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Fulgenzio Micanzio
Padre Paolo

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  • Le voci sulla diffusione della riforma a Venezia
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Le voci sulla diffusione della riforma a Venezia

Un notabile inconveniente d'imprudenza ne' scrittori della parte ecclesiastica fautori del 1606 fu ch'essendo causa pura e mera temporale e di giurisdizzione, procurarono con ogni artificio rappresentarla per ponto di religione, stimando questo, totale loro vantaggio, non vedendo poterla in altra maniera diffender o pur insinuarla diffensibile alle corti et a' popoli. In questo passarono di maniera la dritta linea della verità e della coscienza, che publicarono in voce, in pulpiti, in stampa ch'in Venezia si voleva mutare religione, avendo cominciato dal negare l'ubidienza al pontefice romano con aperto scisma. Che questo corso fosse preso da una mandra di libellanti famelici, ambiziosi e senza cognizione de' successi passati non saria meraviglia. Ma è ben stupore ch'entrassero in quel ballo anco cardinali dottissimi e zelantissimi, Bellarmino, Baronio, Colonna, che dovevano sapere che pregiudicio una tal fama, benché falsa e portata per amplificatissima, potesse arrecar agl'ecclesiastici.

Nell'aristocrazie l'ugualità per necessità dell'umana condizione è disugualissima quanto all'abilità degl'ottimati, non si trovando mai collegio o radunanza tanto scelta che non abbia la sua fece, altrimente le aristocrazie constarebbono di tanti re, et è la sua parte del volgo anco fra gl'ottimati. Per questo, se bene alla diffesa della sua libertà fu in tutti i corpi e consegli di Venezia una concordia singolare, erano però in tutti soggetti di maggior valore d'eminenza che facevano come la guida agl'altri. Le comparazioni non s'admettono nelle republiche, onde non conviene nominare i particolari. Ma generalmente parlando, fu grazia e providenza di Dio che i piú risoluti e disposti alla diffesa comune fossero anco i piú grandi, non solo per nobiltà, onori, esperienza, abilità et attività, ma anco per pietà e religione. Parte d'essi sono ancor viventi, senatori eminentissimi e per purità e zelo di santa religione conosciuti da tutti; gl'altri con fine religiosissimo sono passati alla gloria de' beati. Avventorono gl'ecclesiastici sudetti i loro maledici dardi particolarmente in questi, come piú cospicui et alti, tassandogli da innovatori di religione, incaricandogli d'aver dissegno di far rivoltar la republica alla religione de' protestanti.

Gl'oltramontani, ch'attentissimi agl'effetti e fine di famosa controversia curiosamente leggevano ciò che veniva publicato, credettero vero ciò che veniva dagl'ecclesiastici con tanta asseveranza publicato, che la serenissima republica negasse l'ubidienza al papa e fosse in procinto al mutare religione, poiché i principali del governo avessero tal dissegno. E quelli tra loro piú zelanti, allettati da speranza di poter ampliare la loro religione, avendo osservato ch'in tutte le occorrenze che la Chiesa romana aveva intrapreso di scommunicare prencipi et interdire Stati, n'era seguita qualche rivolta, stimarono d'aiutar questa avidamente in speranza divorata di mutazione. Et i prencipi non mancarono di procurar stretta intelligenza con la republica; la quale, essendosi dichiarato il re di Spagna protettore della parte ecclesiastica, per ragione di buon governo, aveva necessità d'ascoltar tutti e stringersi con quelli che seco avevano comuni interessi. Et i privati dottori non mancarono con scrivere a stampa molte cose, le quali, per diligenza ch'in quelle confusioni s'usasse, non era possibile vietare che non fossero vedute anco in Venezia.

