Altri attentati alla vita del Sarpi
Ritornando alle cose serie, quest'odio, cosí nudrito
nel 1609, fece venir a capo uno nuova machinazione contra la vita del
padre. Nel tempo che 'l cardinale Borghese, mentre il zio non era ancora asceso
al ponteficato, studiava in Perugia, s'insinuò nella sua grazia et amicizia un
fra Bernardo perugino dell'ordine de' servi, e per certi servizii giovenili
prestati al cardinale, ch'esso ancora era giovinetto, né abborriva da' gusti
ordinarii dell'età, venne in tal intrinsichezza, che poi, fatto cardinale, lo
fece andar a Roma per riconoscerlo di gradi et emolumenti. Fosse il frate
invitante o invitato, questo fugge la mia cognizione. Certo è che trattò,
instruí e ben instrutto fece dal generale de' servi mandar a Padova, sotto
pretesto di studio, un frate Giovanni Francesco da Perugia, fatto poi dottore,
benché con poca litteratura. Questo per la vicinità di Padova veniva
spessissime volte a Venezia, ne' servi, e strinse prattica con fra Antonio da
Viterbo, che serviva di scrittore et era familiarissimo del padre. E fu facile
la intrinsichezza, per esser dell'istesso stato e provincia, e perché prima
s'erano conosciuti nella loro patria.
Questa prattica non piaceva al padre, ma la sua
modestia fece ch'in soli termini generalissimi ne facesse motto a fra Antonio,
il quale in apparenza se ne ritirò alquanto, ma in essistenza si riducevano
insieme fuori del convento, dal quale fu data licenza al sudetto fra Giovanni
Francesco. Si scrivevano anco lettere, et a fra Antonio s'indrizzavano in mano
di certo ebreo. Portò il caso che volendone l'ebreo dar una, si ritrovò fra
Antonio fuori del convento, e venne la lettera in mano del padre fra Giovanni
Francesco Segurtà, il quale, toltala, la portò al padre, narrandogli come aveva
cavato di bocca all'ebreo che questo era negozio frequente. E come questa
nazione è timida et accorta, gli disse anco che voleva dichiararsi con fra
Antonio che non gli facesse capitare piú lettere, perché non sapeva che negozio
fosse questo che cosí secreto correva tra loro. Fece il padre chiamare fra
Antonio, gli diede lettera et intimò che o lasciasse di pratticare col
perugino, o non capitasse piú nelle sue camere, che non voleva piú suo
servizio. Si scusò al meglio che seppe e passò anco con certa piacevolezza, che
gl'è molto naturale e lo rende grato e far stimare piú semplice che malizioso,
che pratticava con lui per cavargli una buona boccanata de' soldi, che usò
questa parola. Tanto piú il padre gl'interdisse quel commercio; il quale non fu
troncato, ma seguitava piú nascosamente in casa di certa donna et in luoghi fuori
di mano, sino che 'l negozio fu maturo.
Imperoché una mattina nel far del giorno si ridussero
in secreto colloquio nella sagrestia de' servi, ove longamente stati et
osservati che facevano insieme gran dibattimenti, nel separarsi fra Giovanni
Francesco cavò dalla saccoccia delle calze un rivoltolo, in carta sugarina, di
cera accomodata per far impronti di chiavi, la quale, riscaldata per la
prossimità della carne, trasse seco fuori dalla saccoccia un mazzo di lettere,
le quali con il peso, non sostenute dalla cera, caddero in terra, che nissuno
se n'avvidde, fra Antonio, ricevuta la cera sudetta, si partí per il convento,
e quell'altro andò via. Il sacristano fra Valentino da Venezia, ch'ancor oggi
serve a quel carico, levò le lettere da terra et immediate le portò al padre
maestro Fulgenzio, il quale leggendole trovò che v'era cifra di parole e
qualche gran trattato. Imperoché scriveva fra Bernardo sudetto a fra Giovanni
Francesco che sollecitasse fra Antonio a spedire quel quadragesimale; che i 900
scudi erano pronti e gl'avrebbe nelle mani, ma i dodicimila e piú erano sicuri.
