggere, formar in carte figure matematiche, astronomiche, dissegni di varii istromenti, che lascerando poi, mostrava essergli un solo passatempo. Piú di tutto dava al Testamento Nuovo et alle morali. In fatti l'umano intelletto è insaziabile. Questa era la vita del padre, mista singolarmente d'attiva e contemplativa, con prestar a Dio quello che poteva, al suo prencipe quello che doveva, al suo dominio piú che non doveva per altra legge che di carità.

Ma però né anco questo instituto, cosí pio, cosí santo, poté placare gl'implacabili, come avviene nelle machine di molti pezzi et istromenti, che se bene il moto ha principio da una dominante, nondimeno impresso nell'altre non cessa, benché la principale piú non muova; anzi che l'impressione nelle parti minori rapisce quasi violentemente anco quella che diede il moto da principio; cosí in alcuni governi, il moto che cominciò dal prencipe e fu impresso in molti de' ministri, seguita in questi, benché il prencipe l'abbandoni. Cosí avvenne dell'odio e malevolenza che l'interesse d'avanzare alla corte aveva presa radice in molti, persuasi in ciò di fare piacere al sommo pontefice, et è fatto come naturale, perché spesse volte avviene di prender dal principio a mostrare d'aver un affetto, benché non s'abbia, e si finge averlo per arrivare a qualche fine, ch'in progresso non ce n'accorgendo siamo realmente trasportati nell'affetto; anzi è osservato ciò avvenire anco negl'affetti di natura corporali, infermità et altri. Cosí molti, che da principio, senza saper altro perché, se non che mostrando odio all'innocente padre credevano dar nell'umor della corte e portarsi inanzi (il che anco è ben succeduto a molti, d'aversi fabricata la sua fortuna sul solo fondamento detto), entrarono poi realmente nell'affetto d'un odio e malevolenza, e la fomentavano e fingevano con una fama falsa, ch'il padre fosse contrario a' preti, e nelle consultazioni facesse contra la giurisdizzione ecclesiastica, ch'oggidí è il solo centro ove arrivano tutte le linee loro. Falsità cosí espressa, com'è noto a chi governa; e non potendosi in ciò passar piú oltre, testificaranno a gloria di Dio s'egli serviva di freno o di sprone, se i negozii lo portavano e gl'offizii continuati in favor dell'ordine clericale, e se è stato perpetuo avvocato per la giurisdizzione e libertà ecclesiastica, vera, canonica e legitima, non già dell'usurpata et inviata a sovvertire i publici governi e la religione medesima. Perché il padre con intentissimo zelo asseriva sempre niuna cosa piú ostare a' progressi della cattolica religione che il voler estendere questa libertà ad una licenza, e che questa sola aveva cagionato e manteneva cosí deplorabile divisione nella religione, et hanno avuto gran torto alcuni di calunniarlo, che mai o nelle sue consulte, o ne' scritti abbia procurato deprimere la giurisdizzione ecclesiastica et essaltare sopra il dovere la potestà de' prencipí secolari. Era ben mosso da un zelo ardentissimo della stessa conservazione della santa Chiesa e religione a biasimare come colpevoli di gran peccato i prencipi che non si curano di conservare illesa quella giurisdizzione e potestà, che Dio gl'ha concessa. Sopra di che ha molto scritto e con fondamento di pietà e verità irrefragabile. Perché l'auttorità la Dio al prencipe, non per sé, ma per benefizio del popolo; et il prencipe n'è come depositario, custode et essecutore, non padrone, che la possa alterare e diminuire. E però è crassa ignoranza e pravissimo peccato il non conservarla come Dio l'ha conferito, et i prencipi forse di cosa di maggior offesa non sono rei avanti Dio che di aver per un zelo ignorante lasciata usurpare cosí gran parte della lor giurisdizzione, che non possono piú reggere i popoli alla loro cura commessi senza continuare altercazione di giurisdizzione. L'incuria de' prencipi in questo è stata perniziosa alla Chiesa di Dio et all'istesso ordine ecclesiastico. Chi considererà senza passione, come faceva il padre, le controversie che sono state nella Chiesa, troverà, com'egli deplorava, questa esser l'origine vera di tutti i mali che ha introdotto nella Chiesa un governo il piú politico mondano che fosse mai, occupati gl'ecclesiastici in cose non pur diverse, ma contrarie al ministerio da Cristo instituito, e tenuto il cristianesimo in perpetui dissidii. E le divisioni, oggidí tra' cristiani irrevocabili per altro mezzo che per l'onnipotente e miracolosa mano di Dio, teneva certo esser nate, non tanto per ostinazione in diversità e contrarietà di dottrina, quanto dalla contesa di giurisdizzione, che poi degenerando ha preso nelle fazzioni la mascara della religione. E come versatissimo nell'istorie, osservava come i buoni prencipi sempre di tempo in tempo sono stati quelli che hanno tenuta la loro giurisdizzione conservata; effeminati, ignoranti e pieni di vizii quelli che l'hanno cessa in gran parte, o per dapocagine lasciata usurpare, con tanta deformazione nella Chiesa. E per comprobazione di questo, non esser bisogno ricorrere agl'essempii de' Constantini, Teodosii e Giustiniani, le cui leggi e codici, a chi leggerà, faranno vedere quanto si dice; ma a' prossimi all'età nostra et a quelli che la Chiesa romana riconosce oggidí per basi anco della sua grandezza temporale: Carolo V e Filippo II, et altri re Cattolici.

Questa malevolenza non è stata per tutti infruttuosa, ma a molti giovevole, ad altri nociva; perché et in vita del padre e, che piú farà maravigliare, anco dopo morte, ha servito a molti religiosi, non solo dell'ordine de' servi, ma d'altri ancora, ad ottener gradi et ufficii, abbassando i concorrenti col solo narrare che quelli fossero dependenti, affezzionati et anco avessero trattato col padre; et hanno fatto il supplanto per questo mezzo a persone, che mai avevano parlato o veduto il padre, con riso di chi ha saputo i particolari, massime dopo la morte, come di maestro Alberto Testoni di sopra nominato, che per ottener da papa Urbano per breve una prelatura contra le leggi, adoperò questo per mezzo, che, dandola la religione in capitolo, sarebbe toccata ad un dependente del padre Paolo, che due anni avanti era morto; et un altro, per vitare il suo provinciale, scrisse ch'era stato discepolo di maestro Paolo, al quale però mai aveva parlato; et un altro ottenne una bellissima assoluzione, da introdurre de' meretrici ad abitar seco in cella, porto di pistola et altre facende, convinto e confesso, colla sola diffesa d'esser in disgrazia del padre Paolo. Ma queste sono ridicolose leggierezze.

 




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