Lo scopo di quelle era dar colore alla mutazione che gl'ecclesiastici spargevano. I capi di tutte era proporre ch'il papa esserciti una tirannide intolerabile sopra l'anima e corpi di quelli che seco comunicano; la felicità grande che godono quei Stati che gl'hanno levata l'ubidienza; ch'almeno tanta quantità di beni, da' pii cristiani lasciati per opere pie, erano o in quelle impiegati, o goduti da gente del paese a comune beneficio, dove ne' Stati aderenti al papato se ne vedeva un'abominabile usurpazione, una venalità e latrocinio publico, e quello che piú importa, conferiti a sediziosi e nemici de' Stati medesimi, sendo arrivati i pontefici a questa quinta essenzia di mantenersi per tutto una fazzione spaventosa, pagata colle borse di quei Stati, contra quali machina ogni eccidio. La loro religione esser la medesima contenuta nelle Sacre Scritture, ne' generali concilii, ne' santi padri de' primi cinque secoli, e conviene colla stessa Chiesa romana negl'articoli vecchi della fede. Discordare solamente ne' da lei inventati, i quali, chi gl'essaminasse ad uno ad uno, trovarà niente fare alla gloria di Dio, ma all'acquisto solo di richezze, di riputazione e di giurisdizzione mondana all'ordine ecclesiastico. Insinuavano la religione romana esser stata insensibilmente inbastardita e ridotto in religione tutto quello che fa per gl'interessi della corte. Raccoglievano i gravami intolerabili contro i prencipi, i quali ne' presenti ne fanno indoglienze gravi e continue. Discendevano a' particolari della serenissima republica, che, confinante co' turchi per piú di 800 miglia, con la casa d'Austria per cosí gran tratto di paese e col papa solo si può dir in poche miglia di spiaggia e d'arena, riceveva nondimeno piú molestia da questa parte e piú turbazioni di giurisdizzione in un mese, che da tutto il rimanente in dieci anni, oltre le cotidiane, poi che trattano i nunzii col prencipe con tanto imperio et insolenza, come se gli fosse schiavo, non che suddito, portando sempre inanti la testa di Medusa, il pretesto della religione, per spaventare i timidi, e non penetrano la profondità de' suoi arcani (e tutto lo sforzo era in scoprire gl'arcani del papato) i piú politici che mai fossero al mondo. Questo male, che tutto di peso era stato cagionato da' medesimi ecclesiastici, da essi veniva poi attribuito, come s'è detto, a quegl'eminentissimi soggetti principali mantenitori della causa publica, ma sempre principale era il nostro padre. Questo (se crediamo a' corteggiani) era quello ch'eccitava i protestanti a fare capitare libri ch'illuminassero i popoli; questo che consigliava quei grandi esser necessaria mutazione di religione, perché i pontefici sono ridotti a tale, che vogliono la servitú d'Italia.

Ma se mai fu cosa falsa e calonniosa, questa è tale. E se bene il padre poco curava la diffamazione de' sudetti, però per quello che toccava il manifestare i suoi sensi circa le provisioni da farsi incessantemente con i senatori sudetti consigliava et in voce a tutte le occorrenze con veemenza e zelo inestimabile, et in scritto in innumerabili consegli ha sempre insegnato et inculcato che non solo per la verità e per la conscienza, ma anco per necessità e ragione di buon governo debbe ogni fedele, ma piú di tutti il prencipe, invigilare al mantenimento e conservazione della religione. Che per questo Dio ha costituito i prencipi suoi luogotenenti ne' Stati, ne' quali la santa Chiesa si trova, e loro conferito questa grandezza, di creargli protettori, diffensori, conservatori e nutrici della santa Chiesa, come le Sante Scritture ne parlano; al qual carico, il piú onorevole d'essi, mai sodisfaranno, se non con una continua e vigilante cura alle cose della religione. Che Dio, per sua singolar grazia, ci ha posti in questa Chiesa cattolica, apostolica, romana, santa e buona. Però doversi ciò riconoscere per divino favore e rendergliene continuati ringraziamenti. Niun infortunio piú grave poterci dall'ira divina esser rilasciato che il dipartirsene. E se vi sono degl'abusi, non esser ciò colpa della religione, in sé vera e santa, ma di chi l'abusa. E quando ciò sia anco vero, né si possi negare non perciò doversi alcun lasciar crollare nella sua buona credenza, né il prencipe lasciar pur parlare di mutazione o alterazione. Che la perfezzione e totale purità è il termine al quale il fedele e la santa Chiesa istessa tende, non la strada per la quale travaglia. Le chiese, fondate dagl'apostoli istessi et ove essi predicavano e residevano, non esser state essenti da imperfezzioni; di che l'Epistola a' galati ne fa chiaro testimonio, ma piú la Corinziaca. Che quanto alla carità, altri aderivano a Pietro, altri a Paolo, altri ad Apollo, con scisma et espressa divisione di Cristo. Quanto a' dogmi, v'era chi negava la resurrezzione. Quanto alla concordia, si tiravano a liti a' tribunali d'infedeli. Quanto a' costumi, v'era fornicazione, inaudita anco fra idolatri. Quanto a' riti, la cena del Signore era convertita in banchetti, ove altri era ebrio, altri famelici. E pure l'apostolo la riconosce per Chiesa vera e corpo di Cristo. Quanto piú dobbiamo star saldi nella Chiesa ove Dio per grazia singolare ci ha posti, ancor che nel governo vi fossero imperfezzioni et abusi, che si convertissero in gravami anco intollerabili.

