Infermità sopportate e cure
In tutto questo tempo del publico servizio, che fu di
17 anni, non saprei dire s'avesse piú che un'infirmità di momento. Trovo bene
ch'una sol volta è stato in mano de' medici nel 1612, e fu la prima ch'in sua
vita si rimettesse alla cura de' medici, eccetto quando l'ha costretto la
necessità di chirurgia, ch'è stato tre volte sole. Una nella sua gioventú, che
cavalcando da Lombardia verso Padova nel fervore dell'estate fu sorpreso da una
squinanzia terribile, per la quale avendo mandato subito a chiamar il barbiero
che gli traesse sangue dalla vena, questo ricusava farlo senza l'ordine di
medico; né potendolo il padre persuadere e sentendosi incalzare dalla crescente
infiammazione, mostrò creder al barbiero e prendendo partito su 'l fatto, lo
ricercò che mentre s'andava a cercare il medico, gli facesse vedere s'aveva
buon ferro, e datogli in mano la busteta, prese la lancetta e subito se la pose
al braccio et alla vena; la qual risoluzione veduta, il barbiero fece il suo
officio, et in poche ore, com'è d'ordinario in tali accidenti, fu libero e
sano. Un'altra volta, parimente nel viaggio da Vicenza a Padova, cadde in
suppressione d'urina, la quale non avendo preso corso per tutto un giorno, fu
costretto admetter l'aiuto della siringa per mano dell'Acquapendente. Ma
conoscendo la recidiva di questo male, si providde subito di siringa e di
candele, per operare quando fosse di bisogno, come sempre ha fatto, di sua
mano. E se bene coll'acqua della Vergine fu sollevato, che pochissime volte è
ricaduto in quella indisposizione, però in questi ultimi anni ha talvolta
patito, e tra l'altre una con tanta veemenza, che provando, com'era solito suo,
né potendo di sua mano aiutarsi, si tenne morto, et immediate con vera
tranquillità e serenità maravigliosa ricevé i sacramenti, dicendo: «Questo è da
fare, poi si pensarà al rimanente», né mai poté aiutarsi come l'altre volte.
Tra tanto il padre maestro fra Fulgenzio, senza sua saputa avendo fatti venire
Carlo Scivos e Luigi Ragoza, primi e celebri in tal professione, successe cosa
ridicola, che venuti alla sua presenza e discorso del suo male, dissero che non
avendo di sua mano ricevuto benefizio, lasciasse provare anco a loro. Postosi
in piedi senz'alcuna turbazione: «Sí, disse, ma debbo io provare alla vostra
presenza, che giudicarete s'io opero come l'arte ricerca» et immediatamente si
passò con la candelleta, e la cosa si risolse in riso, avendo però il padre
conosciuto che l'età muta le forze e l'uso degl'istromenti stessi naturali.
Ebbe anco un male nella gamba nascente, che lo travagliò dieci mesi; ma egli si
tagliò di sua mano molte volte in varii luoghi ove si faceva l'apostema, sino
che se ne risolse afatto, cosa assai rara in Venezia.
Ma nell'infermità per gl'umori che fanno le febri, mai
sin al 1612 fu in mano de' medici. So quello che importi il dipartirsi dalle
comuni openioni anco nelle speculazioni, non che nell'operazioni, massime ove
si tratta della vita; ma io non ho preso a giustificare, ma a narrare le
azzioni del padre. Era cosí soggetto alle febri, ch'ogni picciol accidente
gliene cagionava di longhe et importanti. Egli si governava in quelle molto
diversamente dalla comune. Primieramente non mutava niente del suo viver
ordinatio, se non dal piú al meno. Non stava in letto, si levava, faceva tutte
le sue fonzioni solite, leggeva, studiava, scriveva. Sul furore degl'accessi,
vestito si stendeva sopra una cassa, pochissime volte in letto. Ordinava egli
l'ore del cibo, e voleva l'ordinario, cosí del vino, come del rimanente, se
non, come ho detto, dal piú al meno. Come gli pareva opportuno mandava egli a
prender medicine, ma semplici, non composte: la cassa, la manna, tamarindi, o
altro, e le prendeva o separate, o egli le componeva, e le riceveva al medesimo
modo che gl'altri cibi; cosí comandava a' suoi affetti. Portava openione, et
apertamente diceva, che 'l modo di medicare de' nostri tempi, con una subita e
totale mutazione nel vivere, nell'azzioni, con tante purgazioni, non poteva
servire ch'a fare longhissime le convalescenze e tener in credito l'infermità,
et in particolare che negl'uomini di grave età il tralasciare per molti giorni
le solite azzioni gli deteriorava grandemente nell'uso delle parti del suo
corpo e che 'l solo mettersi in letto con una cosí subita e totale mutazione di
vitto e d'operazioni era un necessariamente infermarsi, e che di se medesimo
era sicuro di sapere piú d'ogn'altro. E veramente è cosa rara ch'in
complessione cosí debole non si vidde convalescenza. Il piú delle volte non si
sapeva che fosse ammalato che dalla ciera che l'accusava; del resto faceva
l'azzioni solite.