In alcune diceva aver parlato col signor padre, ora col fratello con diversi,
che tutti bramavano questo quadragesimale. Che 'l padre generale de' servi lo
pregava a non dubitare; che beato lui; che 'l signor padre aveva fatto ritirar
tutti per dar a lui audienza; con molte simili particolarità, le quali mostrate
al padre Paolo, non dubitarà alcuno che non penetrasse l'importanza del
trattato; ma tanta era la sua mitteza e mansuetudine d'animo che essortò
maestro Fulgenzio a non ne far altro moto, ma tener in silenzio, sino che piú
chiaramente si scoprisse che arcano fosse questo. Passò anco a dire che non
occorreva far altro che levar di camera e di convento fra Antonio. Ma maestro Fulgenzio
fu risoluto in contrario, e senz'altro dire portò le lettere, ch'erano, salvo
il vero, otto, ad uno degl'eccellentissimi inquisitori di Stato, narrandogli
come l'aveva avute, senza farvi altra considerazione.
Fu fatto ritener il sudetto fra Giovanni Francesco, e
poi anco fra Antonio, e quello che seguisse in quel giudicio secreto resta
ancora negl'archivii suoi. Le cose che vennero a publica notizia e certe sono
che di molte persone nominate in quella cifra, di padre, fratelli e cugini, per
le contracifre constò, dal generale de' servi in fuori, niuna esser di dignità
inferiore alla cardinalizia. Che sotto i quadragesimali stavano tre partiti
inciferati. Il primo, perché il padre per la procidenzia dell'intestino retto,
di cui sopra s'è fatta menzione, aveva necessità di tenersi molto monda la
parte, ogni otto giorni si lavava e si faceva radere (al qual officio mai volse
barbieri o secolari), né da se stesso potendo, si valse di frate il piú
domestico e confidente, e questa carità gli prestava allora il sudetto fra
Antonio. E però fu trattato seco che nel servire in tal occasione gli dasse un
taglio di rasoio, ch'era cosa sicura. Ma ricusò fra Antonio, o perché non
avesse mai intenzione d'offender il padre, che gl'era un liberalissimo
donatore, o perché, com'egli si scusò in voce et in lettere andate a Roma, non
gli bastasse l'animo; et asseriva che come avesse veduto sangue, immediatamente
sarebbe restato perso, come per natura sempre gl'avveniva. Il secondo era che
da Roma gli sarebbe mandato cosa da dar in cibo o in bevanda, e questo
gl'andava assai per fantasia, perché con una fava (tal era il parlar per loro)
avrebbono prese due colombe, ch'erano il padre Paolo e Fulgenzio. Ma questo
partito portava seco molte difficoltà. Primieramente, come trovar cosa di cosí
pronta efficacia e che si potesse mandar sicura. Dipoi, perché i cibi ordinarii
di quei padri erano semplicissimi senza condimenti e comuni con tutto il
monasterio; onde conveniva far goder di questa virtú anco ad altre 30 persone,
o mettersi a rischio di non riuscita; e la necessità aveva fatto che molto
accuratamente s'osservasse ogni cosa e s'avesse l'occhio alle mani a chi
s'accostava. E chi volesse appostar tempo per i cibi de' sudetti in
particolare, era cosa in longo, e non consentiva con la tanta celerità che
nelle lettere si premeva per aver quei quadragesimali. Ci erano anco sospetti
vivi per certo recente accidente, ch'avendo i sudetti mangiato una poca
quantità di bucellato, presentatogli a tavola, s'erano trovati molto male tutti
due, e con gl'accidenti medesimi; onde la cauzione era molto oculata. Il terzo,
in cui restò l'appontamento saldo, fu che fra Antonio (che senza alcuna
difficoltà pareva) prendesse in cera gl'impronti delle chiavi delle camere del
padre per farne fare le contrafatte (et a questo doveva servire la cera
preparata, come di sopra è detto), a dissegno che, come fra Giovanni Francesco
avesse le chiavi sicure, volevano secretamente introdurre nel monasterio due o
piú sicarii e la notte trucidare l'innocente padre. Ma Dio volse scoprire sí
grave sceleragine nel sopra detto modo.