Ma se crescono oggidí questi mali, la colpa è de' prencipi medesimi, i quali, non curando del precetto divino, che strettissimamente gl'obliga ad aver cognizione della sua santissima legge o della religione, hanno trascurato questo debito totalmente, come se la religione fosse cosa che non gli toccasse e come se non avessero essi da render conto a Dio, o per sé, o per i sudditi, di trascurarne la cura, l'essame e la diffesa, contra i precetti della divina Scrittura, dottrina de' santi concilii e padri et uso de' pii prencipi, contentandosi d'una religione, senza saper ciò ch'ella sia, né come si debba conservare senza corruzzioni e tollerando per interessi, adulazioni o connivenza l'inganno de' popoli con continue alterazioni sotto specie di devozione e pietà, con una licenza cotidiana, non solo a' religiosi, ma ad ogni sorte di persona, d'inventar nuovi riti a grandezza e guadagno, senza considerar che finalmente ogni rito porta seco la sua credenza, e cosí la religione s'altera e s'accomoda agl'avanzamenti di chi la maneggia. Et essendo ben vedute queste ordinarie alterazioni, nondimeno i prencipi le hanno tollerate, che poi i posteri hanno convenuto anco approvare per l'auttorità col tempo assonta. Cosa che avviene in tutte le cose umane, ma piú nella religione, ove il volgo è inventore delle superstizioni.

Il papa, oltre l'esser capo della religione, esso è anco un prencipe, e che da di piú di 500 anni in qua ha aspirato alla monarchia d'Italia almeno, alla quale è stato cosí prossimo. E che meraviglia, s'adopera tutti i mezzi per ampliare la sua giurisdizzione? Aver il pontefice romano tre gran carichi: della religione, delle cose ecclesiastiche e del temporale del suo Stato. Il non distinguerle da' prencipi esser il fonte onde deriva ogni male. Esservi tre generi di canoni: di cose spirituali, di temporali e di miste. De' primi, la cura esser degl'ecclesiastici. De' secondi, non potersene ingerire fuori delli Stati suoi temporali. De' terzi, esser tanto debito del prencipe curarsi, quanto degl'ecclesiastici, se non piú. In tutta la sua vita non esser occorso nel serenissimo dominio mai alcun disparere, né anco in un minimo iota, nel primo di questi capi, perché la republica è nata cattolica e conservata sempre tale. Tutto il disturbo avvenire nel secondo capo, che la corte fa servire all'augumento della sua giurisdizzione e del dominio temporale. De' terzi, esser troppo ignorante quel prencipe che si lascia escluderne. E se la corte oggidí piú che mai fa ogni sforzo per far scrivere e passar in credenza l'esclusione, perché i prencipi, ch'hanno in favore le sentenze chiarissime del Nuovo e Vecchio Testamento, la dottrina de' concilii e padri santi e la prattica di tutti i tempi non se ne riparano? Se quando i nunzii et ecclesiastici vengono sempre mascherati della religione e de' sacri canoni, abusando i secondi e terzi per i primi, quelli che governano, secondo il precetto divino instrutti, sapessero quali fossero i canoni che toccano la fede, i quali la republica inviolabilmente osserva e venera, e quali quei che toccano le cose ecclesiastiche della disciplina et ammimistrazione de' beni e negozii secolari, e che non concernono ponto fede o religione, ma grandezza della corte, e sapessero e volessero mantener in questi la potestà che Dio ha data a' prencipi, gli caverebbono bene la maschera e farebbono arrossire di credere poter cosí stranamente abusare l'altrui bontà o semplicità, e si rifarebbono dell'ingiuria continua che gli viene fatta; come se si offendesse la religione in diffendendo quella potestà che Dio gl'ha concessa, e la giurisdizzione che non può il prencipe lasciare diminuire senza gravissimo peccato.