Con questo tenore di governarsi da se medesimo si
ridusse al 61 di sua età, quando di luglio, trovandosi in casa del signor
Servilio Treo, in una gravissima consulta fu sorpreso da una febre pravissima,
che gli durò 18 giorni continui, e cominciò con un strano accidente, che non
gl'era possibile prender né cibo, né bevanda, che, come se gli presentava, lo
stomaco l'abborriva. Di maniera ch'egli restava in se stesso maravigliato e si
doleva di non si poter comandare e ‑ come diceva ‑ vincer
un'opinione falsa. Sugl'accessi medesimi in quegl'ardori di luglio, come,
chiedendo, se gli presentava l'acqua fresca, lo stomaco l'abominava. Di che
egli alle volte ne rideva e ne diceva delle facezie. Non fu possibile schifare
le visite de' medici, perché il publico lo comandava. Egli diceva: «Questo ho
avanzato, che mi conviene ad altri piú creder di me, ch'a me medesimo». Non si
passò però ad altro ch'a piú volte discorrere del suo male e proponer qualche
medicamento; de' quali proposti molti, egli si contentò d'un facile e semplice,
proposto dal signor Santorio, che gl'era antico amico di strettissima
conversazione. I medici et il Santorio piú degl'altri l'ebbero per morto. Di
che parlandogli il padre maestro Fulgenzio, disse il padre che teneva sicuro di
dover guarire di quella infermità, ma se sentisse gravarsi avrebbe avvisato. E
replicandogli il padre maestro Fulgenzio che guardasse bene, perché potrebbe
ingannarsi, perché Santorio diceva che saria indubitatamente morto di quel
male, che si vedeva non rimetter mai e che si vedeva mancare il vigore,
com'alla pianta che si secca, e che sapeva il giudizio di Santorio quanto saldo
fosse; replicò che si credesse a lui, e si gettò in riso con una facezia ad
altro proposito detta da Speron Speroni, ch'aveva familiare di dire: «Che ne
sai oggi?» E venuto poi alla sua visita Santorio, cominciò a burlarsi, né si
volse lasciar toccar il polso, dicendogli che l'aveva cosí perentoriamente
sentenziato a morte, et ora lo voleva accarezzare. E proponendogli contra
l'aridezza il latte d'asina, si sbrigò facetamente rispondendo: «Che bel
consiglio d'un amico di volerlo imparentar con gl'asini adesso ch'era piú che
sessagenario»; e ridendosi soggiunse: «E che? Non vi pare una sorte di
relazione l'esser collattaneo con quel asinino, a cui volete ch'usurpi parte
del suo latte?»
Et era suo costume, come non mutava nelle infermità il
suo tenor di vita, né le solite azzioni, cosí né anco i piacevoli et arguti
ragionamenti ch'in un turbato corpo argomentavano una piena sicurezza et
intiera serenità di mente. Egli, che cosí bene aveva studiato in medicina, ne
parlò sempre come di professione, in quale per necessità si va molto tentone;
ma negl'ultimi tempi di sua vita n'era entrato in tanta diffidenza, che pareva
che piú non credesse potersi sapere ciò che giovasse o nocesse. E dove per
l'inanzi veniva biasimato che di continuo prendesse qualche medicamento per se
stesso, dopo non ne volse ricevere di sorte alcuna, fuori che de' locali nel
bisogno.
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