E perché il reo, persona dell'accortezza che si può
imaginare, essendo destinato a tal affare, aveva preparate le sue esposizioni,
le quali, benché non sofficienti per appagare l'animo de' giudici, però non si
poteva cosí chiaramente convincere, e l'eccellentissimo consiglio de' Dieci
desiderava intensamente sapere il fondo di questa trattazione, e tutte le
particolarità distinte, venne in una sentenza, che fra Giovanni Francesco fosse
impiccato per la gola, con questa alternativa che, se in alcuni prefissi giorni
di tempo revelasse tutto il trattato con la piena esposizione e giustificazione
delle lettere, dopo esser stato un anno in carcere, restasse con perpetuo bando
dal serenissimo dominio, con pena capitale se contravenisse, et egli ricercò
che si mandasse publico ministro in Padova nella sua camera, ove in certo
secreto furono trovate lettere in gran copia, con cifre e contracifre, per le
quali restò chiaramente giustificato tutto il sopra narrato, con qualche cose
appresso non publicate, né venute a mia notizia nel particolare; essendo la
pietà di questo governo tale e tanta che stimò d'occultare tutto quello che non
impediva l'essecuzione della sua mitissima giustizia; et a cosí grave ingiuria
il padre non si scosse punto dalla sua mansuetudine, ma pregò, supplicò piú
volte, s'inginocchiò, dimandò esso in grazia in virtú de' servizii ch'egli
prestava al publico, che non fossero per sua causa fatti spettacoli con
disonore della sua religione, intrinsecamente e cordialmente dolendosi che la
sua vita dovesse esser di rovina ad alcuno. E fu come concetto che le sue
instanze, ufficii e preghiere fossero in gran parte causa della sudetta
alternativa. Cosí ebbe fine questo fastidioso negozio, avendo produtto effetti
molto diversi: negl'ecclesiastici odio piú intenso per la non riuscita e
biasimo; nella serenissima republica desiderio piú intenso della conservazione
di cosí buon servitore, e nell'universale fama piú gloriosa, col vedersi, oltre
l'altre eccellenti qualità, anco un cosí singolare favore e protezzione divina.
Ma oltre le sudette insidie dedotte alla giustizia, di
molte altre di tempo in tempo negl'anni seguenti fu avvertito il padre, non
solo privatamente da chi pretendeva da lui premio, ma da quelli del governo ove
passano i secreti. E tra queste fu una d'un concerto fatto di prenderlo vivo e
con una barca preparata condurlo in aliena giurisdizzione. Ma non caminando mai
se non nella frequenza maggiore della città, o perché fosse fatto palese che
l'animo del pontefice mitigato non ne ricevesse gusto, l'impresa credo non fu
tentata.
Capitò intorno a questo tempo in Venezia un giovine
vestito da soldato, ma che e nel procedere, e nel portar i vestimenti, e piú
nell'arme, spada e pugnale, dava manifesto indizio d'esser un religioso. Questo
tentò tutte le strade per parlar al padre, il quale era ridotto per le tante
ammonizioni publiche a non admettere a trattar seco persona, che prima non
fosse conosciuta per nome e surnome, patria e professione, overo condotta da
qualche nobile, stretto amico; onde il sudetto non poté mai parlargli. Per il
che indrizzatosi a fra Fulgenzio, usò seco tutte l'arti acciò l'introducesse,
asserendo avergli da scoprire cosa importantissima e che gli sarebbe sopremamente
cara di sapere, che deponerebbe l'armi e si ridurrebbe a che strettezza si
volesse. Il padre, iscusandosi che, se bene non era inamorato della vita, però
dopo tanti avvisi saria ascritto ad imprudenza, s'alcuno instrutto, come s'è in
gran prencipe veduto, l'avesse offeso, e l'instanza tanto grande di quel
giovine di parlargli dava sospetto, massime accusandolo tutti i suoi andamenti,
a quello ch'udiva, che fosse un religioso degl'ordini moderni o loro allievo,
non volse mai udirlo. Ma piú di ciò instando col padre Fulgenzio, parendogli
aver presa confidenza, gli disse esser stretto parente del cardinal Baronio, ma
caduto in sua disgrazia, e che voleva avvisarlo di cosa toccante la sua vita, e
gl'avrebbe dati contrasegni tali che si sarebbe potuto certificare del tutto.