Di questo pio suo senso esser argomento la riverenza suprema, con la quale in tutte le consultazioni e suoi scritti egli ha sempre venerato la Sede apostolica et i sommi pontefici, non restando per ciò di apertamente esponere la verità in quello che concerne la legitima potestà che Dio ha data al prencipe. Dolersi a torto quelli che vorrebbono gl'ecclesiastici senza affetti: «Erunt vitia donec homines». I ministri de' prencipi ricercar l'avantaggio de' suoi signori. Se gl'ecclesiastici si servono a ciò di pretesti di religione, dolgansi di se medesimi gl'altri, se non s'instruiscono a potergli ridurre al ponto con la verità in mano e mostrargli che non minor zelo s'ha della religione, ch'abbiano essi, per non passar piú oltre.

Questi et altri discorsi faceva, sempre inculcando il debito di tutti in diffender e conservar la religione cattolica e non si lasciar crollare dagl'abusi, per grandi che siano. Ma la corte, che da un tenor di vita pio e santo cominciato dalla puerizia e continuato sin all'ultimo spirito irreprensibilmente in tutti quegli essercizii di religione che si convengono non ad uno superstizioso et appassionato adulatore della corte, o fautore delle reformazioni, ma ad un sodo e sincero cattolico romano e di professione religioso, è passata piú inanzi colle calunnie, attribuendogli quello che piaccia a Dio non sia in molti di lei macchia indelebile, di non aver alcuna religione. Sia lodato Iddio ch'al concetto di questi la vita incolpabile, i costumi irreprensibili anco a' tanto occulati e severi nemici, sarà effetto dell'ateismo et impietà, e se ne caverà l'argomento dall'erudizione. La Scrittura divina, che l'attribuisce all'ignoranza, alla pazzia et al diffrenamento nelle dissoluzioni et all'esser preda delle proprie passioni, ha insegnato molto diversamente. Egli è vero che 'l volgo pazzo e sciocco, che vede alcuni eminentissimi soggetti nelle scienze non pieghevoli alle sue veramente pazze superstizioni, ma tollerate dalle sue guide et anco canonizate perché sono lucrose arti, ha costumato cosí sinistramente giudicarne; ma è giudizio degno di chi lo forma. Ma se la profonda cognizione delle cause seconde induce a più tenacemente venerare la prima, come san Paolo insegna, la cosa è chiara. Oltre che quegl'istessi della corte, che, per non aver occhio da tollerare una tanta luce di bontà e scienza, sono passati a tal ingiuria di cosí rara virtú, hanno frequenti i domestici argomenti, che quelli che sono caduti dalla destra et hanno dal suo cuore bandito ogni divinità, sempre sono dati in uno di questi estremi, o in totale dissoluzione, o in superstizione estrema, e forse mai nel mezzo. Grazie a Dio ch'a loro dispetto confessano il contrario del nostro padre; non dissoluzione certo, ma né anco alcuna superstizione, né credo che i superstiziosi si loderanno mai di lui, che o in parole e meno in fatti abbia favoriti i loro culti volontarii, né le loro bagatelle. E per dir il vero, come può mai un uomo savio piegarsi ad opinioni o azzioni superstiziose, che sono la quinta essenza dell'umane pazzie e suprema ingiuria del Creatore?

 




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