Al che tanto piú fu risoluto non udirlo, e con qualche affetto disse manco
travaglio essergli il morire anco violento, che mettersi in necessità di star
con timore, perché i mali hanno termine et i timori vanno all'infinito. Onde
non potendo ottener altro, se non una essibizione dal padre Fulgenzio di danari
in dono, se n'aveva bisogno, restò di questo atto come sospeso e mirandolo,
fisso, disse: «Guardatevi da' traditori, che n'avete bisogno. Dio vi
custodisca, che sete migliori religiosi ch'altri non vuole». E fatta prova
indarno di parlare al padre sulle scale del palazzo, partí, né piú fu veduto.
Un altro particolare non è da tacere in tal proposito.
Il cardinal Bellarmino, col quale il padre aveva avuto conoscenza, come s'è
detto, e ben che fossero corse le scritture a stampa di sopra menzionate, non
restava però nell'uno e nell'altro estinto quel buon affetto ch'aveva per
radice la virtú e carità cristiana, mandò due volte a fargli amorevoli
salutazioni: l'una per un secolare romano, che gli disse per parte del
cardinale che si guardasse accuratamente, perché n'aveva bisogno, et un'altra
volta dovendo venire da Roma ad un capitolo di Mantova il padre fra Alberto
Testoni, nativo di Venezia, ma frate romano, che vive et è fatto maestro di
teologia, gli impose il sudetto cardinale che, passando a Venezia salutasse con
molto affetto per suo nome il padre e l'assicurasse che non gl'aveva persa
l'affezzione. Di che prendesse questo argomento, ch'un frate vicentino, e
nominò un fra Felice che vive, aveva sotto nome di vita del padre composto
com'un libello famoso, e fattolo presentare al papa Paolo V, il quale l'aveva
dato ad esso cardinale da vedere, per riceverne il suo parere, se si doveva
publicare, e che la relazione fu ch'esso cardinale conosceva molto ben il
padre, e che Sua Santità poteva creder a lui, ch'erano le cose narrate calonnie
notorie, ch'avrebbono fatto disonore a chi le publicasse. Cosí narrò maestro
Alberto Testoni al padre, et altri ancora.
In offese di tutte le sorti, e nella vita, e
nell'onore, (che le calonnie contro di lui publicate a stampa sono infinite,
che quel stuolo de' libellanti, persuaso di dar pasto alla corte, ha cosí
passato il segno d'ogni professione cristiana, ch'a guisa di ciurme di rane
delle paludi fangose della sfacciatagine pare aversi tolto per impresa sino
dove possi arrivare la maledicenza) il padre mai mostrò segno, né di sdegno, né
di rissentimento o di vendetta. Una delle piú eccellenti sue virtú, che l'ha
accompagnato sin alla sepoltura, è stata la mansuetudine, in tal grado che la
sua religione a piena voce gli rende testimonio di mai sapere che procurasse
sorte alcuna di vendetta. Et è notabil cosa che l'auttore del libello famoso,
di cui di sopra è fatta menzione, non fu fra Felice da Vicenza, come si
nominava, ma un altro, che non nomino per non fargli male, et il padre avrebbe
ben potuto punirlo per ogni mezzo, ma non solo [non] ha voluto, ma mentre è
stato in vita il padre, il sudetto è vivuto sicuro con carichi et onori, e poi
morto il padre, quell'ingiuria, piú del publico che d'altri, con altri
mancamenti e cattive operazioni, l'hanno fatto incorrere l'indignazione
publica, onde non può stare nel dominio veneto. La filosofia e la stessa legge
di Cristo con fatica disradica un certo pizzicuore gustoso della vendetta, e
non è poco astenersene quanto all'opere. Ma il nostro padre era arrivato a tal
grado di virtú che nell'offese piú gravi servava l'istessa serenità nella
faccia, placidità nelle parole, et estenuava quanto fosse possibile l'ingiurie.
Et aveva tra l'altre ragioni questa comunissima, ch'a quel tale era toccato un
cervello et una condizione tale d'interessi che non poteva far altro.
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